
Considerati dei parerga, nella misura cioè di digressioni, i testi raccolti
da Sgalambro in De mundo pessimo costituiscono piuttosto il tema centrale
del suo pensiero, al punto da poter ritenere che siano stati scelti non come
paralipomena ma come summa.
Il filosofo neonichilista riafferma la necessità del filosofare ponendola
come forza imperativa capace di fare cessare ogni discussione. È la
filosofia la regola del mondo, la sua maestra di educazione civica, contro
le spinte della vita a prevalere sul pensiero. Lo strumento di disciplina
sono i libri, perché non vi siano più discepoli ma lettori, persone - per
dirla anche con Borges - che siano dei critici, ovvero dei pensatori. Ma il
problema oggi è costituito proprio dalla lettura, che diventa innocua in
proporzione alla quantità di libri che si pubblicano, secondo un rapporto
inverso per cui l’atto di leggere perde aura più crescono i volumi; i quali
di converso si stampano più aumentano i lettori.
Come si esce dal circolo vizioso? Generando grandi temi e non grandi uomini
come voleva Nietzsche. E rovesciando il canone entro il quale la vita tende
a imporre il suo primato mentre è il mondo a dettare le sue leggi. Un mondo
però che è pessimo. E che può essere salvato dal filosofare.
L’ordine del mondo ci uccide. Ed è il mondo il nemico del genere umano. Come
tale è l’ente pessimo, il pessimum, un prodotto dell’imago mundi. È questo l
‘ultimo risultato della sua concezione pessimistica dell’uomo?
Come i morsi della fame non costituiscono socialismo, così i morsi della
sofferenza non costituiscono pessimismo. Il pessimismo, quello radicale,
affonda nella questione tra parte e tutto, per usare una terminologia
classica.
Hegel ebbe a dire che la verità è tutto. Io aggiungo: sì, la verità è tutto,
ma contro le parti. Voglio dire che questo senso di inimicizia - chiamiamolo
così - non possiamo assumerlo come un concetto frigido, ma vogliamo che
passi attraverso passioni ed emozioni senza tuttavia cancellarne le tracce
principali. Mi spiego meglio: quando uso una terminologia di questo genere,
concetto più emozioni, non penso a una giustapposizione ma a una interazione
reciproca cosicché l’emozione concettuale origina l’inimicizia nei confronti
del mondo. Perché noi non possiamo avere il diritto di condannare questa
entità metafisica che abbiamo a portata di mano, l’unica entità metafisica
che entra nella nostra esperienza.
Lei assume il mondo appunto come un ens metaphisicus e dice che è dolore. Se
è così, fa suo quello che Platone chiama il creiton e non l’dea aristotelica
del Meglio. Di qui il dolore del mondo.
Dobbiamo distinguere tra dolore e pessimum, in quanto il dolore riporta il
tutto alla nostra misera antropologia mentre il rapporto tra parti e tutto
ci consegna a un pessimum generale, cioè il mondo, questa entità metafisica
che raccoglie tutto ma che consta di parti necessarie alla sua stessa
costituzione.
La “cattiveria” del mondo è una concezione schopenhauriana. E Schopenhauer
lei se lo trova a fianco nella battaglia contro i professori di filosofia a
favore del genio filosofico, nella lotta tra saputo e sapere.
Indubbiamente. Perché la filosofia si annida e si disperde nell’università
dove per forza di cose il famoso “professore” non ha che per modello l’
istituzione; e dovendo rispettare i termini dell’istituzione e avendo una
propria verità da insegnare agisce per presupposizioni. Ma il vero filosofo,
insegna Cartesio, non deve presupporre nulla, ma dubitare di tutto. Questo
non significa mettersi a tavolino e decidere ma avere proprie asserzioni
filosofiche come fossero un’arma letale. Vuol dire che il pensiero è
qualcosa che il civis non accetta se prima non si tramuta in una evidenza.
Ma l’evidenza, lei dice, è la disgrazia più nera che possa capitare a un
filosofo, perché è il confine della filosofia. Davanti all’evidenza il
filosofo deve arrendersi.
Certo. L’evidenza è qualcosa che si presenta con caratteristiche tali che
non possono essere disertate. Le si deve dare ascolto, perché è la prova
conclusiva, cioè il rifiuto degli altri. Io ti do questo, uno dice, non
riconosco limiti, ma se tu dici di sì colpiscimi, dimostramelo, ma non devi
impedirmi, tu filosofia, di fare questo passo. Puoi soltanto, dopo che sia
varcato uno dei limiti, dire “stai sbagliando, non sei filosofo”. Ma questo
può dirlo dopo.
Dunque bisogna pensare filosoficamente e non vivere filosoficamente.
Questo lo dico perché la filosofia oggi non è più vivibile. Chi si
presentasse come tale farebbe ridere. Oggi la filosofia ha un solo tramite
attraverso cui può attuarsi e si possa dunque dire che quel tale pensa e
qual è il pensare stesso.
Torniamo al pessimum del mondo. Per non essere in continua avversione con
esso l’uomo dovrebbe esercitare il diritto ontologico alla vita illimitata
mentre trova interesse nelle religioni, nelle filosofie e nelle politiche,
che assumono una funzione consolatoria.
