
Colpisce, nel suo atteggiamento, una vaga ritrosia, una timidezza nell´esprimersi che rende a tratti faticosa la conversazione. In quei momenti la scrittrice ricorre a frasi di altri; frasi che accompagnano la sua vita e il suo lavoro; pensieri di mistici, soprattutto.
Ieri, fra gli altri, ha citato San Bernardo di Chiaravalle: «Il linguaggio non è che palpebre che si alzano nel silenzio».
Fleur Jaeggy, su invito della Facoltà di Lettere (dipartimento di scienze filologiche e storiche), è stata ospite al Centro Santa Chiara; introdotta e spesso stimolata da Francesco Zambon, docente di letteratura italiana, ha incontrato un pubblico di studenti e professori. Uditorio partecipe ma numericamente esiguo, purtroppo: quando, trascorso il quarto d´ora accademico, alle 16.15 iniziava il colloquio, in sala c´erano solo 22 persone.
Una buona occasione sprecata: pur nella fatica della discussione, Fleur Jaeggy ha trasmesso alcuni concetti, alcuni stimoli; altri non li ha rivelati; ma questo è il suo stile: «Ho un´inclinazione per le cose un po´ nascoste - ha spiegato l´autrice - anche il contenuto di un libro deve essere un po´ nascosto dalla forma. Esiste una parte indicibile che deve essere celata e, forse, un po´ percepita».
Non a caso i romanzi della Jaeggy sono ispirati, più che dai grandi narratori, dai mistici: «Hanno una profonda intelligenza, un senso estetico furibondo. E poi, pensiamo alle mistiche: nessuno ha una carica erotica maggiore della loro».
Dopo la scomparsa di Elsa Morante, Fleur Jaeggy è stata indicata come la nostra più grande scrittrice. Nata in Svizzera nel 1940, è di madrelingua italiana; in italiano pensa e scrive: «Ma da qualche anno mi accompagna il tedesco - ha sottolineato ieri - e non so perché. Fino a qualche tempo fa non parlavo mai il tedesco, a stento l´ho imparato a scuola. Viene dai predecessori. Ho spesso la sensazione che nello scrivere siamo visitati non solo dai morti, ma dalla lingua che loro parlavano. Sono affascinata da alcune parole tedesche: una di queste è Wahrheitsliebe. La traduzione italiana, “amore per la verità”, è più dolce. In tedesco, invece, sembra quasi un ordine, ha un suono imperioso».
Il suono, la ricerca della forma, lo stile, hanno un´importanza preponderante nell´opera della Jaeggy: «Appena finisco una pagina, o un pezzetto - diceva ieri la scrittrice - lo leggo sempre ad alta voce, e mi accorgo subito se qualcosa non funziona. Di solito quando rileggo mi trovo verso la fase finale del lavoro. Allora cerco di aggiustare le piccole cose: se non vanno bene, mi rodono. Il suono, il ritmo, la composizione sono fondamentali. La forma è importante; forse, a volte, più del contenuto».
Frase forte. Il pubblico, colpito, ha fatto notare la dissonanza. Lei si è scusata: «Era un azzardo». Eppure la ricerca formale è una costante, che spesso si traduce nell´inserimento di frasi brevi, nella creazione di un discorso spezzettato, composto di minuscole unità che possono anche avere vita propria: «Vorrei che certe parole fossero “visive” - ha spiegato ieri la scrittrice - vorrei che potessero stare in piedi da sole, come se la narrazione, una buona narrazione, fosse fatta di piccoli pezzettini in grado di rimanere a sé. È quello che succede di solito in una composizione musicale o architettonica».
La musica. Franco Battiato ha trovato ispirazione nella prosa di Fleur Jaeggy: «Ha tratto i suoi spunti da “Le statue d´acqua” - puntualizzava l´autrice - e credo abbia preso le parole dall´edizione tedesca. Adesso il libro è esaurito e per il momento non ho intenzione di ristamparlo. Alcuni miei romanzi sono esauriti da tempo, ma non li mando in ristampa. Faccio sempre tanta fatica a pubblicare, tengo le bozze molto a lungo, forse perché in fin dei conti penso che sia meglio non pubblicare. Sono i libri che leggo a spingermi a scrivere. Quando parlano di Dio, del Nulla, rimango veramente molto affascinata. La lettura mi porta non solo a pensare, ma anche a scrivere e forse a tentare di “rubare” certi pensieri».
Fleur Jaeggy ha trascorso gran parte dell´infanzia e dell´adolescenza in collegio. Per uscirne, da ragazza posò per un servizio fotografico pubblicato da un giornale femminile. Le mura, i luoghi chiusi, ricorrono spesso nei suoi scritti.
Il primo libro, “Il dito in bocca”, è uscito nel 1968. L´ultimo, “Proleterka”, è del 2002. Nel mezzo racconti, traduzioni (da Schwob e De Quincey) ed altri romanzi. Tutti pubblicati da Adelphi. «I miei libri sono piuttosto brevi - commentava l´autrice - la prosa è asciutta già alla nascita. E, proseguendo, continuo ad “asciugarla”. Forse scriverei opere migliori se lasciassi un po´ di accumulo. Ma fisicamente non posso».
I mistici, è vero, sono la principale fonte di ispirazione; ma c´è anche qualche romanziere; su tutti, Herman Melville: «Trovo che “Billy Budd” sia un romanzo magnifico. Ogni volta che lo leggo io mi commuovo. Il protagonista è giovane, buono, bello; è un angelo, e viene disprezzato, accusato, condannato a morire. L´umanità odia gli angeli»
Fonte L’Adige

Carla








