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Battiato e la sua indagine su Dio

L'artista siciliano racconta la traccia del suo prossimo film, in attesa di presentare il nuovo album "Il vuoto"

Giulio Brogi protagonista della pellicola in uscita in autunno, a
colloquio con pensatori, atei e mistici

di Giò Alajmo
Franco Battiato sta per presentare, la prossima settimana, il suo
nuovo album “Il vuoto” che ha fatto precedere da un omonimo singolo affidato
alle radio giorni fa. Un lavoro parallelo al suo terzo film che ha finito di
girare e che è ora in fase di premontaggio: «Sono molto soddisfatto di
questo film - spiega -. Ho finito di girate tutto, sono in premontaggio e
poi passerò alla post produzione».

Dopo “PerdutoAmor” e “Musikanten” il terzo lavoro cinematografico
dell’artista siciliano si interroga su Dio e le religioni. Cosa ne verrà
fuori?

«Un film contro tutto. Non perchè lo abbia fatto così volontariamente
ma perchè alla fine ci si trova naturalmente a essere contro le regole, le
convenzioni, le abitudini di tutti».

Spieghi il meccanismo di questo lavoro?

«La meccanica cinematografica è leggermente tradizionale: si parte
dalla descrizione di uno studioso di antropologia popolare (interpretato da
Giulio Brogi), fanatico di feste popolari. Da 40 anni tiene un archivio, e
nel film se ne vedono alcuni spezzoni, per esempio dalla “Sagra degli osei”
a Sacile, a una festa etnica in Sardegna a Tempio Pausania. Un giorno decide
di andare a riprendere una “festa del fuoco” in un piccolo paesino e si
perde nel bosco che stava attraversando. E qui comincia il film. C’è lui
impaurito all’imbrunire che ha delle visioni e alla fine trova una casa».

E fin qui siamo tra Hansel e Gretel e la selva oscura di Dante…

«Ma Dante non c’entra niente. Quello lo fa già Benigni!», protesta
Battiato.

Nella casa, racconta il film, lo scienziato, ateo, si troverà a
discutere con altre otto persone, due atei, altri credenti di varie
religioni, uno scienziato, di dio e di religione, mentre in un’altra stanza,
a rappresentare in modo ludico la Conoscenza, c’è Alexandro Jodorowski che
interpreta i tarocchi.

«Nel dibattito che si accende io ho messo il pensiero dei più grandi
mistici buddisti e indiani e del filosofo cristiano Origene, ma non dico chi
sono. Sono solo persone normali che parlano. Non è importante sapere chi lo
dice ma cosa viene detto».

E alla fine c’è una qualche conclusione?

«Nel dibattito non succede niente. Tutti rimangono nella propria
posizione. Non è un dibattito acceso, non si litiga. Però, secondo me c’è
una colonna sonora strepitosa. C’è una scena prima del finale, un albero che
ho ripreso per un anno intero facendo una sintesi di 90 secondi del suo
ciclo, sotto cui ho messo un pezzo di una sinfonia di Bruckner che secondo
me è di grande emozione».

Non è esattamente nella linea di ciò che si è abituati a vedere al
cinema…

«Nell’incontro che ho avuto di recente alla Normale di Pisa ho
sostenuto che oggi è incredibile come si può fare un film che copia cose che
vedi in tv dai telegiornali del mondo. Vale la pena fare la copia dei tg? O
fai un grande film, un’opera d’arte, ma non mi pare che succeda di
frequente, o rifai cose già viste. Ma da spettatore, se io vedo cose che
conosco già, mi annoio».

Oltre a Brogi hai altri amici protagonisti del film?

«C’è il pianista Antonio Ballista in una teoria del travestimento, un
cameo di Sonia Bergamasco, Pamela Villoresi che fa la parte di una credente
e Yuri Camisasca, che fuori campo legge delle massime e cita Urobindo, un
passo di grande levatura mistica, mentre Brogi lo guarda con sufficienza».

Hai ritagliato un personaggio che ti rappresenta?

«No, ma ho scelto di citare i mistici che mi interessano».

Il tuo rapporto con i mistici è ben chiaro nelle tue opere, ma alla
fin fine tu credi in Dio?

«Nel film tutto questo è sviscerato bene. È complesso. Alla prima
visione del film si capirà un terzo di quello che c’è dentro, e tratta
proprio su cosa si considera Dio. Che non è il Dio umanizzato delle nostre
religioni, si tratta di cose metafisiche. Io aderisco a queste concezioni,
che parlano della natura primigenia, del male che non esiste alla creazione
ma è una sua deviazione. Penso a Teresa D’Avila, la cui visione coincide con
la mistica orientale. L’uomo è responsabile della sua nascita. È all’interno
di un certo ciclo. È inutile dire che nasce dal nulla».

