Giorno quattro,14 luglio

Ve lo dico ora che magari state ancora dormendo.

di Tommaso Labranca
Ciao.

Ve lo dico ora che magari state ancora dormendo. Sarete andati a letto
mentre io già facevo colazione in una deserta Breakfast Room d’albergo,
approfittando di quell’ora metafisica per prelevare dal buffet e intascare
parecchie monoconfezioni di marmellata ai mirtilli. Vi sarete coricati dopo
aver visto il sole levarsi sui Murazzi, soddisfatti della performance di
Violante Placido come dj. D’altronde, anche un’obesa Wanna Marchi vendeva
dimagranti. Viviamo l’era della non-specializzazione.

Vi dico ora ciao, tramite quest’ultima pagina di diario elettronico. A
qualcuno ho detto ciao e anche grazie per sms. Perché sono un debole e
detesto vedere le cose finire.

“Il momento della giornata che preferisco è il crepuscolo”, disse una volta
Battiato in una intervista. Anche per me è così e non solo quando si tratta
di momenti della giornata, ma in ogni caso. Il crepuscolo è quel momento in
cui sai che qualcosa sta per finire, ma non si è ancora spento del tutto. Il
crepusolo ha la malinconia della fine, ma non la sua tragicità. Il
crepuscolo del film è la colonna sonora che inizia a crescere d’intensità,
ma non ancora i suoi titoli di coda. E’ andarsene prima del caffè.

Allora, proprio per evitare gli abbracci e i brindisi, gli smontaggi e i
titoli di coda sono andato via appena annusato il crepuscolo del concerto di
Battiato. Stavano levandosi le ovazioni per l’ultimo pezzo con i Subsonica
che io già scappavo dall’uscita segreta in fondo al recinto per i
backstagisti.

Ho attraversato rapidamente il parco della Pellerina, passando per l’ultima
volta lungo il Viale del Colesterolo. Quel Boulevard dei Grassi Idrogenati
segnato da un unico infinito bazar del panino alla porchetta in grado di
segnarti due volte: rivestendoti le arterie di micidiali LDL e patinandoti
gli abiti di un aroma d’accampamento unno difficile da mandare via. Ma ieri
sera c’erano anche le polveri sottili della malinconia che si depositavano
su di me insieme all’acidità del fritto.

Sono salito sulla navetta che mi avrebbe riportato in città ed ero infelice
al 75 percento. Per la prima volta avevo visto Franco Battiato dal vivo. Mai
successo prima nei venticinque anni da cui lo seguo in tutte le sue fasi: la
pop, la sgalambrica, la sperimentale che per me resta la più entusiasmante.
Conservo i suoi otto dischi incisi tra il 72 e il 78 a fianco dei cinque
dischi bianchi di Battisti-Panella perché insieme mi hanno fatto perdere
tante amicizie.

Ieri sera Battiato non ha negato nulla e grazie ai Subsonica c’è stato anche
l’omaggio alla stagione 72-78, con “Fetus”. Senza alcun finto pudore
artistico Battiato ha eseguito anche brani fin troppo ascoltati, come “Le
stagioni dell’amore”, che per me resta la sua canzone più bella, con suoni
come i raggi di sole al tramonto che colorano le nuvole. O i pezzi de “La
voce del padrone”. Lui che potrebbe permettersi di snobbare il pubblico
eseguendo composizioni wagneriane con cori russi, si è messo a cantare di
palome e centri di gravità permanenti. Perché mi meraviglio di questo?
Perché ricorderò sempre di aver assistito nel 1999 a uno dei primi showcase
dei Verdena, dei quasi-Nirvana di origine camuna, tipici figli di quella
emulativa musica finto-rock la new italiana il free jazz punk inglese.
Avevano un repertorio di 7 pezzi a dir tanto. E solo alla fine, quasi
minacciati dallo scarso pubblico, il cantante annunciò con disprezzo che si
sentivano costretti a eseguire Valvonauta, la loro unica e anche abbastanza
limitata hit, uscita solo un mese prima. Ah l’umiltà degli artisti!

Quando arriva la fine cerchi di non fare bilanci, ma non riesci a non
pensare a quanta fatica si spreca nel cercare i suoni, creare arrangiamenti,
sondare filosofie e inventare nomi. Cosa arriva al pubblico? Seduto davanti
a me sulla navetta c’era un trentenne con una sbiadita maglietta De Puta
Madre portata senza alcuna vergogna per il tragico ritardo rispetto ai
crudeli tempi delle mode. Chiamava un amico nella Locride con un Nokia ormai
di valore archeologico e cover dai disegni tribali scrostati. “Sono a
Torino, a un concerto. C’erano i Subbesonica!”

Era felice nel dirlo, così come sarà stato felice nell’ascoltarli. Noi lì a
posare da intellettuali e artisti, a interrogarci per quattro giorni su
Berlino e lui, estraneo a tutto, racchiudeva la sua gioia esplosiva in
quell’epitesi che nei dialetti meridionali evita le terminazioni ossitone
dei monosillabi e crea strani incroci tra un Subbuteo e una band torinese.
Io sulla navetta a pensare alla tristezza della fine e lui che ogni giorno
conosce solo gli inizi di piccole felicità scoppiettanti.

Allora ho deciso che avrei fatto terminare questa breve avventura torinese
qualche ora prima di quel momento, in un’isola della giornata in cui ero
stato felice. Ho abbassato lo sguardo sul mio orologio, una riproduzione del
monoscopio televisivo che desta invidia in chi lo vede. Era mezzanotte e
mezzo. Ho iniziato a far ruotare la corona per riportare indietro le
lancette.

Ecco le ventitré: mi sposto perché una petulante spettatrice si lamenta con
il suo abbronzato accompagnatore di come il pubblico non reagisca con
entusiasmo alla musica e inizia a urlare con voce stridula.

Ecco le ventidue e trenta: l’inizio del concerto di Battiato. Sono davanti
al suo camerino, in attesa che mi intervistino per un documentario su
Traffic e lui passa a pochi metri da me e c’è Sgalambro che sulla porta
guarda fuori il cielo come l’omino nelle vecchie casette segnatempo.

Ecco le ventuno e quarantacinque: sul palco ci sono Anthony and the Johnson,
un act forse troppo delicato per una situazione di massa come il festival,
ma comunque suggestivo.

Ecco le diciassette. Sono in via Garibaldi e torno a passo spedito in
albergo. Ero uscito poco prima per andare a visitare qualche libreria
antiquaria di via Po attratto dai volumi con xilografie seicentesche che non
potrò mai permettermi. Mi sono poi fermato a uno dei banchetti che vendono
volumi usati perché in uno scatolone seminascosto c’erano due vecchi
Classici di Walt Disney e il numero 696 di Topolino del 30 marzo 1969. Li ho
comperati per cinque euro. Per questo sto camminando di corsa.

Voglio tornare al più presto in albergo, spegnere il telefono, starmene da
solo. Non condivere con nessuno questa mia piccola gioia inutile. Non
pensare al giorno che finisce. Prendere l’ultima albicocca rimasta nel
frigobar. Mettermi sul letto. Lasciarmi avvolgere dal flusso malefico
dell’aria condizionata a 18 gradi. Non pensare a Traffic che finisce.
Perdermi nella lettura del numero 696 di Topolino. Tornare a un pomeriggio
del marzo 1969. Non pensare alle cose che finiscono. Tornare a quando
“tutto-questo” doveva ancora cominciare. Mercoledì scorso o 38 anni fa, non
ha importanza.

http://www.trafficfestival.com

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