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Perché è importante un album, pur,forse, non essendo capolavoro?

Forse perché pubblicato in un momento decisivo in cui in qualche modo bisognava riporre i piedi per terra e far capire - proprio in un grande periodo di confusione totale - che in fondo "trattasi di canzonette"?

di Giuseppe De Grassi

Perché è importante un album, pur, forse, non essendo capolavoro assoluto?
Forse perché pubblicato in un momento decisivo in cui in qualche modo
bisognava riporre i piedi per terra e far capire - proprio in un grande
periodo di confusione totale - che in fondo “trattasi di canzonette”? O
forse perché nel suo bignamismo intrinseco e nella sua voluttuaria
leggerezza, riesce perfino a dimostrare che il rock, in fin dei conti, è
solo un gioco per intellettuali appassionati e che, magari, basterebbe fare
un po’ di esercizio sulla Settimana Enigmistica, perché anche lo
stupefacente diventi ovvio.

I più considerano La voce del padrone un album pop. Per me è uno dei più
straordinari album rock mai pubblicati e che solo l’impotenza dell’industria
discografica italiana non ha trasformato in successo mondiale. Ma facciamo,
prima di addentrarci in un’analisi dell’album, un po’ di cronologia. Franco
Battiato nasce come cantante di musica leggera. Canzoni, scritte negli anni
sessanta che non rimangono certamente nella memoria collettiva: curiosità da
collezionista, più che altro.
Poi, all’inizio dei settanta la svolta progressive con due album concept,
Fetus e Pollution, sovraccarichi di idee e, per certi versi, affascinanti.

È l’epoca in cui in Italia si può fare di tutto: l’industria (e le piccole
etichette legate a essa come, nel caso specifico, la Cramps) lasciano
praticamente carta bianca agli artisti: di tutto e di più, sembra il motto
dell’epoca. Nascono e muoiono artisti nell’arco di un lp; ad altri viene
data la possibilità di continuare a lungo un discorso, probabilmente non
remunerativo, di certo prestigioso, perlomeno dal punto di vista dell’
immagine.

Così, dopo il progressive, per Battiato è il momento dell’avanguardia:
dischi difficilissimi e indigesti (Click, M.lle Le Gladiator, L’Egitto prima
delle sabbie), dove il tributo a artisti come Cage, Varese, Stochausen è
pesantemente pagato.

Ma il prodotto non rende e allora la fulminate idea: “avanguardizzare” la
canzonetta. Trasformarla in qualcosa di più: in una sciarada, in un rebus,
in un anagramma in cui ognuno può cercarsi una soluzione diversa. L’era del
cinghiale bianco è una sorta di provino, un prequel per vedere dove si può
andare a parare. Già i riferimenti ci sono tutti, il gioco dei generi, le
citazioni più o meno nascoste, gli intrecci di culture musicali. Ma è con la
Voce del Padrone che Franco Battiato da Catania focalizza definitivamente il
suo personale gioco e trasforma un disco di mille canzonette in una delle
pietre miliari del rock.

Si capisce subito che la direzione è quella giusta. E allora via al grande
frullato dove canzone, lirica, lied, romanza, rock - e chi più ne ha, più ne
metta - diventano, non solo un disco appassionante, ma anche uno dei più
grandi successi degli anni ottanta.

Maestro panettiere, Battiato sforna filoni di pane, pizzette di vari gusti,
croissant e tramezzini per tutti i gusti. Le citazioni si sprecano: anzi,
sono una macchina sonora e letteraria infernale che cattura, rimanda, fa
scoprire. C’è il libretto lirico e la poesia risorgimentale, versi carmici e
frammenti “dilaniati”, l’Oriente che già si sposa (e divorzia) dall’
Occidente, Dylan e Sorrenti (quello di Figli delle stelle, non certo di
Aria), il prima e il dopo la caduta dell’Impero Romano, le civiltà del sogno
e quelle del bisogno, l’io corporale e quello astrale, l’introspezione e l’
esternazione, la musica sacra e quella profana.

Allora, se il rock è innovazione, cultura, dileggio delle regole, come non
considerare questo La voce del padrone, un album rock? Perché, poi, forse il
discorso, la linea rossa che percorre il disco, è proprio questa: la voce
del padrone è una Babele senza senso e senza storia. A noi captare i segnali
e decidere cosa farne di queste sette “canzoni”.

Franco Battiato - La voce del padrone (Emi, 1981) Summer on a Solitary
Beach, Bandiera bianca, Gli uccelli, Cuccurucucù, Segnali di vita, Centro di
gravità permanente , Il sentimiento nuevo

http://www.unitedmusic.it

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