Uno, nessuno e centomila i volti di Battiato

SUCCESSO AL «NEAPOLIS»

di Federico Vacalebre

«Seduto sotto un albero a meditare/ mi vedevo
immobile danzare con il tempo/ come un filo d’erba/ che si inchina alla
brezza di maggio/ o alle sue intemperie». L’incipit, solitario in scena, è
quello di «Haiku», antico inno al silenzio e perla del repertorio
«santautorale» del Franco Battiato (nella foto) più mistico/esoterico, poi
però arriva subito «Povera patria», j’accuse di perenne attualità, come la
primavera che tarda ad arrivare. Il Giano Bifronte della canzone d’autore
italiana inizia così un percorso che lo porta a mostrarsi nella
sfaccettatura di un percorso che cerca di conciliare gli opposti: l’autore
con l’interprete («Amore che vieni, amore che vai», «Ruby tuesday», «La
chanson de vieux amants»), la ricerca dello spirito («Un oceano di
silenzio») con quella dell’amore terreno anzi carnale («Tra sesso e
castità», «La cura»), il pop più raffinato e sospeso («E ti vengo a
cercare») col rock più corposo e d’impatto («Shock in my town»). Uno,
nessuno e centomila come il corregionale Pirandello, Battiato chiude il
«Carpisa Neapolis festival» in un’Arena Flegrea piena e calorosa, si mette
in mostra «a pezzi», svelando anche scenicamente uno per volta i musicisti e
le atmosfere che da lì a poco fonderà insieme: il pianoforte di Carlo
Guaitoli, gli archi del Quartetto Italiano, gli Fsc con la loro elettricità
pop e le Mab con il loro contributo più estremo (si fa per dire), le
tastiere digitali di Angelo Privitera. Incorniciato da un light show
efficace quanto delicato, che sottolinea al meglio la cornice dell’Arena, il
concerto frequenta il minimo indispensabile l’ultima fatica del cantautore,
«Il vuoto», da cui arrivano «I giorni della monotonia», quella «Niente è
come sembra» che è anche il titolo del suo prossimo film, «Aspettando la
sera», poi recupera la filosofia sicula di «Il cammino interminabile» come l’esplosione
futurista di «Strani giorni», la deliziosa «Caffè de la Paix» come l’applauditissima
«La cura», una delle più belle e totali canzoni d’amore degli ultimi tempi.
I testi, come sempre ricchi di citazioni/allusioni/giochi di parole quanto
un libro di Eco, si muovono tra filastrocche leggerissime («Cuccurucucu», «L’era
del cinghiale bianco»), la leggerezza convive con la profondità, il piacere
epidermico con la colta consapevolezza di un ex avanguardista convertito
alla comunicazione popolare, le melodie sottili ma inesorabili con
improvvisi rovelli elettrici e/o segni del futuro digitale prossimo venturo.
Le Mav restano sul palco anche per l’intermezzo di Manlio Sgalambro, svagato
filoso-chansonnier-imbonitore che presta la sua poca voce ai versi di «L’anima
dolorante di Nietzsche» mentre le ragazze sardo-londinesi imbastiscono una
sconclusionata sintonia sonica memore dei muri di chitarre di Glenn Branca e
dei Sonic Youth prima maniera. Il finale è trascinante, con gli hit più
attesi, così vicini, così lontani dal Battiato che oggi si sente più regista
(d’élite) che musicante di massa, eppure, o forse proprio per questo, lascia
che i suoi fans si delizino seguendo il volo de «Gli uccelli», sventolino
con lui «Bandiera bianca» e salutino la luna piena nel cielo con un
ritornello inesorabile: «È bellissimo perdersi in questo incantesimo».
IlMattino

Peeplo News

Attualità e Notizie su Peeplo News.

Cercale ora!

Le categorie della guida