La fugacità di una canzone

Articolo di Finetta Guarrera, tratto dall'edizione dell'11 Marzo 2005 de "La Sicilia

INCHIESTA SULLA SINDROME DI PETER PAN. Intervista al filosofo e cantante
catanese Manlio Sgalambro
Provocatorio e caustico, Sgalambro ha rilasciato giorni fa al Corriere
un’intervista dal titolo: “Sciascia addio, non servi più”. Sono seguiti
anatemi che hanno fatto sorridere il filosofo. Il quale precisa: “Io ho
posto la questione dello scrittore civile e dei suoi temi, in questo
tempo. Il punto è se lo scrittore civile e i temi che esso addita, hanno
ancora un senso. O se noi dobbiamo trovare il nostro destino culturale
prescindendo anzitutto da questi maestri, i quali hanno indicato solo un
tema. Ipnotizzati, in questo caso, dal tema della mafia e non vedendo
altro. Io parlo per quelli che fanno cultura, fissando gli stessi temi che
Sciascia fissava in altro momento, quando c’erano le grandi ideologie. E
allora uno poteva farle, queste incursioni. Ma oggi non abbiamo più questa
nicchia ideologica e dobbiamo cercarcela. Se Sciascia trovò nella mafia la
sua peste, non è detto che lo sia ancora oggi. Perciò dico all’uomo di
cultura: ‘Vuoi una peste? Cercatela! Ma che sia un tema a te congeniale e
non ereditato dai grandi maestri del passato e che tu ti porti addosso!”.
Dal Trattato dell’empietà a De mundo pessimo: due fra tanti titoli,
l’ultimo recentissimo, per farsi un’idea dell’accigliato filosofo Manlio
Sgalambro, gloria catanese. Affermatosi al di fuori di ogni conventicola
accademica e addirittura privo di diploma di laurea, il teorico del
pensiero negativo, favorito dal suo aspetto severo, ama mostrarsi
urticante e “cattivo”. Per scelta e per vocazione. Del resto, è un uomo
libero, non mendica favori e perciò dice quel che gli pare senza riguardi
per nessuno, che sia vivo o morto (il riferimento è alla recentissima
polemica innestata da alcune sue dichiarazioni su Leonardo Sciascia e la
mafia, di cui riferiamo a parte). Tutto secondo i canoni.
Tuttavia ecco che, in tarda età, lo spigoloso pensatore sale i gradini di
un palco, anzi di molti palchi in giro per l’Italia, e si propone come
paroliere e cantante. Canta canzoni sue, ovvero scritte per Franco
Battiato che gliele ha chieste: ma anche canzoni che furono i cavalli di
battaglia di Trenet e di Aznavour che strappavano diluvi d’applausi già
alle prime note. Sarebbero confronti da far indietreggiare chiunque.
Ma lui, l’outsider Sgalambro, non si cura nemmeno se il pubblico, alla sua
voce roca, rumoreggi o applauda. Gli applausi, comunque, dovranno pur
esserci. E Sgalambro prosegue le sue tournée senza scomporsi. Che si
scompongano gli altri, semmai. Che si straccino le vesti, che deprechino:
per Sgalambro è sicuramente un motivo di godimento in più.
Ora questo improvviso colpo di coda, questo rimescolamento di carte - da
un lato il cupo filosofare, mai del resto abbandonato, e dall’altro la
canzonetta futile e fugace, proposta per il divertimento del pubblico -
sono sicuramente un sintomo di vitalità sorprendente. Che nell’ottantenne
Sgalambro, nonostante il suo ribadito elogio della vecchiaia (vedi il suo
Trattato dell’età), si celi un Peter Pan spinto da un irrefrenabile
bisogno di trasgressione e libertà? Con il suo volo verso “l’isola che non
c’è” che può voler significare, anche, una presa di distanza da quello che
c’è?
Questo, è inutile dirlo, lo rende simpatico. Così come piacevole è stata
la conversazione che abbiamo avuto con lui, sorprendentemente addolcito
dal successo, nel suo studio gremito di libri. Parliamo allora di Peter
Pan, maestro.
“A me pare che questi simbolismi del fanciullo compaiano varie volte nella
storia europea. Ma che vuol dire fanciullo? Prolungare l’età della
leggerezza e del divertimento, dell’irresponsabilità”.
- Proprio lei ha magnificato l’irresponsabilità.
“Ma l’irresponsabilità del filosofo! Ho considerato che l’irresponsabilità
è quel momento in cui uno mette consapevolmente tutto al muro. È il
momento in cui non si è pressati da responsabilità oggettive, non si è
precondizionati nella grande riflessione. Ma per il ragazzo, per Peter
Pan, che cosa può essere l’irresponsabilità?
- Voler restare fanciullo?
“Bisogna fare una scala, dal puer al puersenex che non vuole accettare lo
