
Una perla nascosta nel panorama della world music italiana, con arditi
accostamenti strumentali e una vena ironico-intellettuale tipica del genio
di Battiato
Franco Battiato pubblica “Caffé De La Paix” al termine di un periodo della
sua carriera che lo ha visto dividersi tra il richiamo della Classica (i
lieder ottocenteschi di “Come un Cammello in una grondaia” e la sua seconda
opera lirica, “Gilgamesh”) e le suggestioni del mondo arabo, rese ancor più
intense dopo il concerto tenuto a Baghdad insieme ai Virtuosi Italiani e
all’orchestra nazionale irachena. Due anime che si compenetrano alla
perfezione in questo lavoro, uscito nell’ottobre ‘93 e salutato da
innumerevoli riconoscimenti della critica, tra i quali il titolo di miglior
album dell’anno nel referendum tra la stampa specializzata promosso dalla
rivista “Musica e Dischi”.
Battiato è sempre stato alla ricerca di un “centro di gravità permanente”,
muovendosi tra l’avanguardia degli esordi (figlia della kosmische musik, del
progressive e della lezione di Stockhausen) e la ricerca sul formato-canzone
che, a partire da “L’Era Del Cinghiale Bianco”, ha preso il sopravvento
nella sua opera. “Caffé De La Paix” dimostra appunto come per il compositore
catanese la canzone sia soprattutto uno mezzo d’espressione e mai un limite.
Gli strumenti tipici del rock (chitarre, basso, batteria, tastiere,
computer) si vanno così a incrociare con quelli classici (dal piano alla
viola, dal violoncello all’oboe) e con quelli delle tradizioni araba e
indiana (dal quanoon alla tabla, dal sarod alla tampoura), dando vita a uno
dei più luminosi gioielli di world music prodotti in Italia, forse persino
superiore a “Creuza De Ma” di Fabrizio De André.
Lontano dalle tentazioni pop-coveristiche che ne hanno inquinato la
produzione più recente, il cantautore siciliano dipinge un album magico,
immerso in una ambientazione tutta orientale, ribadita anche dalla cover di
un “traditional” arabo come “Fogh In Nakhal”, qui riarrangiato in chiave
“magniloquente” con largo uso di archi e cori. Una formula ricca di
suggestioni, in cui le melodie mediterranee fanno da sfondo a fiabe
incantate e a storie sospese nel tempo. Sono quasi dei lieder classici, per
la compostezza e l’austerità che li pervadono. A far da contraltare, spesso,
sono i testi, acuti e ironici, nel solco della miglior tradizione del
cantautore siciliano.
Il sincretismo di Battiato riesce a tenere insieme gli elementi culturali
più disparati: dalla mitologia classica all’epopea dell’Impero romano, dalle
tecniche di meditazione arabo-orientali alla filosofia buddhista, dal
dialogo tra Cristianesimo e Islam alla poesia giapponese. Il tutto
trasferito sul pentagramma con arrangiamenti sinfonici di rarefatta eleganza
(grazie anche alla produzione di Saro Cosentino).
La vibrante title track è una ballata da far girare la testa perfino a un
Dervish, rilucente di inconfondibili trame arabe e di riflessioni argute sul
tema della reincarnazione, uno dei “pallini” del Battiato-filosofo (”Ci si
risveglia ancora in questo corpo attuale/ dopo aver viaggiato dentro il
sonno/ L’inconscio ci comunica coi sogni/ frammenti di verità sepolte:
quando fui donna o prete di campagna/ un mercenario o un padre di
famiglia”). Meglio ancora riesce a fare la solenne “Atlantide”, un’altra
ballata da capogiro, con un ritmo ipnotico, una melodia avvolgente,
l’accompagnamento pomposo degli archi e l’incedere sinuoso delle tastiere a
creare un clima magicamente onirico.
“Sui Giardini Della Preesistenza” è una quasi a-ritmica rievocazione da
parte di Battiato dell’Eden primordiale dell’umanità (”prima della caduta
sulla Terra/ prima della rivolta nel dolore”), sostenuta da una espansione
tastieristica ad effetto e da teneri ricami di fiati. “Delenda Carthago” e’
un’altra litania nostalgica, sui fasti (ma anche sulla corruzione)
dell’Impero romano, che sfocia nella declamazione finale in latino
(”…Conferendis pecuniis ergo sollicitae tu causa, pecunia, vitae!/ per te
immaturum mortis adimus iter/ tu vitiis hominum crudelia pabula praebes/
semina curarum de capite orta tuo”). Nella “Ricerca Sul Terzo”, invece, lo
sguardo di Battiato si volge ancor più indietro, alle tecniche di
meditazione degli antichi Egizi (”Mi siedo alla maniera degli antichi Egizi/
coi palmi delle mani dolcemente stesi sulle gambe/ e il busto eretto e
naturale/ un minareto verso il cielo”), con un’orchestrazione ridotta al
minimo, sempre più sobria e trascendente.
Al culmine del suo anelito di spiritualità, Battiato eleva la sua “Lode
All’Inviolato” in una elegia struggente, circondata da riff di archi e quasi
turbata nel finale dall’assolo di violino “demoniaco” (”il diavolo è mancino
e subdolo/ e suona il violino”). Il disco si spegne affogando nelle lente
oscillazioni di “Haiku”, in cui la figura letteraria giapponese fa da
cornice a versi di struggente lirismo, che si sublimano nella poesia
persiana “L’Uomo dell’Isola dei Giardini”, interpretata da Pouran
Ghaffarpour.
Sono solo otto brani, ma lasciano il segno. Poliedrico, sincretico,
multi-culturale (nel senso nobile e non stereotipato del termine), capace di
mescolare spezie arabe e ambizioni (neo)classiche, “Caffé De La Paix” si
rivela un album sorprendentemente impeccabile. Un traguardo formale della
etno-canzone d’autore targata Battiato, che il cantautore siciliano non
riuscirà più a raggiungere nei suoi successivi lavori.
http://www.planetemotions.it

Carla








