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Cinema italiano d'autore

Perduto Amor: un déjà-vu del cinema italiano?

Abbiamo già visto un musicista (Luciano Ligabue) che gira dei film (ultimamente Da zero a dieci), un regista come Fellini che in Amarcord ricorda la sua infanzia e gioventù, come pure sensibili riflessioni su alcuni decenni del più recente passato italiano in La meglio gioventù di Giordana. Ma sebbene tali precedenti sembrino offrire spunti per fare dei confronti e cercare analogie, Perduto Amor resta un film sui generis.
La prima pellicola del cantautore Franco Battiato, nato a Catania nel 1945, cui prossimamente seguirà la seconda (Musikante) incentrata sugli ultimi giorni di vita di Beethoven, si presta a essere interpretata come autobiografica, ma l’autore lo nega decisamente. Perduto Amor non è una storia narrabile secondo i canoni classici. Nel film scorrono immagini ricordo: sono le istantanee di una infanzia e di una gioventù nella Sicilia degli anni Cinquanta e Sessanta, cui fanno seguito i primi anni del giovane ormai maturo che vive a Milano alla fine degli anni Sessanta. Il protagonista, Ettore Corvaja, è dotato di talento artistico e il suo futuro viene determinato dalla musica e dallo scrivere.
È la musica, di conseguenza, che assume un ruolo centrale nel film e classica e leggera si presentano con una parità di diritti più che ovvia. Pezzi di Bach, Mozart, Strauss, Brahms e César Franck vengono così affiancati a Itsy bitsy petit bikini e alle canzonette che vincono il Festival di Sanremo. Ognuno di questi brani musicali, banali o “di pregio”, evoca un particolare ricordo nella vita di Ettore Corvaja, l’intero film è un susseguirsi di evocazioni che si basano su pezzi musicali. A volte in modo ironico, ma sempre con nostalgia e allo stesso tempo con amorevole riguardo, Battiato sfiora le scene del passato procedendo in modo poco coerentemente cronologico, esattamente come nei salti fra i ricordi associativi.
Perduto Amor, dunque, non racconta una storia ricca di colpi di scena, ma illustra soprattutto il farsi uomo del suo protagonista motivandone lo sviluppo mentale. In alcuni passaggi ciò lascia il campo a una presentazione piuttosto generale dell’atmosfera nelle diverse ambientazioni siciliane e milanesi e il film diventa quasi una rappresentazione pittorica, pur non avendo pretese di “realismo” grazie alla scelta decisamente soggettiva di scene e immagini. Perduto Amor potrebbe essere considerato autobiografico solo in senso molto lato, in quanto è Battiato colui che ha ideato (ricordato?), scelto e messo in scena le sequenze del film. Il titolo, nient’altro che la citazione di una canzone interpretata anni fa da Adamo, va letto senz’altro come un programma e si riferisce – secondo una citazione di Battiato stesso – a «tutto ciò che perdiamo della bellezza della nostra esistenza».
Perduto Amor è suddiviso in due parti, che si basano però sugli stessi principi narrativi e non ne inficiano quindi l’unitarietà. Nelle scene girate in Sicilia si vedono preferibilmente colori caldi e forti, che sottolineano la sostanziale sicurezza di quella infanzia, mentre la fredda e allo stesso tempo turbolenta nonché eccitante Milano viene mostrata prevalentemente con tonalità grigie. È qui che Ettore vive le sue prime complesse e inquietanti esperienze con il movimento di protesta, le droghe e le tendenze orientali di voga in quegli anni. Ed è in questi luoghi, dove si era recato per via della musica, che scopre il suo vero talento, quello letterario. Per quali ragioni si dedichi peraltro proprio al “Diario di un insetto” necessiterebbe approfondite interpretazioni. Ci rincresce solamente che le complesse esperienze vissute a Milano vengano in parte rappresentate in modo poco differenziato e approfondito, e non risultino così impressionanti e convincenti come le scene siciliane.
Milano impersonifica senza dubbio la “terra promessa” in cui si realizzano i sogni di Ettore, ma le radici del suo talento restano tuttavia in Sicilia. Dopo la pubblicazione del suo primo libro, nello stile del gruppo 63, il protagonista torna dunque in Sicilia, nella casa dell’istitutore della sua gioventù Tommaso Pasini, un nobile signore sommamente colto. E così si chiude il cerchio del film, con una buona dose di pathos e una frase di Manlio Sgalambro – non solo paroliere di molti brani di Battiato ma anche coautore della sceneggiatura del film – che spiega come quest’isola non lasci sfuggire i suoi figli ma, secondo una “legge di appartenenza” mai scritta, li richiami prima o poi alle proprie origini

http://members.aol.com/claudioparoli/battiato.htm

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