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Battiato: il suo alter ego pittorico

Sarebbe cosa ovvia iniziare con il cercare nel cimento figurativo del 'maestro' riverberi della sua arte musicale e viceversa ma risulterebbe al contempo limitivativo e parziale ridurre ad un unico mezzo espressivo il giudizio su un artista poliedrico e multimediale come Battiato.

Partiamo perciò dall’assunto che l’utilizzo dello pseudonimo voglia indicare
al pubblico di liberarsi dai clichè legati al Battiato musicista e regista e
suggerisca di affrontare la sua pittura con gli occhi e la mente sgombri da
pregiudizi e preconcetti.

Battiato inizia a dipingere agli inizi degli anni ‘90 e la sua è una sfida
prima di tutto contro se stesso e la propria incapacità tecnica di
disegnare; come egli stesso sembra suggerire, l’atto del dipingere assume un
significato allo stesso tempo catartico ed introspettivo raffigurando un
percorso accidentato e conflittuale verso la trasposizione della sua
personale estetica in segno.
Risulta evidente che così come nei suoi brani, la pittura di Battiato sia
accesa da richiami etnici e rimandi culturali alla tradizione arabo-ellenica
e altrettanto stupefacente è nel suo tratto la ricerca di un ennesimo punto
di incontro tra il proprio ego, la propria arte e la propria cultura intesa
come vissuto quotidiano.

Battiato sembra voler raccontare Bisanzio, con i suoi mosaici dorati che si
stagliano sul fondo della tela. Contemporaneamente alla rappresentazione
piatta di un ipotetico e personale oriente appaiono primeggiare gli opposti,
quegli eserciti crociati che irrompono nei palazzi dei notabili ottomani a
sorprendere i padroni di casa godere delle performance di danzatori sufi e
della bellezza di austere donne, che le stanche ossa dei combattenti
cristiani vorrebbero sì adornate con l’affascinante velo, ma al contempo
impreziosite in volto dai profondi occhi azzurri delle ancelle perdute.

La pittura di Battiato è il Mediterraneo che bagna indistintamente oriente
ed occidente, è il dentro ed il fuori delle due culture.

Dietro alcuni soggetti ispirati alla tradizione religiosa orientale, alle
madonne greco-ortodosse, agli austeri monaci dei templi del monte Ararat, si
nasconde tuttavia una profonda distanza dall’accademia ritrattistica
classica e dall’impostazione canonica della scuola iconografica.
Il riferimento nel tratto e nello spirito al contemporaneo è evidente:
Cimabue, Van Gogh ed il post-impressionismo su tutti.

La mancanza di qualunque ricerca prospettica e la tecnica pittorica
apparentemente acerba concede ai volti ed ai mezzi busti ritratti l’intera
attenzione dell’occhio ed è proprio l’intento fi siognomico, tanto caro
all’artista, a dominare forse involontariamente la sua produzione tanto da
far dire allo scultore ed amico Francesco Messina che i quadri dell’artista
siciliano “sono i dipinti più ‘alla Battiato’ che si potessero immaginare”.

Concludiamo questa breve incursione nell’analisi dell’arte fi gurativa di
Franco Battiato con una massima da egli stesso pronunciata e che riassume
forse in maniera formidabile il concetto che il cantautore-cineasta-
poeta-compositore-pittore ha del suo processo creativo: “Io che sto
diventando sabbia del deserto, ringrazio i venti che mi cambiano forma e
punto di osservazione, un ideale perseguo, anacronistico e ridicolo: il
miglioramento.”
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