Ma ti ritieni cristiano, ebreo, musulmano, buiddista?

«Tutto insieme. Sono un po’ di tutto. Ho appreso tutto ciò che nelle
altre religioni corrisponde a come sono adesso. Le religioni impongono delle
visioni e delle regole, ma mica tutto quello che dice il Vaticano è da
seguire… Il popolo ha un’idea di Dio molto umanizzata, ma non è vero.
Bisogna svincolarsi dalla materia, dalle regole che ti legano alla materia.
Infatti i mistici orientali sentivano la vita come un inferno».

Si può fissare un pensiero comune delle religioni?

«Credo di si. Infatti ho messo Origene perchè è un pensatore cristiano
che è stato tenuto nascosto, occultato da questi veri antireligiosi, che
hanno avuto il potere di decidere cos’è giusto e cosa no».

E si può conciliare il pensiero laico con quello religioso,
l’Illuminismo e la scienza con la credenza?

«L’Illuminismo qualche danno l’ha fatto e continua a farlo. Quanto
agli scienziati, ce ne sono tanti che credono, assolutamente vicini al
buddismo tibetano. La scienza non può essere in contrasto con la religione,
può aiutare ad avvincinarsi di più alla verità. La nuova fisica ha scoperto
che materia può apparire e scomparire. Come avevano scoperto i mistici
tibetani».

Tutte le religioni vanno rispettate?

«Per niente. Nel senso che devono avere delle verità per essere
rispettate. Se uno dice “vado in Iraq per conto di Dio” non lo rispetto per
niente».

Anche l’ateismo è una religione?

«Non direi. Ho fatto una grande fatica a far dire nel film cose
intelligenti da parte dell’ateo. Di solito un ateo attacca il Vaticano come
rappresentante di Dio in terra, ma è una posizione di basso livello».

C’è una visione musicale dell’universo, che è comunque regolato da
armonie, frequenze, rapporti matematici?

«Il suono, la musica, questa disciplina così misteriosa, esiste
nell’universo. Chi non ama la musica, come certi religiosi fondamentalisti,
è perchè mira a legare il popolo, farsene rigido controllore, perchè la
musica tende a sciogliere, a liberare».

Che colonna sonora hai scelto?

«Ci sono tanti autori, c’è musica barocca, ma nulla di mio. Mi
entusiasma la musica che ha capacità di comunicare conoscenza, e faccio i
film per questo. Quando il personaggio interpretato da Brogi viene
abbandonato dalla moglie e si sveglia, alla radio c’è “Cnason triste” di
Henri Duparc, compositore ingiustamente considerato “minore”, una canzone
che tratta della socialità dell’uomo, la trascende, ha Conoscenza, e passa
attraverso la canzone un codice che dice cose più serie. Viaggio molto su
internet. Navigo per comprare musica e a volte vedo proposte di autori
sconosciuti. Sono appassionato di onomastica. Mi piacciono i nomi. Quando ne
trovo uno che mi dice qualcosa, ascolto i brani. Ci sono cose straordinarie,
magari di autori che hanno fatto un solo disco. Ne ho presi due o tre e li
ho messi nel film».

Il film sarà pronto per l’autunno, ma non sarà certamente presentato a
Venezia dove “Musikanten” non ha avuto un grande riscontro…

«Anche se secondo me c’era un’anticlaque organizzata, che ha fischiato
me, Faenza, Placido, gente che durante la proiezione accendeva il
telefonino, parlava… Lì farei come Petrolini che fermava lo spettacolo e
diceva al disturbatore: “Non ce l’ho con te ma con quello che ti è seduto
accanto che non ti mena”».

Però i tuoi lavori hanno una forma piuttosto ostica, come se non ti
preoccupassi di comunicare più di tanto.

«Seguo le mie tracce artistiche, non quelle del gradimento, se no
farei altri film. L’opera d’arte la faccio per me stesso, seguendo schemi
logici inerenti all’opera d’arte. Quando il protagonista bussa alla porta
perchè si è perso non è che mostro la sceneggiata di quello che apre, come
va, mi sono perso, prego entri eccetera. È scontato. Taglio e vado avanti
dove mi interessa di più. La famosa scalinata di Odessa filmata da
Ejsenstejn, l’ho fatta a piedi. È lunghissima. Ma mica lui ha filmato la
discesa per tutti i gradini».

Il disco che sta per uscire è legato al film?

«Non c’entra nulla. Sarà una vera antologia di stili diversi. C’è un
po’ di tutto. Però è nato insieme al film, ed è ispirato agli stessi
concetti. Ma sono come due percorsi paralleli che non si incontrano». Il 9
febbraio se ne saprà di più.

Il Gazzettino

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