scorrere dell’età”.
- Lei come sente l’età che avanza?
“Come una scalata. Se uno decide di scalare una montagna, salire ancora
più in alto è meritorio. Raggiungere la cima. L’invecchiamento è un passo
necessario per chi vuol percorrere una certa strada. Non è un passo
necessario per chi vuol fare il girotondo”.
- Perché si sceglie di restare bambini?
“Perché sono crollate le grandi ideologie politiche dentro cui la vita era
posizionata. Oggi tutto questo è crollato. C’è volontà di divertimento:
come un nirvana addomesticato, come in una discoteca dove ci si annulla
nella musica”.
- Anche nei grandi concerti c’è quest’obnubilazione. E lei sale volentieri
sui palcoscenici.
“Io uso parlare di emigrazione interna, come i tedeschi quando avevano il
nazismo e tuttavia non volevano emigrare come i Mann e i Werfel, ma
restare ed operare nel loro Paese. Questa è la mia migrazione interna.
Perché io non voglio prostituire il mio pensiero al danaro, ad una
professione…”.
- Vuole pensare irresponsabilmente?
“Senza avere addosso il pensare istituzionale, che mi obbliga ad essere
‘civis’. Questo io lo considero un limite, un limite imposto”.
- E allora lei va fuori, trasgredisce.
“È un modo di vivere la mia libertà. Se avessi avuto cariche accademiche
non avrei potuto farlo”.
- Si sente giovane.
“Diciamo che considero l’età con entusiasmo”.
- Una delle pochissime cosa che la entusiasmano… Ma è sincero?
“L’età mi fa vedere di più. O magari credo di vedere di più”.
- Non si chiede cosa pensa la gente nel vederla salire su di un palco?
“Non me lo sono mai chiesto. Non esiste una pubblica opinione cui dar
conto”.
- Deve essere liberatorio, disorientare chi se l’immagina nei panni del
filosofo e lei gli appare in veste di cantante. Si propone come fenomeno.
“Indubbiamente. Il divertimento esiste”.
- È probabile che si divertano più gli altri, che lei.
“E ci sono anche i doveri. Si accumula stanchezza, ci sono le trasferte
giornaliere, i disagi. È pesante”.
- Sono sacrifici. In cambio ha la soddisfazione di cantare ‘La mer’.
“Ci fu uno stoico greco che tradì lo stoicismo per darsi ai bagordi, alle
cose ‘vana et futilia’. Fu considerato un traditore, ma volle dare
l’esempio della libertà del filosofo e di questa possibilità del passare
dal sublime e serioso, alle cose vane e futili”.
- Alla sua età è una bella sfida.
“Non amo sfidare. Significherebbe sfidare l’altro una parte in qualche
modo necessaria al tuo vivere. Non è il mio caso”.
- Ma il pubblico è necessario al suo canto. Dovrà cercare di riuscirgli
gradito.
“In qualche modo”.
- Offre canzoni. La cosa più fugace che esista.
“Ho scritto un libro, Teoria della canzone. Scrivo canzoni per Battiato
dal ‘94. Questo mi ha portato a considerare cosa fosse la canzonetta, in
un periodo effimero. Se per caso essa non incarnasse questa etera
Esmeralda, la delicata farfalla che in tre minuti sviluppa la sua vita,
vive e muore. Questa fugacità della canzone, il suo darsi come fugace,
anche se poi può durare. Ma il modo in cui appare è sempre la fugacità.
Non potrebbe durare di più, non può durare che tanto. Il pubblico non la
sopporterebbe più a lungo”.
- Il tempo d’un refrain.
“Questo senso del fugace è quello che mi è piaciuto di più, che mi ha
sfidato. Se sfida mai c’è stata”.
- Non teme che il cantante possa offuscare la sua immagine di filosofo?
“No, no. Io sono filosofo dalla testa ai piedi, comprese le scarpe, come
avrebbe detto Gentile. Le due cose coesistono, non interferiscono”.
- Ma la canzone forse le dà di più. Applausi, se non altro. Si sente
gratificato?
“Sì, gli applausi sono piacevoli. Ma anche qui, dura pochissimo. Un
momento dopo, tutto si sfarina e non c’è più niente. Ma il bello è questo”.
- Vede altri Peter Pan, nella nostra società?
“Battiato è un eterno fanciullo. Poi, per la sconsideratezza, per la
leggerezza con cui trattano certe cose, i politici in genere. Credo che il
ceto politico dominante, globalmente inteso, sia in un momento di poca
formazione, di improvvisazione, quasi un ceto spontaneistico, che non si è
formato, che non la ragioni per essere un nostro rappresentante. Sentirsi
governati da un tal ceto politico, è oltremodo grave, è gravissimo”.

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