I cancelli della memoria

Grazie a Vincenzo ed Antonio

La nostra trasferta in terra levantina comincia così, imbucandoci dietro
l’inferriata aperta della casa sbagliata. I proprietari dovevano essere in
spiaggia, per fortuna. Siamo già un bel pò: Monica e Pino, Il Principe
Heloq, L’ottimo Giuseppe Piccinno, Gianni il milanese volante (è venuto in
aereo e ogni tanto spariva per urgenze letterarie) e la signora e donna di
noi tutti, Gianna gmtac.Si aggiungeranno poi il terzo Gianni, Giuseppe Hi
Fi, il neopromosso Giso, il redivivo Zemalca e, lasciati gli stazzi e venuta
verso il mare, la sempre più allegra Mari. E scusate se è poco.
RIMETTIAMOCI LA MAGLIA
Assortiti come la compagnia dell’anello e decisi a conquistare i posti
migliori, ci presentiamo sul luogo del concerto larghi di 5 ore,
anticipando persino le forze dell’ordine e soprattutto il nostro eroe, che
arrivando ci saluta con la manina e una mimica facciale inequivocabile:
“Mamma mia questi già qua stanno…”
Si contratta un pò su tutto. Con la sicurezza per farci visitare le cave,
coll’organizzatore perché ci conservi qualche posto, con gli attacchini
perché ci conservino qualche manifesto,con il buon Dio perché ci conservi
tutti così (che volete, 5 ore di anticipo, ci si
lascia un pò andare anche ai sentimentalismi e ai trasporti mistici). Molti
di noi indossano la maglietta ufficiale del terzo raduno Appulo Abbattiato,
che però, ripetiamo intorno a chi domanda, non è in commercio.
Entriamo finalmente e l’organizzazione ci ha effettivamente conservato due
file “per le 16 persone che arrivano da Milano”. Eseguiamo subito “Oh mia
bella Madunnina” col marranzano d’ordinanza e ci sediamo in quinta fila (le
prime tre per politici e SIAE, roba che a Milano non avverrebbe). Nemmeno il
tempo di salutare il lurker Fabrizio e la sua metà che ha inizio il
concerto.
E qui bisogna tornare seri: sembra proprio, nella prima parte, un concerto -
concept, tutto giocato su una tensione etica che si oppone alla disumanità
dei poteri politici: dopo un’aperitiva Haiku chiusa con dei vocalizzi molto
interessanti, partono in sequenza “Aria di rivoluzione” “Giubbe rosse”, “Il
re del mondo”, “Lettera al governatore della Libia”, “Povera patria”.
Vengono ritenuti sufficienti i canti popolari e da osteria dei soldati
libici e ci viene così risparmiato Beethoven ed ogni altro lied. Bene così.
Partono i pezzi applauditissimi del primo Fleur, tutti cantano in coro “Te
lo leggo negli occhi”, si crea, come dice Gianna, una bella energia che
Francuzzo sembra recepire. Appare molto disinvolto e convinto.
Tocca a Sgalambro, con un look alla Hemingway a Cuba; legge “Invasione di
campo”, un elogio degli amori da marciapiede e un apprezzabile inno
all’amicizia, di cui ci piacerebbe sapere la provenienza. Poi esegue con
classe “La Mer” accompagnata perfettamente a tempo di battimano da almeno
15 persone :-))
Torna FB, partono un pò di classici e poi, forse, il momento più alto a
chiusura: una perfetta Stage Door, giustamente riconosciuta come “una vetta
della nostra produzione”. La porta che si chiude alla fine del pezzo, il
gioco di luci creato ad effetto, l’esecuzione in sequenza dell’inedita e
bella “La porta dello spavento supremo” creano una sospensione tale che
quasi nessuno
richiama sul palco Francuzzo per i bis. Anche Mari non osa esporre la
promessa maglietta con stampigliato su “Non aprite quella porta”. Un colpo
ad effetto rinviato al momento dei bis, ad un’atmosfera più consona.
Dopo qualche minuto rientra la band e si dà il via alle danze, tutti sotto
al palco fin allora presidiato da alcuni mastini della sicurezza che, per
una qualche legge della fisica che regola la collocazione della materia
non pensante, si ritrovano spostati sul palco uno alla destra e uno alla
sinistra
di Battiato, rubandogli letteralmente la scena. L’effetto comico è
garantito: chi li paragona alle vallette di Baudo, chi alle veline, chi a
due bagnini (si suonava Summer on a solitarybeach), chi urla di far scendere
tutti quelli che non hanno studiato, chi cede alla stizza per quel surrogato
muscolare di Vera e Mary. Dopo il primo pezzo si allontanano, altrimenti
sarebbe servita la sicurezza per
la sicurezza. Il nostro regala baci, strette di mano, canzoni fuori
programma, dediche, battute. A quello che gli domanda Bandiera Bianca: “Va
bene, basta che non rompi più”, al patriota Antonio, beccato sotto al palco
a realizzare un servizio fotografico per il Fanbattiato: “Ma che ci fai tu
qui con quella macchina fotografica?!”. Eheheheh. Francuzzo sembra proprio
soddisfatto. E il concerto è stato una meraviglia, uno dei migliori da noi
visti.
BACK STAGE DOOR
Finito il tutto, si discute. Per molti il meglio è stato Stage Door, per
altri Aria di rivoluzione, per tutti il meglio deve ancora venire e saranno
stratagemmi in numero di 10. Qualcuno di noi, che durante l’esecuzione di FB
ha battuto il primato mondiale di pelle d’oca (record non omologato perché
realizzato con un fresco venticello a favore), esegue a cappella “Aria di
rivoluzione” facendosi apprezzare dal pubblico, ma dividendo la critica. Ci
aspettano una notte di racconti, principesche poesie di Ungaretti, formaggi
campani e vini buoni. Sono le 4 quando andiamo a dormire.
AL MATTINO IMPROVVISO SGALAMBRO
Per coincidenze ferroviarie, dobbiamo dire addio, appena dopo la terza prima
colazione, alla pasta fatta in casa dalla mamma di Giuseppe Piccinno.
Lasciamo gli amici mentre sopra il laser gira vorticosamente “Fun club” e
tutti danzano e cantano. Al principio del raduno eravamo due soli i
sostenitori del professore, entrambi per ragioni professionali, crediamo
(uno è professore ordinario di filosofia, l’altro operatore Caritas).
Lasciamo, invece, una decina di iscritti, magari provvisoriamente, al club
del divertimento. Beati loro. Ci aspettano direttori dimissionari, editori
incazzati, colleghi tracotanti. Sullo stretto, in memoria, ci imbarchiamo
sul “Tourist F.B.” E che altro siamo, in fondo, se non provinciali dell’orsa
minore e turisti di Franco Battiato?

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