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Sgalambro: Sciascia addio, non servi più

Dal Corriere della sera dell' 11 Febbraio 2005

POLEMICHE Un autore fuori dagli schemi contesta il dualismo tra omertà e
denuncia. E chiede ai suoi conterranei di rimboccarsi le maniche

Sgalambro: Sciascia addio, non servi più

Oddio ci risiamo, dice. Da mesi, anni, era calato il silenzio e adesso
rieccoli: l’omertà e l’antimafia di professione. Il picciotto imboscato e il
lenzuolo imbiancato. Le Gabanelli impegnate che ricordano il pizzo e i
Cuffaro indignati per lesa sicilianità. L’una che fa il suo mestiere di
giornalista e sulla Rai strappa il velo del risaputo (si paga il racket!), l
‘altro che da presidente della Regione ottiene una trasmissione
rammendatrice (l’immagine della Sicilia è un’altra!). Manlio Sgalambro s’
annoia un po’: «L’immagine della Sicilia… C’è, come no? Ma cercarla in
faccende di Cuffaro e di Gabanelli è come cercare un tesoro fra le spine dei
fichi d’India. Cercare che cosa, poi? La griglia mafiosa è una gabbia. È
chiaro che ha ragione la Gabanelli e che Cuffaro vuole cancellare a suo modo
la mafia, con un tratto di parole. Ma contesto che la mafiosità sia una
chiave di conoscenza». Sono i giorni delle candelore, a Catania, e la piazza
sotto casa Sgalambro è da cartoline seppiate: un gruppo d’ottoni in
processione che s’agita per Sant’Agata, i giornali che strillano l’arresto
di Pippo Ercolano, ultimo boss dei Santapaola. Dopo 81 anni e decine di
titoli per Adelphi, una fama senile a scrivere canzoni con Franco Battiato,
dalla finestra il filosofo guarda la morte del sole e si permette di
provocare: che palle, questa mafia! La mafia dà lavoro. E Sciascia, basta
con questo Sciascia, che riposi in pace! Un pericoloso divertissement : «Non
cambio idea. La mafia è un concetto astratto. E gli astratti si distruggono
con la logica, non con la polizia. Ma l’ha visto in faccia, questo Ercolano?
Gli guardi l’occhio, c’è un essere meschino che farebbe schifo anche ai
ladri di mercato. E noi siciliani è con uno così che dobbiamo confrontarci?
Lasciamolo alla polizia, quello! La polizia può arrestare la mafia.
Eliminarla, mai. Quello che importa è la Mafia maiuscola, concetto generale
e perciò indistruttibile».
L’isola dei mafiosi è un reality che non appassiona Sgalambro: «Ma sì,
parliamone. Però è un chiacchiericcio. La mafia in sé non mi fa venire in
mente nulla. Come la patria, i morti di Solferino. Cose vetuste. Ricorderà
quando si distingueva tra mafia e mafiosità: dire che tutto era mafia era
come dire che nulla era mafia. Bisogna restringere il concetto, riportarlo
nei suoi giusti confini. Perché ai primi del Novecento, quando la mafia si
struttura, qui nascono anche la biblioteca di Croce, l’idealismo gentiliano,
per non dire del solito Pirandello. Un mondo lontanissimo dalla mafia.
Allora, scoprite anche questa Sicilia che lavora alla cultura, non solo cose
orpellanti come le arance o il turismo. La Sicilia detesta la sua storia, la
subisce come un fastidioso rumore. Il delitto così o cosà, il superboss e il
pentito impiccato. Qual è la vostra Sicilia? Tomasi di Lampedusa o
Provenzano?». Magari quella di Sciascia e del Giorno della civetta , una
letteratura rimossa dalle coscienze… «Sciascia era lo scrittore civile, un
maestro di scuola che voleva insegnarci le buone maniere sociali. Ma
rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico. La sua funzione s’è
esaurita. Sciascia non ci serve più. Occorre una nuova riflessione, un’altra
coscienza siciliana».
Un recente contributo l’ha offerto il ministro Lunardi, quando ha detto che
con la mafia bisogna convivere… «La mafia è l’unica economia reale di
quest’isola. Mi chiedo una cosa: non ci fossero stati i gangster degli anni
Trenta, oggi avremmo questa Chicago? Ci sono fenomeni della storia,
ricchezze che non si possono fare con le mani pulite. Qui la ricchezza è
sempre stata fondiaria, senza investimenti. Non abbiamo avuto le industrie
del Nord, se devo pensare a una dinastia imprenditoriale mi vengono in mente
solo i Florio. Volete che questa regione accumuli ricchezza? La ricchezza è
per sua natura sporca. E la nostra fortuna economica non è altro che bande,
strozzinaggio. A Catania, nel 1994, i famosi Cavalieri furono eliminati
moralisticamente. Ma erano l’unica economia possibile e portavano benessere,
nonostante quel che diceva in giro quel piagnone di Claudio Fava».
A Fava hanno ammazzato il padre, per la verità… «La retorica non ci serve
più. Se vogliamo che l’economia mafiosa sia un’esistenza temporanea, se
vogliamo una Sicilia che non ha più bisogno economico della diabolica mafia,
non possiamo stare a contemplarla come una statua immobile. A un
intellettuale si chiede di combatterla in un altro modo. Il problema non è l
‘esistenza della mafia: è la valutazione che se ne fa. Perché c’è tutto
questo? Non cade dal cielo, è un fenomeno economico ben radicato. E allora
gli intellettuali producano buone opere, i birrai facciano buona birra:
inutile cogitare tutti quanti di mafia, perdere tempo a parlarne. Lavorare
il proprio giardino, alla Candide. Tu cancelli le ombre della mafia operando
più di lei, meglio di lei, opponendo il tuo lavoro al suo. A te è stato dato
questo lavoro, fallo bene, esplodi, fai vedere che cosa puoi fare anche qui.
A noi deve importare dei ladri di passo? Ci offende il giornale tedesco che
parla di Baggio “nell’isola della mafia” solo perché forse giocherà nel
Palermo? Ma questa è antimafia di maniera, chiacchiera inconcludente».
Una volta, Ferrarotti l’accusò di omertà. Perché, lei e Battiato, non avete
mai scritto una riga di mafia? «Perché dovremmo? Le briglie, le tengono in
mano giudici e poliziotti. Non abbiamo criteri d’interpretazione che non
siano quelli forniti dalla polizia. Siamo succubi delle conferenze stampa,
in balìa delle veline di questura. Mi permetta di dubitarne. Una volta c’era
il giornalismo indipendente di Mauro De Mauro, ci furono i tumulti nella
cattedrale di Palermo, quando la gente si ribellava. Momenti di
contestazione dell’autorità che non ci fa sapere. Oggi sono momenti più
brutti, insignificanti».
Allora aveva ragione Sciascia: la Sicilia è una metafora di quest’Italia un
po’ narcotizzata, incapace di reagire… «In un certo senso. Ma non si può
vivere a spese di Sciascia in continuazione. Bisogna adoperare concetti
nuovi. Basta col gioco della spartizione: è mafioso o no? Domande da periodo
di lotte religiose: è luterano o cattolico? In Sicilia sono arrivati anche i
laici, per fortuna. Ricordo Goethe a Messina, dopo il terremoto
calabro-siculo del 1783: vede per la strada giovani suore che camminano
altere con la pancia. La vita in loro si era risvegliata al di là dei dogmi
e delle tragedie. Esibivano le loro grandi pance! Qui, la vita riesce a fare
questo. Ma bisogna sprigionarla, levarla dalle gabbie della banalità».

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