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C'è ancora il cinema nel futuro di Franco Battiato.

Il suo ultimo film, Musikanten, presentato e fischiato a Venezia, esce nelle sale a fine gennaio, e già è in cantiere un altro progetto cinematografico a cui il cantautore regista siciliano sta iniziando a lavorare in questi giorni.

Intanto l’autore è in giro per l’Italia per promuovere Musikanten, un’opera
particolare interpretata da Alejandro Jodorowski, Fabrizio Gifuni e Sonia
Bergamasco che narra gli ultimi anni di vita del musicista tedesco Ludwig
Beethoven attraverso l’ipnosi regressiva della protagonista, una donna dei
nostri tempi (la Bergamasco). Dopo la travagliata ricerca di una
distribuzione, Battiato sembra aver finalmente trovato una formula che
permetterà al suo film di accedere alle sale italiane: “Abbiamo raggiunto
degli accordi diretti con i singoli esercenti che hanno dimostrato interesse
a proiettare il film”, dice il regista. Ma perché tanto scetticismo verso
Musikanten? Lo abbiamo chiesto allo stesso Battiato che stasera presenterà
il suo film ad Alghero.

La critica e i circuiti della distribuzione cinematografica non hanno
accolto positivamente il suo film. Perché secondo lei?
Quando ci si trova davanti a situazioni di questo tipo, sui giornali si
tende a mettere in evidenza il lato più negativo. Al contrario, Musikanten è
stato apprezzato molto dalla maggior parte dei critici che contano. A
contestare il film sono stati i soliti quattro o cinque ragazzini che
frequentano i festival e che un giornalista ha sagacemente definito gli
“ultrà del cinema”. Sono gli stessi che lo scorso anno hanno riservato un
trattamento simile a Ovunque sei di Michele Placido. E poi non bisogna
dimenticare che Musikaten non è il solito film, ma è frutto di un lavoro
molto originale, in cui ho voluto mettere insieme le mie due più grandi
passioni: Beethoven e il tema della trasmigrazione dell’anima. All’inizio
volevo semplicemente fare un film sulla vita del grande musicista. Poi ho
preferito inserire la biografia degli ultimi anni della vita dell’artista
tedesco nel corpo del film. E così ho ambientato la storia nei nostri
giorni, inserendo a metà della narrazione un salto temporale nel passato,
attraverso un processo di ipnosi regressiva.

Come nasce la sua passione per il cinema?
E’ iniziato tutto due anni fa, quando mi è stato commissionato Del perduto
amor, il film con cui ho esordito. Così ho scoperto che oltre a guardarlo,
il cinema mi piace farlo. E un gioco che m’intriga molto. Quest’arte mi ha
sempre affascinato.

Che differenza c’è tra il cinema e la musica?
In entrambe cerco di mettere un po’ della mia persona, le emozioni, le
passioni, la poesia. L’ispirazione è la stessa, cambia il mezzo
d’espressione.

I suoi progetti futuri?
Prenderò un periodo di pausa dalla musica per dedicarmi completamente ad un
nuovo film di cui sto buttando giù le prime idee. Ancora non vorrei dire
precisamente di che si tratta. Ma una cosa è certa, non sarà un film
drammatico: è già tanto triste la vita che non occorre che anche il cinema
ce lo ricordi.

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