Questo sito contribuisce alla audience di

Gommalacca

Su Franco Battiato non c'è molto da dire: non perché la sua vita professionale non abbia materiale interessante (tutt'altro); ma perché probabilmente tutti voi la conoscete, e quindi avrete già in mente il suo genio eclettico e poliedrico, che l'ha portato nel tempo ad essere musicista sperimentale, melodico, pop, compositore classico (ha scritto tre opere liriche), pittore, regista (due film all'attivo, PerdutoAmor nel 2003 e Musikanten nel 2005).

Premessa:Credo sia la mia prima recensione musicale, o una delle prime.
Nulla mi lascia credere di poter essere un buon recensore; tantomeno mi sarà
d’aiuto l’esperienza. Di buono c’è che la musica la conosco, avendo avuto
lunghi trascorsi da pianista “serio” e da chitarrista “semi-serio”; per cui
forse qualcosa di meramente decente ne potrà uscire.
Se però vi fa schifo quanto scrivo, spero abbiate il coraggio di dirmelo: si
può sempre rimediare agli errori, finché una tastiera avrà il tasto
cancella.

***

Su Franco Battiato non c’è molto da dire: non perché la sua vita
professionale non abbia materiale interessante (tutt’altro); ma perché
probabilmente tutti voi la conoscete, e quindi avrete già in mente il suo
genio eclettico e poliedrico, che l’ha portato nel tempo ad essere musicista
sperimentale, melodico, pop, compositore classico (ha scritto tre opere
liriche), pittore, regista (due film all’attivo, PerdutoAmor nel 2003 e
Musikanten nel 2005).
Gommalacca è l’album che ha licenziato nel 1998 (casa discografica
Polygram). Esso vede una cooperazione del filosofo Manlio Sgalambro,
conosciuto da Battiato a causa di una commessa affidata alla coppia dalla
regione Sicilia, riguardante un’opera teatrale, della quale Battiato musicò
il libretto di Sgalambro (emule, un’intervista di Battiato e Sgalambro per
un’emittente siciliana: qualità video scarsa, ma molto interessante per i
contenuti). Questi scrisse i testi, quegli li musicò. Un binomio perfetto, a
mio avviso.
E Battiato, insomma, sempre lui: intellettuale e pop miscelati assieme.
Ritmiche graffianti in alcuni pezzi (Auto da fé, Il mantello e la spiga,
Quello che fu), interi fraseggi - o intere canzoni - psichedelici (Shock in
my town, Shakleton), melodici infine talaltri (Casta diva, La preda, Vite
parallele).
Si comincia appunto da Shock in my town, vero e proprio monito - all’alba
dell’era digitale (1998) - nei confronti delle perversioni cibernetiche
(«Rozzi cibernetici, signori degli anelli, orgoglio dei manicomi»); passando
per una raffinatissima Auto da fé (l’abiura che i condannati dalla Santa
Inquisizione dovevano fare pena il rogo), mea culpa emendatore dall’amore
(«Faccio un auto da fé dei miei innamoramenti / voglio praticare il sesso
senza sentimenti»). Casta diva è un dolcissimo, melanconico omaggio alla
diva dell’opera, Maria Callas: la sua infanzia in America, il ritorno in
Grecia («Tua madre ti riportò indietro, nella terra degli dèi»), il pubblico
in delirio in tutto il mondo («Ti accoglievano navi, aerei e treni / invidie
e gelosie»), e - en passant - l’accenno ad Onassis, suo concubino per anni
che la lasciò, dopo una promessa di matrimonio, per sposare Jacquelin
Kennedy: il tutto senza dire niente alla casta diva, che lo venne a sapere
dalla tv («Un vile ti rubò serenità e talento / un vile ti rubò serenità /
un vile ti rubò», un climax discendente, verso il cuore del dolore, di rara
bellezza).
Il ballo del potere, una ballata dal ritmo cadenzato e coinvolgente (ai
livelli di Beppeanna della Bandabardò) sulla necessità del ritorno al
primitivo, alla simbiosi uomo-natura, all’intimità immanente dei cosidetti
“selvaggi”, o “tribù primitive” che tuttora abitano la terra («I pigmei dell’Africa
/ si stendono sulla terra / con un grido di socialità / tranquilli fumano l’erba»
e «Gli aborigeni d’Australia / si stendono sulla terra / con un moto di
fertilità / rilasciano il loro sperma»); forse il contraltare di quell’incubo
informatico paventato dal singolo Shock in my town.
La preda è una canzone delicata e vampira: il cacciatore svogliato nella
notte («La caffeina scuote le mie voglie sto sempre sveglio / ho voglia di
arditezze») che cerca l’ausilio della chimica per corroborare i suoi istinti
mi ricorda tanto i vampiri stanchi della letteratura gotica ottocentesca.
Il mantello e la spiga sarebbe tra le mie preferite, se avessi mai stilato
una lista: mistica e rock quanto basta per creare uno strano e stridente
connubio affascinante («Guarda le distese dei campi perditi in essi e non
chiedere altro / Lasci un’orma attraverso cui tu stesso ti segui nel tempo e
ti riconosci»).
L’ipnotica E’ stato molto bello, basta una strofa per descriverla (su un
letto di violini che tengono la stessa nota, con un briciolo d’eco: «I colli
dei cigni / splendono alla luce / e mille barbagli / trafiggono le palpebre
/ il fuoco che bruciò Roma / è solo sprazzo / così m’incendi / con bugie di
suoni mi possiedi»).
Quello che fu è il pezzo che non t’aspetti da nessun altro che da Battiato:
graffiante e raffinato, illustra la tematica d’un dolce ricordo di qualcosa
che è stato legame (amore?, amicizia?) («Ah! Questo passato / dove il mio
rifugio presso di te / fu quello che fu, / dove la polvere più pura sulla
tua soglia, / fu quella che fu. / Duri come pietre / come due amici eravamo
insieme. / Preso del tuo cuore / ho detto che il nostro legame / fu quello
che fu»): un misterioso intreccio che ingarbuglia e stuzzica le nostre
meningi, e tuttavia ci lascia inermi fino alle soglie di Vite parallele,
dolcissima ed eterea apologia insieme del buddismo («Credo nella
reincarnazione / in quel lungo percorso che ci fa vivere vite in quantità»),
pensiero leibniziano («Ma già qui / vivo vite parallele / ciascuna con un
centro, una speranza / e qualcuno che mi scalda il cuore») e filosofia
aristotelica («Giriamo sospesi nel vuoto intorno all’invisibile / ci sarà
pure un Motore immobile»).
Il cd si chiude con Shakleton, lunghissimo pezzo (più di otto minuti)
sperimentale, in cui s’alternano frasi parlate sulla sciagura di molti e del
coraggio impavido d’uno, strofe cantate descrittive d’una storia d’eroismo
(a mo’ d’aedo o cantastorie), lunghi gorgeggi elettrici in tedesco, e chiusa
di leggiadri vocalizzi arabeggianti.
Tutto questo, e molto altro, è Gommalacca, di Franco Battiato. Non potete
non ascoltarlo.

http://www.silenzi.com

Le categorie della guida