Di passaggio

Sono almeno due i difetti evidenti di questo venticinquesimo disco in studio di Franco Battiato.

di
Luca Barachetti

Sono almeno due i difetti evidenti di questo venticinquesimo disco in studio
di Franco Battiato. Il primo è che tra i suoi ventiquattro predecessori “Il
vuoto” trova almeno tre o quattro capolavori con cui gli è davvero difficile
confrontarsi, pena l’essere additato come lavoro inevitabilmente minore. Il
secondo è che lasciati da parte i confronti - a dire il vero un po’
impietosi se applicati ad un artista tenutosi sempre e comunque su buoni
livelli nel corso di quasi quarant’anni di carriera - e lasciato da parte
anche il suo essere un capitolo minoritario, “Il vuoto” (come il precedente
“X Stratagemmi”) non sposta di un millimetro il discorso musicale dell’artista
catanese.

Dunque, passi pure il primo difetto ma con il secondo che facciamo? “Il
vuoto”, pur non rispettando il facile doppio senso indotto dal titolo, è un
disco fondamentalmente inutile. Che ripesca amori più o meno vecchi
riassumendoli tra loro con stile e dignità (l’elettronica, la musica
cameristica, qualche spruzzata etnica); che concentra l’attenzione su
tematiche per lo più filosofiche (o simil-tali: a volte, come nella
title-track, più di facciata che altro) andando a stilare una sorta di
vademecum esistenziale sui tempi che corrono con largo uso di immagine
naturalistiche nei testi; che smussa i passaggi più spigolosi a favore di
dinamiche assai comunicative e pop - quando i nomi nei crediti (il quartetto
femminile MAB, i sanremesi FSC e pure due Uzeda) farebbero invece pensare ad
una manciata di brani decisamente più tirati. E che però si fa attendere un
po’ troppo nell’assestare la stoccata decisiva e alla fine lascia un senso
di incompiuto perché, letto il nome Battiato in copertina, viene da dire che
sì, si poteva fare di più, eccome.

La stoccata arriva solo alla traccia sei, dopo il mezzo sussulto di
Aspettando l’estate (incipit quasi battistiano, richiami a “Ferro Battuto” e
tromba a cesellare di malinconia un ritornello già perfetto di suo), ed è
una The game is over dal passo technoide e dalle sfumature a metà tra l’etnico
e l’orchestrale, che in coda accelera rumorosa e sintetica arrivando a un
passo dal dance-floor. Il resto se ne va tra stinte reminescenze da “L’imboscata”
e “Come un cammello.” (Tiepido aprile, Era l’inizio della primavera) e
qualche buono spunto che si incarta senza troppo osare (Niente è come
sembra, Stati di gioia); mentre Io chi sono prova una versione italica dell’Eno
di “Another day on earth” difendendosi discretamente. Certo, se uscissero
tutti i giorni dischi così la vita sarebbe più bella, perché comunque
Battiato è Battiato. Ma appunto per questo che mezza delusione un disco così
di routine, così di passaggio.
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