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Bellocchio e Musikanten

Parla il cineasta piacentino ieri in visita a Libertà prima della tappa a San Nicolò dove ha accompagnato il suo film Bellocchio: in Italia si soffocano le idee nuove «E a Bobbio in estate porterò Battiato e tanto cinema sconosciuto»

LIBERTA’ di venerdì 5 maggio 2006 >

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Parla il cineasta piacentino ieri in visita a Libertà prima
della tappa a San Nicolò dove ha accompagnato il suo film
Bellocchio: in Italia si soffocano le idee nuove
«E a Bobbio in estate porterò Battiato e tanto cinema
sconosciuto»

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PIACENZA - «Bellocchio sta vivendo una seconda giovinezza»: con
queste parole, meno di un anno fa, il critico cinematografico Morando
Morandini, ospite del laboratorio bobbiese Farecinema, inquadrò
perfettamente l’ottimo periodo artistico del cineasta piacentino.
Il regista di matrimoni, da poco uscito nelle sale italiane, va
confermando, semmai ve ne fosse ancora bisogno, tale assunto: il film,
infatti, dopo il primo, positivo riscontro di gradimento del pubblico,
prenderà parte al prossimo Festival di Cannes nella sezione Un Certain
Regard.
Proprio della Croisette e di tanto altro ha parlato, nel corso
di una piacevole chiacchierata, lo stesso Bellocchio, in visita ieri a
Libertà insieme a Stefano Pronti, accolto dalla presidente dell’editoriale,
Donatella Ronconi, prima di recarsi al cinema Jolly di San Nicolò, dove in
serata ha incontrato il pubblico dopo la proiezione del suo film.
Maestro, si aspettava un tale successo dal suo film?
«No, perché è un film molto allegro, divertente, ma non
semplice. La gente esce dalla sala contenta, in parte anche pensierosa, ma
con qualche speranza».
Lei ha definito il film come “I promessi sposi al contrario”,
perché?
«Perché parla di un regista che deve mettere in scena I Promessi
sposi ma scappa dal set e va in Sicilia, dove riuscirà a convincere la
principessa di cui si è innamorato a non sposarsi più. Quindi il finale è
proprio il contrario dell’opera manzoniana».
Da dove è nata la scelta del protagonista, Castellitto?
«Dal bel rapporto instaurato col film precedente, L’ora di
religione. E dal fatto che lui è anche un regista. In questo senso questa è
stata una collaborazione molto utile, preziosa».
Accanto a lui spicca la figura di Donatella Finocchiaro. Per
quale motivo ha scelto lei?
«Donatella è alta, mora, di una bellezza tradizionale, e
possiede molta delicatezza e discrezione, in linea col suo personaggio».
Cosa risponde a coloro che hanno accostato il suo film a quello
di Moretti?
«Abbiamo due modi diversi di fare cinema, di guardare ed
interpretare la realtà; lui ha una visione del reale molto moralistica,
razionale. Io credo più nell’immaginazione, e mi preoccupo di ridurre al
minimo le parole. Siamo entrambi di sinistra, ma in modo differente».
A proposito di politica, come si è rivelata l’esperienza con «La
Rosa nel Pugno»?
«Ho dato la mia adesione simbolica per aiutare questo partito,
che mi piace come sintesi di radicali e socialisti. Però ho voluto rimanere
totalmente fuori dalla competizione».
Cosa pensa del rifiuto del presidente della Repubblica ad un
Ciampi-bis?
«Penso che abbia fatto bene a declinare. Ha dato il senso di una
misura, di un non attaccamento alla poltrona, al potere. Che è stato sempre
anche il metro della mia vita».
Cosa intende per «Paese dei morti» quando parla dell’Italia nel
film?
«E’ una frase che mi è uscita in modo automatico, come accadeva
ai surrealisti. Col senno di poi, posso dire che essa non si riferisce alle
persone fisiche, ma alla cultura, al soffocamento delle idee nuove, che non
si impongono, non ci sono o non si trovano».
E’ quindi un argomento che si ricollega all’inquietante occhio
che, nel suo film, vede in bianco e nero?
«Sì, esatto. Ma, in fondo, è anche un discorso legato ad una
concezione di tipo religioso: i morti comandano. Da ragazzi, infatti, ci
insegnavano che la miglior vita è la morte».
E’ sempre convinto che il suo non sia un film citazionista?
«Sì, perché tutte le esperienze che tu fai vengono elaborate.
Soltanto dopo puoi riconoscere qualche cosa di altri nella tua opera, ma non
vi è nel mio film l’atteggiamento citazionista che era, ad esempio, della
Nouvelle Vague».
«Farecinema» sta prendendo avvio?
«Sì, si sta confermando anche per il 2006. La formula sarà
sempre la stessa, forte di una struttura ancor più solida in fase di
rassegna. Vorrei dare al pubblico più titoli, raccogliere i film più
interessanti, anche se non necessariamente di maggior successo».
Ad esempio?
«Ho chiamato Franco Battiato, che mi ha già confermato la sua
adesione. Porterà il film Musikanten, che nessuno ha visto ma che io ho
apprezzato molto. Vorrei invitare anche Capuano con La guerra di Mario o
Carlos Reygadas, regista di Battaglia nel cielo, film messicano molto
ardito».
Il laboratorio godrà della solita impostazione?
«Sì, e sarà probabilmente impostato sulla realizzazione di un
nuovo corto».
Cosa si aspetta da Cannes?
«Andrò con molto impegno, sapendo che dal punto di vista
mediatico il fatto di non essere in concorso peserà. Ma ho preferito questa
direzione, per il mio equilibrio mentale».
Manuel Monteverdi

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