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Milo, esterno giorno. Caldo. Parecchio caldo.

Milo, esterno giorno. Caldo. Parecchio caldo. Colori predominanti: verde e blu

Alla fine di un viaggio lungo novecento chilometri, arriviamo nell’infuocato
magma della Sicilia. Siamo a caccia di un signore che di mestiere fa
l’artista. Ci aspettiamo che racconti qualcosa di sè. Lui ci riceve nella
propria casa alle pendici del potente e silenzioso Etna, stordendoci con
un’ospitalità disarmante. La chiacchierata fila via come un niente per circa
due ore. Abbiamo parlato di tutto. Commovente.
Signore e signori, ecco a voi Franco Battiato.

Che rapporto ha con le interviste?
Non faccio nessuna resistenza, anche perché fanno parte del mio mestiere.
Noto tuttavia che, col passare del tempo, le interviste vanno deteriorandosi
e sbiadendosi. L’altro giorno mi hanno chiesto se avevo collaborato al video
dei Bluvertigo. Io ho risposto che avevo avuto soltanto un ruolo da attore,
come un De Niro. Il giorno dopo La Sicilia titolava: “Sono il De Niro della
musica”. C’è parecchia disattenzione e creatività senza regole, e questo può
tradursi in trappole. Per fortuna non è sempre così. Certe volte si
incontrano persone che ti fanno rivedere la spietatezza intellettuale che
hai sul mondo.

Quesito esistenziale: tra i dolci tipici siciliani preferisce la cassata o i
cannoli?
La cassata. Il cannolo ha un residuo che mi rovina il gusto dell’entrata,
cioè la scorza. Per me la bellezza sta dentro, non fuori, e la cassata è
fatta interamente di crema: un piacevole tutt’uno che non pone barriere tra
me e il gusto.

Si annoia mai?
“Noia” è un vocabolo a me sconosciuto. Compro cento libri, ne scelgo dieci e
li leggo. Recentemente ho avuto tra le mani un libro di Kierkegaard “da
urlo”.
Altrimenti mi basta guardare un albero.

Non stiamo parlando solo di divertimento intellettuale?
Non bisogna scindere, sennò si rischia d’impoverire l’essenza del
divertimento. L’intelletto non è una cosa fredda distinta dall’emotività. Mi
viene in mente che Einstein sosteneva di avere sentito la relatività per la
prima volta nei suoi muscoli.

È felice?
Sono legato alle condizioni naturali dell’esistere. Così posso aprire la
finestra, vedere un tempo nuvoloso e ricollegarmi ad ebbrezze - odori,
profumi - dell’infanzia. In questo modo tutto il resto svanisce, anche le
cose turpi e violente. In realtà la mia vita non si nutre della
comunicazione con gli umani, ma conta di più la realtà più intima.

Cosa ricorda degli anni di scuola?
Ho vissuto l’infanzia del dopoguerra, una vera e propria epoca di rinascita
collettiva come reazione a un mondo che aveva distrutto milioni di persone.
In questa “patologia dell’esistere” eravamo molto sani e le frustrazioni che
attribuiscono a certi insegnamenti noi non le abbiamo neanche sfiorate. Si
andava in chiesa solo a giocare a pallone o a bigliardino. Il prete ci
faceva un baffo, anche se ci schiaffeggiava noi gli facevamo il verso.
Ho studiato molto poco con grandissimi risultati, solo perché ero molto
attento; al mattino mi svegliavo mezz’ora prima per ripassare, ma nulla più.
Avevo già in mente lo spettacolo. Se sapevo una minima cosa, essa sbocciava,
non mi chiudevo come gli altri per emozione; questo faceva la differenza.

Quanto ha influito la scuola sulla sua formazione?
Mi ha dato poco. Non è un’accusa all’istituzione, ma fa parte del comune
destino degli studenti non sopportare la scuola. Ho recuperato dopo la
strada verso “l’affinamento dei propri mezzi”. Il problema della scuola è
che si studia soltanto per un esame, un’interrogazione o un compito in
classe. Sarebbe meglio pensare l’insegnamento in maniera diversa. Ci
vorrebbero dei maestri prima che dei professori, ma già è difficile trovarli
nella vita.

Ha avuto un maestro che le ha insegnato quant’è difficile trovare l’alba
dentro l’imbrunire?
Sono stato molto fortunato perché ho incontrato sempre persone giuste al
momento giusto, oltre ad una predisposizione a non avere categorie. Così do
la stessa attenzione a un tassista o a un professore di filosofia. Non è una
carica a suscitare la mia attenzione, ma solo una curiosità naturale.

Dopo tanti anni non ci si stanca di essere artisti?
Non mi sono mai stancato del mio mestiere; quando lavoro ho ritmi da
impiegato, assolutamente spietati: sono capace di ascoltare un brano mille
volte. Non escludo tuttavia che possa essere divertente cambiare a una certa
età. In questo momento non è il mio caso.

