
di Salvo Vitrano
Manlio Sgalambro qualcuno osa chiamarlo professore tra il pubblico della
«lezione» su «La rappresentanza politica» organizzata alla Feltrinelli in
piazza dei Martiri, ieri mattina, dalla Società di studi politici. Qualcuno
ignaro del fatto che l’ottantunenne filosofo siciliano detesta la «filosofia
dei professori», ovvero di chi, vincolato da un ruolo istituzionale,
filosofeggia per «presupposizioni». Ma Sgalambro, lui che piuttosto ha un’aura
(controversa) da «saggio» e da «maestro» incassa il «professore» senza
sottilizzare. Questa volta è altro il tema di provocazione. «Il concetto di
politica - dice Sgalambro - mi inquieta. Provo malessere per l’idea che
qualcuno mi debba governare. Come se io dovessi dipendere non solo da Dio ma
dal politico. Un politico che con il suo illusionismo trascina enormi masse
verso neanche lui sa dove». E ancora, con florilegio di citazioni dai propri
scritti, soprattutto da Dell’indifferenza in materia di società (Adelphi,
1994): «Solo per canaglie e miserabili, incapaci di autogovernarsi, c’è la
politica come via di scampo… La politica è la tutela dei minorati». I
discorsi sapienziali vanno interpretati. Massimiliano Marotta, giovane
presidente della Società di studi politici, prova a buttarla sull’esigenza
di una rigenerazione della classe dirigente e politica, cita Bertrando
Spaventa. «Spaventa? Ma era un hegeliano!», osserva Sgalambro. Proprio non
ci siamo. Sgalambro professa un rifiuto di principio della dimensione
politica tutta come si è configurata dalla Rivoluzione francese in poi, con
le contraddizioni della democrazia. E lancia stoccate persino contro Platone
e Aristotele contrapposti al «saggio» Parmenide. L’avvocato Gerardo Marotta,
presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, propone una
guerra della cultura contro la “cattiva politica” che ha prodotto, tra l’altro,
i problemi drammatici di Napoli. Sgalambro oppone disincanto: «Battaglie
culturali? Solo per piccoli gruppi che nel complesso della società attuale
possono contare poco. Siamo in un intermezzo in cui bisogna cominciare a
pensare la società in termini differenti da quelli politici». In sala spunta
Battiato, che ieri sera era in concerto al San Carlo. A Sgalambro chiediamo
se il suo discorso non rischi di apparire in sintonia con le populistiche
invettive contro la politica di chi il potere politico vuole usarlo per
moltiplicare illusioni e inganni. Il maestro risponde: «Di questo proprio
non mi preoccupo. Io mi preoccupo solo di me stesso».
Il Mattino

Carla








