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Caro Hillman, lei è un bel traditore

Scrivere di James Hillman è un po’ come scrivere del Papa. Troppo facile o troppo difficile.

Hillman, americano, ma percepito sovente, per la sua cultura e per i temi che affronta, come più europeo degli europei, è stato a volta a volta analista junghiano, direttore dell’Istituto Carl Gustav Jung di Zurigo e della rivista Spring, innovatore dello junghismo e fondatore della psicologia archetipica. Infine, oggi, che cosa: libero intellettuale, alchimista, maestro, guru? Specie in Italia, in cui i suoi libri hanno sempre goduto di un peraltro meritato successo, è molto difficile parlarne in maniera oggettiva. Ci provano, con alterna fortuna, Riccardo Mondo e Luigi Turinese, analisti dell’Aipa e, evidentemente, devoti del grande vecchio. Ma ci provano, e qui sta l’aspetto stimolante del loro tentativo, attraverso un volume insolito, colto e - perché no? - divertente, in cui hanno riunito una serie di lettere e di contributi, richiesti a figure fondamentali della cultura italiana odierna, sia specialistica, sia eccentrica. Così il libro si avvale, tra gli altri, degli interventi di Augusto Romano, Mario Trevi, Romano Màdera, Luigi Zoja, Silvia Vegetti Finzi, ma anche di una poesia di Manlio Sgalambro e di un dipinto di Franco Battiato. A questi interventi sono affiancate, brevi ed icastiche, le risposte dello stesso Hillman. Di Hillman, accennavo prima, si può dire tutto e il contrario di tutto. È certo che, negli anni ‘70, i suoi primi scritti, meritoriamente pubblicati da Adelphi, ebbero - su un terreno fecondato dal Maggio, ma presto, come ricorda Màdera, «indurito dall’esasperazione» - un impatto profondo e scardinatore. Revisione della psicologia, Il mito dell’analisi, Il suicidio e l’anima e Il sogno e il mondo infero restano a tutt’oggi pietre miliari della riflessione non solo psicoanalitica e, soprattutto, libri che scoperchiano il cervello. In anni più recenti, forse, è parso a taluni che invece la meditazione hillmaniana, dopo la rinuncia all’esercizio della terapia e l’apertura al «mondo oltre la finestra» dello studio analitico, rischiasse di diventare un’elaborata estetica o, come dice Romano una «psicologia post-moderna», priva del senso del tragico, così peculiare della vicenda umana
. Il volume è vario, direi godibile nonostante la complessità dei temi trattati, e spazia da interventi francamente e duramente critici, come quelli di Romano e di Trevi, a pagine di ricordo (ammalianti nella loro apparente vaghezza quelle di Luciano Perez), ad articoli in cui viene approfondito l’ultimo periodo di Hillman, quello dedicato all’Anima Mundi e alle sue malattie. Di grande interesse è il contributo di Silvia Vegetti Finzi, che ricorda d’aver premiato nel 2001 Hillman come «Maestro e Traditore della psicoanalisi», sottolineando le valenze positive del tradimento, come tradere, consegnare, trasmettere, e come gesto che, nel cambiamento, permette di rimanere fedeli a se stessi. La Vegetti Finzi sottolinea la caratteristica di Hillman «di non farsi mai trovare là dove si è attesi». Proprio in questo essere sfuggente, mercuriale, sta forse il suo maggior insegnamento: come annota Romano, è proprio il fascino ermetico del suo stile e del suo pensiero a spingere a difendersene «con ostinata determinazione». D’altronde, come non essere affascinati da colui che parla di una «moralità estetica», ricordando, nella risposta a Marcelllo Pignatelli, come la divisione tra estetica ed etica possa essere «dannosa per entrambe, poiché priva il mondo dell’estetica di ogni moralità e il mondo morale di ogni sensibilità». E come non pensare a tal proposito all’amato Keats quando scrive: «bellezza è verità e verità bellezza», oppure a Brodskij, che afferma: «l’estetica è la madre dell’etica»? Resta, in certi passaggi di questo testo composito, un sospetto di agiografia, rischio di ogni innovatore, odiato o amato con equivalente intensità. Certo è che non si può restare indifferenti al pensiero di Hillman, ricordando però che esso, proprio per la sua seduzione incantatrice, andrebbe meditato con forte consapevolezza critica, e sfrondato da quello che talora pare un certo autocompiacimento.
di Alessandro Defilippi

fonte La Stampa

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