dal manifesto del 14/12/2006

Risuona il canto libero di Giuni Russo

Con «Unusual», una raccolta di duetti virtuali insieme a Franco Battiato,
Lene Lovich, Tony Childs, Caparezza, Vladimir Luxuria… rivive l’artista
siciliana prematuramente scomparsa. Nel cd anche un brano inedito e i
successi di vent’anni fa

articolo di Gianfranco Capitta

Un suo cd si intitolava, come una sua storica performance dal vivo, Voce
prigioniera. Prigioniera di un corpo certo, ma anche di un muro di
convenzioni, culturali e sociali, che la pressavano e la comprimevano,
quando non la rifiutavano apertamente, quasi a sminuirne e rendere
circoscritta la potenza eversiva. Oggi che Giuni Russo è prematuramente
scomparsa già da qualche anno, quella voce vive al di là del suo corpo
terreno, anzi risuona, si spande e si moltiplica non solo nel ricordo, ma
anche nelle molte voci di altri che quella voce e quelle canzoni rilanciano
in un disco inconsueto e pieno di suggestioni.
Unusual Giuni Russo ripropone, davvero in maniera non usuale, brani suoi
molto famosi, che grazie alla cura e alla dedizione amorevole e assoluta di
Maria Antonietta Sisini (che di Giuni è stata a lungo compagna di avventure
umane e musicali, suoi i testi di molte canzoni) arrivano cantati da quella
voce originale e potente, ma sfumano e si mescolano in altre interpretazioni
eccellenti di oggi. E non vi è nulla di cupo o scabroso in questo intreccio,
perché quel corpus musicale è un tale inno alla vita e all’umanità, che i
brani risuonano pieni e positivi, destinati a un circuito di vitalità
futura.
Oltre al cd per altro, nel cofanetto edito da Radio Fandango (20.90 euro)
c’è anche la Giuni originale, ripresa in uno dei suoi recital che non erano
solo concerti, ma anche grande teatro, nel senso orientale e totale, dove la
voce era il filo di una narrazione tutta già al di là della serata, anche se
portava tangibili i segni di una storia intensamente vissuta. È il concerto,
uno dei suoi ultimi, del 4 aprile 2001 all’Auditorium di Milano, squarciato
da segnali oscuri che quella voce sconfiggeva, scatenando entusiasmo e
partecipazione in un pubblico universale. Con brani che erano quelli dei
suoi primi successi con Battiato, ma anche quelli assai più pregnanti del
percorso intrapreso negli ultimi anni. La fede e la pienezza della vita e
dei sentimenti, intravisti e approfonditi attraverso la frequentazione del
Carmelo, insieme all’amore e all’identificazione nei grandi mistici del
passato, da Juan de la Cruz a santa Teresa d’Avila. Non una fuga
nell’irrazionale, ma la ricerca, in quell’amore che trascende la vita, di
una umanità ancor più vissuta. Non ha giovato all’artista questa complessità
che si arricchiva continuamente e inesorabilmente: l’industria discografica
(anche se l’espressione vuol dire tutto e niente) non gradiva quello che non
poteva assorbire, maneggiare e governare. E questo finì col costruirle
attorno una sorta di ostracismo, cui certo non reagiva bene il carattere
puntuto di lei. Anche se poi era stata capace, raccogliendo dentro di sé una
forza belluina, di andare addirittura a Sanremo, per avere un confronto
diretto con il pubblico, saltando la promozione d’ufficio degli uffici
promozione.
Se quindi nel dvd c’è quasi la summa «teologica» e musicale di Giuni, nel cd
dello stesso cofanetto c’è invece la prova di come quel canto possa essere
universale, e ogni volta originale. Lei era entrata nel mito già prima della
sua scomparsa, con la sua voce potente e spericolata, capace di andare su
toni iperumani e nello stesso tempo di penetrare in profondità le viscere di
ogni sofferenza. Una voce nata in Sicilia (e che quella terra non aveva
troppo ricambiato, ed era spesso una sofferenza per lei), in una tradizione
di divinità musicali mediterranee dove signore gorgheggianti hanno ricreato
nel Novecento un olimpo tutto femminile assai differenziato ma della stessa
ruggente, inquietante e sacrale aggressività. Maria Callas, Rosa Balistreri,
e anche Dalida per molti versi. Vite spericolate di voci sublimi, fuori da
ogni conformismo nei comportamenti, anzi assise sul vulcano mai spento che
borbotta il legame vitale tra il sud d’Italia, l’Africa e l’Oriente. Non
«grandi madri mediterranee» di antica tradizione e secondo una sperimentata
ricetta romantica, ma piuttosto tutte «figlie degeneri» contro la banalità e
la chiusura quotidiana, capaci di aprire scenari nuovi al di là della
geografia.
La «signorina Giuseppa», come lei stessa amava ogni tanto parlare di sé in
terza persona, aveva trasformato in dono quella specie di antica maledizione
verso chi tradisce le convenzioni stratificate. Anche se poi con il suo
canto libero godeva a tornare su antiche romanze napoletane, o si
inerpicava, imprendibile su discese ardite e risalite della ricerca musicale
novecentesca, nel salotto di casa Rubinstein, per usare un altro suo titolo
fortunato.
Ora, molte canzoni di Giuni Russo continuano quella sorta di «missione»,
quasi una vocazione, all’eternità. E ci sono tutte, o almeno ce ne sono di
tutte le fasi di questa artista dalle tante vite musicali. E nel cd appena
pubblicato, con Franco Battiato la sua voce si intreccia in due diversi
motivi, Strade parallele e La sua figura, quasi due diverse maniere di
morire in versi, dove la seconda, appassionata e trascendente, riguarda
addirittura un oggetto di santità.
Ma è molto bello anche il confronto con Caparezza per Una vipera sarò, come
quello con Tony Childs per Morirò d’amore. Esplosivo l’effetto di
accostamento ad altre voci «maledette»: Lene Lovich per Moro perché non
moro, e la fantastica Vladimir Luxuria, attrice consumata che con molta
immedesimazione si spinge qui sul baratro di Illusione.
C’è poi nel disco un inedito assoluto di Giuni Russo, American man, e i
successi che le diedero popolarità di massa, ormai quasi vent’anni fa:
Adrenalina sdoppiata con Mab, e con Megahertz la fatidica Un’estate al mare.
E diventa così più facile, adesso, capire come quegli ombrelloni-oni-oni
servissero appena a velare l’eruzione minacciosa del vulcano.

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