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Prove tecniche di canzonette( filologia aBBattiata 1975-1978)

Scorrendo i libri e le biografie dedicate a Battiato è frequente veder indicato il 1979 e l'uscita dell'LP "L'era del cinghiale bianco" come un momento di svolta radicale rispetto agli album immediatamente precedenti (il cosiddetto, e peraltro breve, "periodo Ricordi" che, per quello che riguarda la pubblicazione di LP, si è rapidamente risolto nel biennio 1977-1978).

Introduzione:

Scorrendo i libri e le biografie dedicate a Battiato è frequente veder
indicato il 1979 e l’uscita dell’LP “L’era del cinghiale bianco” come un
momento di svolta radicale rispetto agli album immediatamente precedenti (il
cosiddetto, e peraltro breve, “periodo Ricordi” che, per quello che riguarda
la pubblicazione di LP, si è rapidamente risolto nel biennio 1977-1978).
Seconda la vulgata comune Battiato si affaccerebbe (o ri-affaccerebbe)
improvvisamente nel mondo della musica pop rompendo drasticamente con gli
anni precedenti dedicati ad una ricerca musicale estrema e personalissima.

Se è indubitabile che questo disco segni una svolta nella carriera di
Battiato c’è da sottolineare che le canzoni de “L’era del cinghiale bianco”
non piovono dal cielo e non sono frutto di un improvviso “colpo di testa” di
Battiato quanto di un processo, relativamente sotterraneo, troppo spesso
ignorato dai critici musicali e da biografi più o meno improvvisati.

Obiettivo di questo scritto è di dimostrare come nel periodo che va dalla
pubblicazione di “No U turn” (unico brano ad utilizzare ancora la
forma-canzone, per quanto particolare, su “Clic”, 1974) a “L’era del
cinghiale bianco” (brano di apertura dell’album omonimo, 1979, che rilancia
alla grande il rapporto tra Battiato e la musica pop), Battiato non abbia
mai smesso di confrontarsi e lavorare con l’universo della “musica leggera”
realizzando lavori sicuramente poco noti e, in alcuni casi, addirittura
abilmente “celati” dal nostro in maniera che non fossero riconducibili al
suo nome.
E’ importante sottolineare che non furono solamente i critici musicali a
segnalare ESCLUSIVAMENTE le opere di “avanguardia” di Battiato sottacendo e
misconoscendo le sue attività parallele, quanto una sua strategia vera e
propria che mirava a porre sotto gli occhi della critica i lavori ai quali
teneva di più e che reputava più importanti.

“Da più di 3 anni sto praticamente chiuso in una stanza”
(da un’intervista pubblicata da Ciao 2001 nell’agosto 1978)

E’ solo a valle delle sue (comunque clamorose) scelte degli anni ‘80 che,
ricostruendo a posteriori le sue attività nella seconda meta degli anni ‘70,
emerge con una certa chiarezza come la fascinazione per la canzone non lo
abbia mai realmente abbandonato e, alla lunga, abbia anche finito per
prevalere sulle ambizioni di una carriera basata sulla pura ricerca
(musicale).

1) I lavori ufficiali

Come accennavo sopra nell’album “Clic” troviamo presente quella che, per
lungo tempo, sarà l’ultima canzone incisa dal nostro. Siamo nel 1974 e
all’interno di un LP molto composito e dalle atmosfere variegate troviamo
“No U turn”, canzone dalla lunga introduzione rumorista seguita da una
ulteriore breve introduzione con il canto in reverse e che infine si
caratterizza per le sue tastiere circolari ed un breve testo di rara
sincerità.
Non è certo un brano buono per San Remo, ma negli anni a seguire non
troveremo più nulla di simile.

Nel 1975 esce “M.lle Le Gladiator” fondata da un lato su collage sonori e
dall’altro su improvvisazioni all’organo della cattedrale di Monreale.
A questo seguono i 3 famigerati LP incisi per la Ricordi (croce e delizia di
tanti appassionati):
-”Juke box”: contenente musiche (non utilizzate) per uno sceneggiato
televisivo, dove in brani come “Hiver” o “Agnus” la parentela con la canzone
è ormai molto sfumata (casomai siamo dalle parti dei lieder dell’800),
mentre nelle altre composizioni si manifesta l’anima più sperimentale del
nostro.
-”Battiato”: contenente un’altro collage musicale su di un lato e un brano
per solo pianoforte sull’altro
-”L’egitto prima delle sabbie”: contenente esclusivamente brani per
pianoforte.

