
di Lorenzo Angelini
Franco Battiato da sempre è capace di porsi su un confine assai
sottile: uomo che vive appieno il suo tempo e, insieme, asceta extra-
mondano; uomo colto a 360° tra occidente e oriente; uomo profondamente
mistico anche se non ufficialmente religioso. La sua musica, inoltre,
è perennemente sospesa tra classico e pop-rock, tra “colto” e
“leggero”. Nell’ultimo disco, “Il vuoto”, questo dualismo si
materializza nell’antitesi “vuoto/pieno”. Il brano d’apertura (che ha
lo stesso titolo dell’album) è un’amarissima constatazione di come il
nostro tempo sia ormai zeppo di niente, farcito di nulla, pieno di
vuoto. Le parole, scritte in coppia con il fido Manlio Sgalambro, sono
una serie di slogan e giochi verbali acconci a esprimere la condizione
esistenziale in cui ogni nostro simile si trova fatalmente immerso.
Nella musica, brevi e ripetitivi frammenti melodici si susseguono e si
sovrappongono senza mai distendersi e l’arrangiamento è
contraddistinto da ritmi ossessivi e suoni sintetici, di cui perfino
gli archi, che a un tratto primeggiano, non riescono a placare la
tensione. L’atmosfera è resa ancora più inquietante dalle voci
filtrate e modificate fino a risultare quasi sgraziate. Il messaggio è
chiaro: l’affanno e la frenesia che “riempiono” il nostro vivere non
producono altro che “senso di vuoto e vuoto di senso”. Proseguendo con
l’ascolto troviamo tutt’altro clima: “Mi affido al vento, ai profumi
del tempo / agli umori delle stagioni a meridione / pensieri leggeri
si uniscono alle resine dei pini / al silenzio lontano delle
nuvole” (da “Tiepido aprile”). La musica, a tratti, abbandona i suoni
graffianti e rumorosi e approda a timbri più “classici”, espressivi e
armonici. L’alternarsi di “ambienti” opposti e la loro
giustapposizione continua per tutte le altre canzoni del disco.
Paradossalmente, nei momenti in cui è maggiore il “pieno” (di suoni,
di parole, di concetti, di lingue, di voci), è più intensa la
comunicazione di vacuità, di pochezza interiore; al contrario, dai
momenti in cui tutto è più rado arriva il marchio di una confortante
pienezza. La parte pop ed elettronica degli arrangiamenti (che vede
l’intervento di gruppi emergenti come Fsc, Mab, Uzeda) interseca gusti
e tendenze più attuali dando al prodotto piena cittadinanza
commerciale e radiofonica. D’altro canto la parte classica (che
utilizza, tra l’altro, la Royal Philarmonic Orchestra) lo pone fuori
portata del mercato e del gusto di chi è avvezzo a prodotti musicali
di consumo. Un disco di confine, dunque, e di ascolto non agevole,
dove, come ammonisce una della canzoni, “niente è come sembra / niente
è come appare / perché niente è reale”.
(da “Il bollettino salesiano”, maggio 2007)

Carla