Alcuni artisti cambiano il modo di cantare un brano, perché non hanno più
voglia di farlo. Lei?
Ci sono artisti che non sanno stare senza palco o senza pubblico; io non
sono uno di questi. Quindi ho un rapporto meno isterico con il mio
“materiale”, non mi esalto né mi deprimo. Non trovo giusto imbruttire una
canzone perché non ti va più di farla, al massimo si può cambiare in meglio.
Cantare sempre in un certo modo, del resto, fa parte dei doveri di questo
mestiere.

Lei passa da Milano, la metropoli, a Milo, il piccolo paese; da una musica
per tutti a una musica comprensibile a pochi: come la mettiamo?
All’interno di regole che l’artista stabilisce, in un progetto che non può
andare a destra né a sinistra - sennò sarebbe indecente - la sfida di
rendere popolari anche cose che apparentemente non sono commerciali è una
prospettiva interessante. Per me non esiste “per pochi o per tanti”; il
problema semmai è di fraintendimento: perché deve essere per pochi una
musica che mira in alto? Così si offende il popolo, perché viene considerato
una massa barbarica.

Bello, qui. Non è troppo grande per viverci da solo?
Vivo qui da tredici anni, ma non da solo. Mi considero un eremita di lusso,
perché intorno a me ci sono persone che mi accudiscono, che mi fanno da
mangiare. È fin troppo facile fare l’eremita così, è sicuramente
meraviglioso, non hai difficoltà da affrontare.

Sì, ma la vita sentimentale?
Adesso ho una certa età, anche se non mi precludo nulla; ci può essere una
sorpresa da un momento all’altro. Tuttavia una convivenza, ad un certo punto
della vita, è ipotizzabile soltanto in stanze separate, abbastanza lontane:
non sono più tempi della condivisione totale. E vi posso assicurare, io che
nella mia vita ne ho viste tante, che è così!

Per venire qui noi abbiamo affrontato un viaggio. Qual è la sua idea del
viaggio? Le piace viaggiare?
Quando non avevo le possibilità finanziarie ho considerato il viaggio come
qualcosa di veramente importante. Nel periodo dei vent’anni ho viaggiato
moltissimo con gran divertimento, scoprendo mondi nuovi, culture nuove;
tutto, naturalmente, seguendo l’arte di arrangiarsi. Oggi, invece, sento il
bisogno di certe comodità, anche perché le energie per dormire sul ponte di
una nave non ci sono più.

Lei quindi non si considera un nomade? Ha sempre ben presente un luogo di
ritorno?
Mi considero un sedentario costretto al nomadismo. L’appartenenza a un luogo
sa comunque di sciamanismo. Parlando della mia esperienza, la mia fuga dalla
Sicilia è stata brutale. Ogni volta che tornavo per motivi familiari mi
ammalavo, come se la mia terra mi rifiutasse. Ad un certo punto, però, la
stessa terra mi ha richiamato, per riportare nel luogo d’origine tutto ciò
che avevo imparato fuori.

C’è un luogo nel mondo che le comunica benessere?
Il benessere per me è una categoria esclusivamente spirituale. Ai beni
materiali va dato il giusto peso, non ci si può far spappolare il fegato
perché qualcuno ti tampona la macchina. Se hai messo la tua vita nelle mani
di un rottame, peggio per te.

Siamo bombardati da colori, profumi, desideri di ogni tipo. I banchi della
musica, della letteratura e della frutta sono più colmi di quelli della
frutta. Come fare per raccapezzarsi? Ci scoppierà il cervello? Dobbiamo
suicidarci o prendere sentieri di montagna?
Già in psicologia, due secoli fa, avevano scoperto questo genere di limiti.
Un cervello può assimilare una certa quantità di informazioni. Quando vai in
un museo per più di un’ora non ce la fai più, perché hai troppe
informazioni - il colore - dello stesso genere. Per leggere un giornale,
vista la mole di dati, ci vuole una settimana. Far pulizia è una condizione
essenziale per sopravvivere. Per quanto mi riguarda è bene fermarsi: io
pratico la meditazione da trent’anni per azzerare le cose superflue. In
questo modo si può ritornare alla vita con rinnovata voracità.

Si può pensare in un futuro non troppo lontano a microchip impiantati nel
corpo come ennesima provocazione del progresso?
Sicuramente sì. Sarà come avere una biblioteca in testa, con cui si potranno
fare centinaia di migliaia di miliardi di operazioni al secondo. Per
esempio, andare alla voce “Beethoven” per sapere quando è nato.

Facendo uno sforzo di fantasia, quanto si può introdurre di artificiale in
un organismo umano?
Posso rispondere citando Kierkegaard: “Il problema dell’infinito è che manca
di finito”.

Cosa pensa delle manifestazioni antiglobalizzazione, da Seattle in poi?
Trovo insopportabili certi tipi di protesta. Se tu ami gli animali non puoi
uccidere chi fa loro del male, perché la violenza è lo stesso mezzo che
utilizza colui che criminalizzi. Allo stesso modo detesto quegli
pseudotifosi che approfittano dello sport per distruggere e scatenare caos.
Se hanno bisogno di sfogarsi, che lo facciano su un ring, in cui almeno ci
sono delle regole.