Anche nei concerti dell’epoca Battiato presenta composizioni (bene o male)
di ricerca a volte affidate a degli esecutori, altre volte improvvisando
egli stesso utilizzando una strumentazione elettronica. Praticamente smette
di utilizzare la sua voce (se non come puro suono all’interno delle sue
improvvisazioni).
Nei resoconti giornalistici si pone l’accento esclusivamente su questo
aspetto della sua produzione artistica. Viene sostanzialmente identificato
come una personalità ormai lontanissima da tutto ciò che non sia
avanguardia.

Scriveva ad esempio Riccardo Rinetti su un Ciao 2001 del Novembre 1979:
“Sembrava che ormai Franco Battiato avesse ripudiato il mondo della «musica
leggera» per avvicinarsi sempre più alla ricerca della perfezione formale
[…] ed ecco che, proprio in questi giorni, viene inaspettatamente
pubblicato un nuovo album, si intitola «L’era del cinghiale bianco» e segna
il ritorno del suo autore alla canzone”.

Tutto vero, ma, come vedremo, c’era anche dell’altro.

2) Come barchette dentro un tram

Questo disco di Alfredo Cohen, registrato nel 1976, è un disco non solo
molto originale, ma praticamente unico.
L’unicità nasce dall’incontro “impossibile” tra due diverse sensibilità.
Da un lato abbiamo Alfredo Cohen e le sue canzoni, delle quali è l’unico
autore: melodie interessanti ma non straordinarie, testi impensabili (per
l’epoca e forse anche per oggi) che aprono squarci su una realtà negata
(quella omosessuale) con una sincerità e una poesia commoventi, senza
moralismi e ipocrisia ma forti di una onestà di fondo rarissima in musica.
Dall’altro abbiamo gli arrangiamenti e la produzione affidati a Battiato
che, con grandissima libertà, innanzitutto mentale, utilizza un ensemble più
che anomalo per un disco di canzoni (violino, viola, tromba, piano, oboe,
batteria, violoncello, contrabbasso, chitarra, xilofono, clarino, più
l’armonium affidato direttamente alle sue mani).
Qualcosa di mai udito prima in Italia, un’ipotesi di cantautorato
“impegnato” incrociato con il meglio dell’avanguardia di quegli anni
(ascoltare lo stupefacente pre-Mertens de “Il signor pudore”, il Reich
umanizzato di “Tremilalire”, le fasce armoniche di “Dolce ragazzo vai
componi prati”).
Un esperimento (più che riuscito) irripetibile e mai ripetuto.
E se il disco è pienamente di Cohen, musicalmente la mano di Battiato lascia
una forte e personalissima impronta.

Interessante una delle note scritte da Cohen all’interno dell’album per
raccontarne la genesi:
“Battiato allegro che fa «Sai mi stai simpatico, non avrei mai immaginato.
Se fai un disco giuro che te lo arrangio io, cosa mai più fatta, e non ci
credo più nella musica leggera»”
perfetta testimonianza e dimostrazione dell’attrito tra le
dichiarazioni/decisioni/auto-imposizioni dell’epoca e il desiderio che,
sordo, pulsa nel cuore con forza rinnovata.

