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Musikanten

All'Arena Argentina il musicista catanese ha parlato di Musikanten, il suo secondo film da regista. E intanto ha in cantiere una terza pellicola sulla presenza di Dio

di Riccardo Marra

L’INCONTRO / All’Arena Argentina il musicista catanese ha parlato di
Musikanten, il suo secondo film da regista. E intanto ha in cantiere una
terza pellicola sulla presenza di Dio

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Musikanten è il suo secondo film alla regia, ma Franco Battiato sembra ormai
un regista di vecchia data per l’analisi lucida e approfondita che riesce a
fare del suo lavoro. Infatti, qualche giorno fa a un incontro pubblico all’Arena
Argentina prima della proiezione del film, il musicista-regista - che
tornerà dal vivo in Sicilia per due date, il 2 agosto alla Valle dei Templi
di Agrigento e il 3 agosto all’Anfiteatro del Grano di Siracusa -, ha difeso
con energia le sue scelte filmiche e ha parlato con grande passione di
questa sua seconda fatica cinematografica, dedicata agli ultimi anni della
vita di Beethoven.
Qual è l’idea di cinema per Franco Battiato?
«Innanzi tutto un cinema che sia profondamente diverso da quello fatto nei
grandi set americani. Al contrario del mercato dei nomi eccellenti del
cinema hollywoodiano, il mio vuole essere un cinema legato alla scelta di
particolari attori: ad esempio, se Alejandro Jodorowsky avesse rifiutato la
mia proposta di interpretare Beethoven, probabilmente avrei accantonato l’intero
film. Credo che a nessun altro attore - diciamo così - classico, avrei
potuto affidare quella parte. Avevo bisogno di una personalità che potesse
interpretare e rendere la qualità verticale dell’individuo, lui era
perfetto. Il mio cinema non vuole far piangere o commuovere il pubblico. Non
sono interessato in nessun modo al realismo perché niente può essere reale
nel mondo del cinema. Infatti non c’è nulla di domestico, non ci sono
problemi familiari o sentimentali. Non racconto delle storie di vita
quotidiana o grandi passioni d’amore. Preferisco, piuttosto, una strada che
sia indagine profonda dell’esistenza».
La recitazione degli attori non sembra del tutto naturale, è una scelta
voluta?
«Non è mai certo il risultato finale delle proprie scelte. Evidentemente non
volevamo un tipologia di recitato che fosse “naturalistico” o peggio: un’idea
astratta di una recitazione naturalistica».
Cosa ha rappresentato la sua decennale esperienza musicale nel passaggio
alla celluloide?
«Sicuramente è stato un elemento primario. Quello che faccio con la camera è
proseguire la mia indagine musicale approfittando, però, delle maggiori
possibilità che offre la celluloide. Credo proprio che il mio modo di fare
cinema sia compositivo: curo particolarmente il ritmo delle scene, la
musicalità delle battute. Faccio numerosi tagli in virtù di una maggiore
armonia».
Che tipo di scelte ha fatto per la colonna sonora?
«Ho scelto almeno un paio di autori ottocenteschi che la critica dell’epoca
non ha valorizzato per nulla. Io, nel mio piccolo, li ho voluti ripescare e
magari dargli una nuova vita. Sono Roger Quilter per i brani di testa e
Gerald Finzi per la scena dell’insegnante di Tai Chi nella palestra. Le
musiche sono determinanti, quasi appiccicate alle scene».
Perché un film su Beethoven?
«Perché c’è bisogno di mostrare alla gente grandi uomini».
Qual è stato il suo approccio allo studio di un personaggio come Beethoven?
«Ho studiato Beethoven con serietà. Ho voluto sapere tutto di lui: dal suo
lavoro al suo intimo. Ho scavato così tanto nella sua vita da arrivare quasi
a vergognarmi e sentirmi un ficcanaso. Ho letto di cosa gli piacesse
mangiare, dei litigi con le governanti, dei suoi umori. Nel film non c’è una
frase, un aggettivo, un aspetto che non siano autentici. Ho letto
soprattutto i suoi epistolari, che lo rilevano in tutti gli aspetti del suo
complicatissimo carattere. L’unica libertà che mi sono preso è far dire
qualche frase in un altro contesto, rispetto a quello reale. Credo in
definitiva di aver preso da lui di più di quanto gli ho dato con questo
film».
Ci parli un po’ del lato tecnico del film.
«Quando ho pensato per la prima volta di fare un film sulla vita di
Beethoven ero profondamente convinto che l’avrei girato interamente con
microtelecamere. Per intenderci, le microtelecamere sono quelle usate dalla
polizia in caso di rapine in banca. Poi ho un po’ corretto il tiro e le
micro le ho rilegate solo ad alcune fasi optando, piuttosto, per la scelta
di una camera più cinque macchinette digitali. La scelta delle camere e un
po’ come scegliere che lingua parlare. È un vero e proprio linguaggio».
Come ha visto i giudizi ingenerosi dopo la proiezione di Musikanten al
festival di Venezia?
«I giudizi non si possono evitare. Ho però la brutta sensazione che la
critica cinematografica di oggi assomigli tremendamente alla politica. Per
quanto riguarda il festival, sono rimasto profondamente deluso. M’hanno
raccontato che durante la proiezione c’erano giornalisti che
chiacchieravano, che parlavano al cellulare. Non andrò più ai festival, c’è
poca serietà, poca qualità. Lo dimostra l’apertura di Cannes affidata al
Codice Da Vinci. Preferisco bissare dei tour di presentazione nelle sale di
Italia, dove c’è un pubblico davvero interessato al film».
Ha in cantiere un altro progetto cinematografico?
«Si, voglio fare un film sull’esistenza di Dio. Quelli che ci credono e i
dubbiosi. Sarà un film molto intenso».

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