Bisogna sottolineare tuttavia che ci sono dei movimenti pacifisti che
portano avanti delle idee precise, alla cui base c’è la convinzione che nel
mondo comandano veramente in pochi.
Così va la vita. Ti faccio un esempio. Oggi la campagna antifumo sta
raggiungendo livelli altissimi. Allora la domanda è: perché non si fa lo
stesso per scoraggiare l’uso delle automobili? I danni alla nostra salute
sono gli stessi. A questo punto bisogna insospettirsi, ed è lecito chiedersi
da che pulpiti vengono le prediche. Se penso a tutto ciò che di sconcio e
degno del carbone più nero avviene sotterraneamente, mi viene in mente il
detto siciliano “cumannari è megghiu chi futtiri “. Bisogna pensare alla
propria vita e cercare di uscire indenni da queste nefaste influenze. È bene
risolvere i problemi con se stessi prima di pensare a difendere la società.

Si considera quindi un anarchico?
Decisamente sì. Citando Sgalambro, l’idea di essere governato mi nausea.

Cosa la incuriosisce dell’universo giovanile, oggi?
Non sono per le categorie, non mi interessano i giovani in quanto tali.
Piuttosto ho bisogno di sentire la razza umana. Del resto, uno può avere
quindici anni ed essere più vecchio di uno di settanta. Allora, chi può
essere considerato giovane? Non potete pensare di essere un branco, ognuno
vive con valori diversi. Io rispetto tutti, sono lontano anni luce
dall’essere moralista. Ognuno ha la sua verità, io seguo la mia.

Cosa si sente di dire agli studenti.it di tutto il mondo?
Uno studente dovrebbe per prima cosa studiare se stesso.

intervista apparsa sul mensile YET, giugno 2001
a cura di Luca Mirone, Marco Occhipinti, Freshguy e Enrico Maria Milic

Battiato “on the road”
Cucina, un universo sconosciuto al profeta di Milo. Nel periodo milanese B.
cerca di confrontarsi con i fornelli, ma con risultati oggettivamente
discutibili. “L’unico piatto degno di menzione è la pasta ai quattro
formaggi, ma non immaginate chissacchè!”
Ma il Nostro ha altre frecce al suo arco, non passa il tempo a ciondolare
per casa quando non lavora. C’è la pittura, disciplina per lui impegnativa.
Noi abbiamo avuto la fortuna di ammirare i suoi quadri disseminati per la
casa, e possiamo dire che il Maestro sa il fatto suo. Avete presente
l’inferriata presente nella copertina del suo ultimo disco? Appunto.

Consumi musicali e letterari
Solo musica classica, specialmente barocca o un certo sinfonismo
dell’ottocento. Una trasmissione via satellite, Top classica, con cui il
Maestro “si bea della competenza di grandi direttori d’orchestra che ha
amato nella sua vita”.

Letture recenti
La rivelazione del Buddha . La malattia per la morte di Kierkegaard. Sei
pezzi facili, del fisico Feynman. Ballando nudi nel campo della mente , del
biochimico Mullis.

Da tenere sul comò
Le braci, di Sandor Marai, “perché percepisci dei mezzi strepitosi, un
talento che si manifesta attraverso la penna. Il classico non è
incidentalmente legato a un vizio del tempo, ma supera la sua epoca: non è
né cannibale né vegetariano”.

“Clemente!!!”
La dimensione domestica di B. esce allo scoperto in maniera insospettabile:
tra una stilla di saggezza ed un’altra, ecco il Maestro trasalire:
“Clemente, scendi giù dal divano!! Guarda che ti rispedisco nei giardini
della preesistenza!”. Abbiamo fatto la conoscenza del mitico gatto di casa
Battiato. Il Maestro sostiene che il micetto abbia l’anima di un cane, e che
in una vita precedente fosse una donna. Chissà che musica ascolta.

Chi è questo signor Battiato?
Franco Battiato nasce nel 1945 a Jonia, un paesino in provincia di Catania.
Sin dai primi anni Settanta il musicista siciliano partecipa attivamente
alle correnti di ricerca e sperimentazione europee. Tra gli altri: L’ Era
del Cinghiale Bianco (1979), Patriots (1980), e nel 1981 La voce del padrone
, L’ arca di Noè (1982), Orizzonti perduti (1983), Mondi lontanissimi
(1985). Parallelamente alla musica pop, B. realizza sontuose opere liriche
che raccolgono il successo della critica. Nell’ottobre ‘93 B. pubblica la
raccolta di canzoni Caffè de la Paix , che si classifica miglior disco dell’
anno.
Si è esibito ovunque, da Milano a Palermo, dal Libano a Baghdad. Nella sua
musica c’è di tutto: rock, sonorità balcaniche, ascendenze
mistico-orientali, eleganza austriaca, sensualità barocca, e tanto altro. I
testi delle canzoni tradiscono una cultura raffinata e intima, l’approccio
alla lingua è principesco.
Nell’autunno del ‘96 il brano La cura viene premiato come miglior canzone
dell’anno.
Ferro battuto è l’ultimo album di musica pop uscito nell’aprile 2001.
Strepitoso!
Se non lo avete ancora ascoltato, è un problema vostro.

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