3) Polli d’allevamento

Legato da antica amicizia a Battiato, Giorgio Gaber gli chiede di
arrangiare/orchestrare le musiche scritte per uno spettacolo tra i più belli
e dirompenti della sua carriera.
Battiato prende le melodie di Gaber (come sempre semplici ed orecchiabili) e
le affida al “classico” duo pianistico Fedrigotti e Lorenzini, ad un
quartetto d’archi e a qualche pizzico di percussioni, fiati ed
“electronics”.
Il risultato è entusiasmante.
La commistione tra melodie cantabilissime e approccio colto/avanguardistico
ci regala forse i più bei momenti musicali della pur lunga carriera
“gaberiana”. Mai le sue canzoni hanno suonato così originali, mai la loro
gradevolezza ci aveva regalato tanto piacere nell’ascoltarle. Gli
arrangiamenti, anche dopo numerosi ascolti, non smettono di stupire
l’ascoltatore, risultando mai banali e sempre coinvolgenti:
meravigliosi certi “ostinati” pianistici o certi arpeggi figli del
minimalismo americano (”L’esperienza”, “I padri tuoi”),
così come lo stridente contrasto tra il testo violentissimo e politicamente
scorretto di “Quando è moda è moda” e l’incedere delicato dei violini,
o la ben nota abilità di Battiato nel contrappuntare le melodie,
o gli echi (addirittura) stravinskyani di “Guardatemi bene”.

Una scommessa vinta.
Uno dei capolavori dimenticati della musica italiana.

4) Stranizza d’amuri

Recentemente in una compilation intitolata “La convenzione” è apparsa una
pre-versione di questo brano datata (se vogliamo fidarci delle note del
disco) 1975 e arrangiata con semplicità senza i sofisticati session-men la
cui presenza impreziosì la versione ufficiale (su “L’era del cinghiale
bianco”).
Non ho idea di perchè e per quale uso sia stata incisa, ma è un’ulteriore
testimonianza di come la composizione di canzoni non avesse mai abbandonato
la vita di Battiato (e credo di poter dire che anche “Il re del mondo”,
prima di materializzarsi su vinile, abbia gironzolato per anni nei concerti
di Battiato in forme via via più sintetiche e meno pretenziose).

5) Srita kamala

“Take me back” è un disco di Michael Cassidy prodotto e diffuso intorno al
1977 dall’Istituto per lo sviluppo della coscienza di Krsna (più noti,
semplicemente, come Hare Krsna) che contiene alcune canzoni di country-pop a
sfondo religioso.
Misteriosamente l’edizione italiana contiene una traccia in più intitolata
“Srita kamala”, brano che fa parte del corpus di brani tradizionali
frequentemente eseguiti dai devoti di questa religione.
Questa versione è arrangiata da Battiato per pianoforte e maneggi
elettronici. Alla voce e cori c’è Srila Bhagavan Gosvami Maharaj che intona
le varie strofe supportato da ripetitive stratificazioni di piano che presto
si incrociano con il loro stesso reverse per poi sfociare nel classicissimo
ed immancabile mantra.
Ancora una volta Battiato cerca la contaminazione tra musica di ricerca e
musica popolare trovando chiavi inedite con le quali esprimere la propria
creatività.
Un gioiellino scomparso.

6) Pop star

Anche osservando con attenzione questo 45 giri di Ombretta Colli, datato
1978, e la sua copertina il nome di Battiato non vi compare. Ma questo non
vuol dire che vi sia estraneo. Anzi.
Ufficialmente i due brani sono accreditati alla Colli ed a Fabio Pianigiani
e prodotti da Angelo Carrara.
Ma, come ricordava in una intervista di qualche anno fa Giorgio Gaber, il
progetto, che purtroppo si fermerà a questo 45 giri, vede Battiato
partecipare con un ruolo centralissimo.
Ascoltandolo appare evidente che gli arrangiamenti, estremamente originali,
appartengono al duo Battiato/Pio (del quale è riconoscibilissimo il
violino).
I testi poi, caustici, plurilingue, colti, ma senza la minima ostentazione,
profondamente post-moderni, sembrano una sorta di prova generale dello stile
che, pochi anni dopo, diventerà tipico del Battiato anni ‘80. Forse qui
risentono ancora della calda stagione politica e ne sono un pochino immersi,
ma sarà facile per Battiato chiamarsi definitivamente fuori dagli aspetti
più ideologici degli anni ‘70 per arrivare alla perfezione dei testi di
“Patriots” e “La voce del padrone”.