Io non ritengo che la pratica sia un momento conclusivo e il più alto del
filosofare ma il più basso, che si ha quando il filosofare - avendo disperso
ciò che intende guadagnare - si arrocca davanti alla prassi. La pratica è
dunque una degenerazione del filosofare. È come il lettino di Freud, che fa
bene a indicare un’infermità nervosa come annidata nel nocciolo delle cose,
ma fa male quando questa infermità diventa risparmio della cura, quando lui
trascina l’uomo nel suo lettino per levargliela. Bisogna invece consegnarla
al suo male, ecco il punto, così come noi dobbiamo essere consegnati al
mondo. L’uomo comune, l’altro, il civis, può agire come vuole e sostituire
il pensare. È coerente. È incoerente invece il filosofo o colui che pensa
quando ritiene di sostituire il pensare con l’agire.
Bisogna dunque essere “consegnati” al mondo. Heidegger diceva che bisogna
essere “gettati” nel mondo. Ma lei prende un’altra strada quando sostituisce
il mondo con il sistema solare e specifica che occorre essere contemporanei
della fine del mondo.
Il senso è che, superando la solita pratica politica, dove si crea un’altra
illusione, occorre sostituire l’illusione religiosa che offre l’offa con cui
contentare i miseri, con questa condizione che è propria del filosofo,
mentre il civis fa la sua parte nel mondo.
Perché essere contemporanei della fine del mondo significa anche essere
comunisti in termini di avvento?
Comunisti sì, ma nella speciale accezione dei miserabili che si muovono
contro il pensare, perché per loro la risposta fondamentale non è la
contemplazione ma il soddisfacimento dei bisogni, che si possono esperire in
altro modo, semplicemente cercando di non averne.
Il “suo” sistema solare non si identifica però né con la natura né con il
mondo.
La natura si identifica con la vita, mentre il sistema solare lo percepiamo
non come parte della vita, perché non ha la sua infezione.
Perché la morte del sistema solare è il grande fatto etico della nostra
epoca mentre noi mettiamo al suo posto la Crocifissione o il Concilio di
Nicea?
Noi riteniamo di riferirci a un dio collocato in illo tempore per derivarne
atti che abbiano legittimità. Cosa fa infatti l’uomo religioso? In ultima
istanza non si riferisce all’altro se non per la mediazione del dio. Il suo
atto è etico perché tale è agli occhi di Dio. Da dove acquisisce invece
eticità l’atto per noi? Dalla fine del sistema solare di cui siamo
contemporanei perché lo anticipiamo nella scienza, la quale ci dice che
entro un determinato tempo il sistema solare andrà in entropia per colpa di
una degradazione dell’energia: è la seconda legge della termodinamica, la
più metafisica delle leggi fisiche, come dice Bergson. Finirà il sistema
solare e con esso il mondo. Di fronte a questo può darsi che il filosofo si
pieghi in ginocchio davanti all’altro, riconoscendo l’altro come suo simile
nella morte, e non più come vivente, parola che detesto e alla quale
sostituisco “morente”.
Però lei dice che bisogna non abituarsi a morire e considerare la morte una
forma di distruzione come avviene in natura.
Certo, perché l’abitudine alla morte fa mancare questo senso della
distruzione complessiva. Noi siamo i morenti perché non conteniamo la morte,
la quale ci viene dall’esterno, è l’immane distruzione che colpisce
Babilonia come colpisce una galassia o un individuo.
Per esercitare dunque il diritto ontologico alla vita illimitata il rimedio
è non abituarsi a morire?
Non abituarsi a morire per non legittimare la morte, per lasciarla nella sua
qualità di fattore esterno, diversamente da quanto sostengono i filosofi
contemporanei per i quali l’uomo è un essere per la morte secondo una
visione heideggeriana che ha permeato tutta la filosofia successiva.
È in questa chiave che il pessimismo deve diventare sentimento comune, tale
da dovere essere insegnato pure a scuola?
Vorrei capire perché si può insegnare ai ragazzi che un ometto bruttissimo
viene lasciato crocifisso come esempio e modello valido da duemila anni e
non si possa insegnare la visione nostra: di esseri stritolati da un ente
esterno per trarne non già una semplice evidenza ma il nostro onore di
uomini che sanno la verità e non si rifugiano nel Meglio religioso o
politico.
Ma la verità non è per lei il “contro”‘ che è il limite massimo, la prova
che la verità non è mai assoluta: si ferma quando urta contro il “contro”?
Da cui la teoria per cui il pessimismo è la coscienza del nostro tempo,
quindi del “contro”.
C’è una verità che è anche la esteriorità delle cose, ma non nel senso
agostiniano dell’uomo interiore. La verità è qualcosa che ci cade addosso
come una pietra. Tutte le forme dell’esterno nella loro violenza creano
questa sensazione. Ecco il “contro”.
Perché parla di avvento, nel senso che il futuro è il presente, mentre noi
concepiamo il presente in funzione del passato, come memoria dell’Origine,
rifacendoci quindi a Dio?
Il futuro è la stessa contemporaneità: è nell’atto con cui l’uomo religioso
si rivolge a Dio per chiedergli qualcosa nella preghiera che si ha una
contemporaneità. Per me la contemporaneità si sposta: è l’atto che deve
avvenire, ma deve avvenire è uguale a dire che è già avvenuto, perché è l’
anticipazione di ciò che avverrà. Noi abbiamo a che fare non con Dio ma con
un atto veramente distruttivo. Noi, dice Seneca, siamo consolati dal fatto
che possiamo partecipare alla distruzione universale. Mi consolo pensando
che quando muoio io, muore tutto. E ciò può avvenire se ti trasporti con il
tuo pensare nell’anticipazione della fine del sistema solare.
Alla fine De mundo pessimo non fa che riaffermare la sua vocazione di ateo
in una continua annihilatio dei.
Per la verità io continuo a essere un empio.
da Rai Educational

Carla








