
In oltre quarant’anni di carriera, la raffinatezza musicale che è sempre
appartenuta a Milva - in questo periodo di nuovo in tournée in Germania e
Svizzera - si è andata man mano affinando, e lei è diventata una delle
interpreti più lontane dal semplice consumismo commerciale immediato.
Dopo gli esordi alla fine degli anni Cinquanta, la sua prima incisione
discografica sancisce il preludio di una lunga e luminosa vita artistica. È
infatti con la versione italiana di “Milord” - che appartiene al glorioso
patrimonio di Edith Piaf, simbolo dell’identità nazionale francese - che la
“pantera di Goro” rivela una precisa tendenza.
Durante la serie infinita di concerti sulla scena internazionale -
moltissimi quelli dedicati a Brecht, Kurt Weill, Piazzolla, solo per fare
alcuni nomi - parecchie volte si è fatta accompagnare dall’Orchestra di
Padova e del Veneto. Con le sue 14 partecipazioni al Festival di Sanremo,
detiene il record di presenze femminili.
Se le si chiede di parlare del personaggio che più ha inciso nella sua vita,
la dichiarazione di devozione che fa nei confronti di Giorgio Strehler - il
suo unico e grande pigmalione fin dal 1965, quando la cantante inizia a
lavorare per il Piccolo di Milano - è assoluta e toccante.
«Posso dire con sicurezza» dice Milva «che se oggi, dopo oltre 40 anni di
carriera, sono ancora qui, e sono ciò che sono, è grazie a lui. Il 100 per
100 di quello che so, l’ho imparato da Strehler. È riuscito a tirar fuori da
me il meglio, senza mai impormi nulla. La sua grandezza era la sua umiltà:
non era mai convinto di avere in mano la cosa migliore, subito. Quando, ad
esempio, mi chiedeva di interpretare una frase come io sentivo, anche dopo
la convinzione di aver trovato la perfezione, voleva la riprova. Desiderava
dare il meglio al suo pubblico. Io sogno moltissimo: faccio sogni di ogni
genere, da molti anni. Ma quasi tutte le notti vedo Giorgio, sempre in
situazioni riguardanti il lavoro: lo sogno sul palcoscenico, mentre sale o
scende le scalette, cosa che lui faceva centinaia di volte ogni giorno;
oppure sento che mi tocca, come faceva durante una prova. E allora mi pare
di avvertire i suoi sfioramenti, la sua presenza magica accanto a me,
presenza unica, straordinaria. Fin dal primo incontro con lui sono stata
convinta di essere di fronte ad un genio. Era un uomo di spettacolo di una
potenza inarrivabile. Per me, non ce ne sono stati altri come lui. E per ora
è insuperato. Ci sono bravi registi all’estero, a Londra, in Francia Ma
credo che mai potrò rivedere in teatro la poesia sublime portata da
Strehler».
Qual è il segreto per riuscire a prolungare nel tempo il successo?
«In tutti questi anni di attività, ho fatto dei lunghi periodi di ricerca,
perché ho voluto sperimentarmi in campi diversi. Non ho fatto come certe
colleghe che, ad esempio, dopo aver interpretato per un periodo canzoni di
“mala” - anche grazie all’opera di Giorgio Strehler - si sono stancate e
sono tornate alla canzone leggera. O come altre che, in quarant’anni di
mestiere, non hanno mai cambiato genere. Io mi sarei stancata da morire. Già
negli anni Sessanta, quando ero all’apice della notorietà grazie ai vari
Sanremo, feci un patto con la Ricordi, la mia casa discografica, per essere
libera da impegni dopo il Festival, in modo da potermi dedicare a ciò che mi
piaceva, a ciò che davvero mi faceva crescere. Per me, è stato un bene
provarmi in cose diverse, anche se non sono molte, tutto sommato. Sono
famosa in Europa per aver interpretato Bertolt Brecht, Kurt Weill, Astor
Piazzolla, Luciano Berio. Ho fatto ancora delle piccole cose con Battiato e
Theodorakis».
L’ultimo suo disco ha i testi di una grande poetessa come Alda Merini.
«Ho deciso di interpretare queste canzoni dopo aver sentito che un giovane
autore aveva musicato due stupende poesie di Alda. Erano talmente ben
costruite, che ho voluto vedere cosa sapesse fare Giovanni Nuti con dieci
brani. Ha lavorato bene, ma l’operazione è riuscita all’80 per cento. È
difficile arrivare a cento la prima volta, anche se lui ha un grande
talento. A volte basta poco per allontanare il successo. In televisione, ad
esempio, può essere un’espressione del volto che non piace, una semplice
smorfia. Per svoltare, invece, basta un piccolo quid di fortuna, il “grande
incontro straordinario della vita”».
Per un artista che non sia celebre come Milva, è difficile affrontare il
mondo musicale stando lontano dalla canzone commerciale?
«Dipende da cosa un giovane, cantante o musicista, cerca nella vita. A me
piace molto l’impegno ma, per questo, bisogna dare molto di più. Io ascolto
molto i giovani e, tra i tanti, mi coinvolge Mauro Pagani, anche se non è
più agli inizi. Elisa Giorgia la Pausini sono ragazze che hanno delle
potenzialità. Si scrivono le proprie canzoni - cosa che io non ho mai
fatto - ma non sono abbastanza curiose. Tra tutte, mi sembra più portata
Elisa. Giorgia fa testi troppo banali: non si può continuare a fare la copia
della copia della copia. Adoro Cecilia Bartoli, che per me è il più grande
mezzo-soprano del mondo. Ma, nella musica leggera, non ho ancora trovato
qualcuno che mi esalti. Mi diverte Zucchero, nella sua follia; non mi piace
ascoltare Ramazzotti, perché mi disturba il suo cantare di naso; Vasco Rossi
mi ricorda molto i miei esordi, quando dicevano che ero un animale da
palcoscenico. Però, non so come facciano i ragazzini ad amarlo.
Probabilmente, è perché lui si presenta come uno di loro. È riuscito a
creare una simbiosi coi giovani, per le cose elementari che dice. I ragazzi
di oggi non sanno più maneggiare la lingua. Dopo dieci frasi non sanno più
che dire. Ecco perché si riconoscono in quelle canzoni. Poi, lui ha la
potenza dei watt che l’aiuta. Lo ricordo ai suoi esordi, sul palco di
Sanremo, quando cantava e aveva una specie di perdita d’identità nello
sguardo. Era interessante: si capiva che c’era qualcosa, e infatti è
riuscito ad arrivare alle masse. E’ intrigante che un uomo solo riesca a
coinvolgere folle di oltre centomila giovani, anche ora che è oltre i 50».
Un messaggio per i giovani che vogliono far musica.
«Studiare, studiare, studiare. Solo con l’applicazione si arriva ad ottenere
qualcosa. E abbiano tanta umiltà nell’avvicinarsi alle cose, e tanta
pazienza. Solo così si può sfruttare il proprio talento».
Giuliana Fantuz

Carla