Sul lato A abbiamo “Pop star”, appassionata riflessione sulle ideologie
morenti. Parte come un pop-rock intenso e chitarroso per poi trasfigurarsi
nella sezione centrale in una psichedelia liquida sulla cui base la Colli
recita versi stralunati mentre i violini dipanano tessiture ardite.

Sul lato B “La solfa del destino” disegna un triste ritratto dell’Italia:
violini, pizzicati e non, straniate voci di sottofondo, xilofoni, la voce
volutamente nasale della Colli, cori ai limiti del demenziale… una canzone
studiata nei minimi dettagli per colpire efficacemente lì dove si vuole

Ed è singolare il destino di questo brano che ritroveremo qualche anno dopo
come retro di un altro 45 giri della Colli (”Cocco fresco, cocco bello”,
1983) con lo stesso identico testo e la stessa musica ma questa volta con il
titolo modificato in un più semplice “Evaristo” e accreditato a Colli, Kui
(notoriamente uno degli pseudonimi di Battiato) e Pio.
Evidentemente una volta ritornato alle canzonette Battiato non ha più timore
di mostrare questo suo volto e si rivela, seppure parzialmente.

7) Astra

Il progetto Astra è l’esemplificazione perfetta di un desiderio cresciuto
così tanto da non potersi più celare.
Siamo nel 1978, la voglia di tornare alle “canzonette” è forte ma ancora non
c’è il coraggio di dichiararsi. Battiato si inventa lo pseudonimo Astra e
pubblica questo 45 giri con due brani firmati Kui/Pio.
Sul lato A c’è “Adieu” brano dai vertiginosi violini appoggiati su una
ritmica essenzial-tribale basso/batteria e con un uso delle tastiere che
ritroveremo nei dischi che verranno di lì a poco.
La ciliegina sulla torta è che Battiato torna (finalmente!) a cantare
(seppure in francese).
La melodia sarà riutilizzata anni dopo (1989) in una canzone scritta per
Milva (”Una storia inventata”) e anche in un brano (”Canterai se canterò”)
lato B di un singoletto cantato da Catherine Spaak.
Sul lato B troviamo “San Marco”, come l’altra cantata in francese: atmosfere
“fin de siècle”, battuta lenta, pianoforte intristito e, ancora, vortice di
archi a dare un pizzico di energia.

In copertina il figlio di Giusto Pio, seduto imbracciando la custodia di un
violino, utilizzato come maschera per celarsi agli occhi del pubblico e dei
critici.

Ma ci vorrà poco per privarsi di quest’ultima protezione e (ri)affrontare in
prima persona il mondo della musica leggera.

8) Conclusioni.

Ecco. In tutti questi lavori, sia come autore che come arrangiatore, emerge
chiarissima la passione di Battiato per la canzone e la sua maestria nel
lavorarla. E, come tutte le passioni negate, anche questa non poteva non
riemergere imponendosi, forse, alla stessa forza di volontà dell’autore.

Pertanto un osservatore attento dell’universo di Battiato non avrebbe dovuto
sorprendersi più di tanto dell’uscita di un disco “pop”. E forse,
addirittura, avrebbe dovuto vaticinarlo tanto è chiaro il percorso compiuto.

Forse tutto questo serve solo a sottolineare come l’organizzare l’attività
di un artista in periodi caratterizzati da tendenze (nel caso di Battiato
periodo canzonettaro, periodo prog, periodo di ricerca, periodo pop, periodo
mistico, periodo rock-sgalambrico, ecc.) significhi solo evidenziare ciò che
è sopra la superficie, poiché un artista poliedrico (e Battiato lo è
certamente) si interessa CONTEMPORANEAMENTE di più cose e non abbandona mai
veramente nessuno dei suoi interessi.
E così come dal 1979 in poi, periodicamente, sono venute alla luce opere
classico/colte (e di ricerca) quali le 3 opere liriche, la “Messa arcaica”,
i “Campi magnetici”… allo stesso modo, e simmetricamente, negli anni
“oscuri” della Ricordi, quando sembrava che componesse solo musiche
“all’avanguardia”, egli portava avanti la sua passione per la canzone con
risultati tra i più felici in assoluto.

La bellezza non si abbevera da un’unica fonte.

Grazie a Stefano!

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