Rock & Dintorni

Da L'Avanti del 30 Luglio 2004

Il mio amico del cuore mi diceva di non perdere tempo, di non andare a
sentire Franco Battiato a Ravenna, al PaladeAndrè. Si sbagliava, gli capita
spesso. Intanto, il fatto di essere in uno degli ultimi luoghi dove si è
esibito Carlos Kleiber mi ha fatto sentire migliore, più importante. Un po’
come quando penso che un ravennate, Serafino, ha fatto interrompere con il
suo solo ingresso nella stock exchange di Chicago le contrattazioni, oggi i
concittadini di quell’imprenditore riescono al massimo ad organizzare gli
happy hours. Eppoi ho anche riso a crepapelle, durante il concerto. E’
successo quando i supporters etnici di Battiato, i componenti del gruppo
siriano Al Tourath (il tema del festival era “Illuminazioni sulla via di
Damasco”, con quello che hanno sentito le mie orecchie si fa fatica a non
dare ragione a Dubya Bush ed alla storia dell’asse del male), sono
ricomparsi al momento dei bis e qualcuno, dal fondo, ha esclamato in preda
allo sconforto, “No, i beduini no!”. Facciamo un passo indietro. Il concerto
di Franco Battiato al Pala De Andrè (luogo orrendo, hai voglia a
fantasticare sulla città del silenzio se poi ti tocca sentire la musica
dentro una specie di orinario ribaltato) è stato aperto da questi cantanti e
musicisti siriani che, tra il panico quasi unanime, hanno suonato e cantato
per quasi mezz’ora. Battiato si è aggiunto a loro per intonare la canzone
irachena (manco a dirlo) Fogh in nakhal. In quel preciso momento, mentre
qualcun altro vedeva i beduini nel deserto, io volevo scappare a prendere un
aereo per Colorado, e imbucarmi ad ascoltare Garth Brooks abbarbicata ad un
autista di truck. Poi Sant’Apollinare, patrono della città e dell’intera
Emilia-Romagna, di cui era imminente la solennità (che ricorre il 23
luglio), ha fatto la grazia e sono cominciate le canzoni in italiano. Del
resto qualcuno aveva avuto il coraggio di chiedere strillando “La cura!”,
dichiarando con semplicità il motivo per cui tutti eravamo lì, mica i canti
del medioriente. Il repertorio della prima parte era degno di un comizietto
di Michael Moore, ma almeno c’era della musica da ascoltare. Scaletta tipo:
Il re del mondo, Lettera al governatore della Libia, Povera patria (”si può
sperare che non si parli più di dittature”, proviamo a cantargli sulla
testa, magari la prossima volta Saddam se ne va da solo, che ne dici,
Battiato?), e durante quest’ultima, in particolare, pubblico in visibilio al
sentire “povera patria schiacciata dagli abusi di potere di gente infame che
non sa cos’è il pudore” e magari hanno votato Follini, poveretti. Poi, però,
Sant’Apollinare ha fatto anche di più, è partito il repertorio dal primo
Fleurs, con Aria di neve di Sergio Endrigo, La canzone dei vecchi amanti di
Brel (eseguita due volte, miracolo del Patrono, l’asta del microfono aveva
coperto alcune righe della partitura e Battiato aveva saltato un paio di
strofe), e poi i capolavori, E ti vengo a cercare (”con la scusa di doverti
parlare, perché mi piace ciò che pensi e che dici, perché in te vedo le mie
radici”, il testo l’ho appiccicato sulla porta di casa per ricordarmi tutte
le mattine il mio amico del cuore, proprio quello che mi aveva detto di
andare a dormire, che caro gli è ‘l sonno e vorrebbe che lo fosse anche a
me). Tra La cura, Sgalambro che canta La mer e L’Animale fatta come bis (”ma
l’animale che mi porto dentro non mi fa vivere felice mai, si prende tutto,
anche il caffè. ma l’animale vuole te”, come sopra, anche quello appeso alla
porta, non sia mai che una mattina mi dimentico il motivo che mi dà la forza
di andare a lavorare) il concerto è finito tra applausi, gente che ballava,
guaiti di piacere (i miei) e la certezza che a qualche chilometro da dove è
nato Gioacchino Rossini o musica o morte, gli echoes of sufi dances se li
ascoltino pure loro.

a cura di: Maria Cafiero

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Pubblicato il 4 agosto 2004 in: Recensioni tour 2004

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