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Battiato: il rock italiano non esiste

Nell'estate dei flop e dei concerti annullati Franco Battiato rappresenta una certezza.

Battiato: il rock italiano non esiste, qui si distruggono i nuovi
talenti

di Alfredo D’Agnese (da “Repubblica” del 2 agosto 2007)

NAPOLI - Nell’estate dei flop e dei concerti annullati Franco Battiato
rappresenta una certezza. Il Neapolis Carpisa Festival si è concluso
nel suo segno davanti a una platea adorante. Lui dice in tono
imbarazzato: “L’affetto e l’adesione dei fans questa volta mi sembrano
veramente un po’ eccessivi. Credo che se cantassi solo una lagna avrei
lo stesso successo.

Repubblica - E’ una stagione strana. Le rockstar vanno giù, sembra
trionfare un suono autarchico. Lei che ne pensa?

Battiato - Esistono dati oggettivi della Siae. Da lì si evince che il
pubblico stia favorendo le cose meno leggere. Quando tutto sembra
andare in una sola direzione, grazie a Dio qualcosa ci sorprende e la
gente si comincia a riversare su cose che riempiono di più
l’intelletto e il cuore.

Repubblica - Il rock italiano è sempre più forte. Se ne sente un po’
il padre?

Battiato - No. Non posso dire di non aver avuto qualche influenza ma
ce l’hanno tutti. Però c’è una certa distanza tra il mio rock e la
musica dei Van Halen. Tutte e due si chiamano rock ma non c’è un
rapporto diretto.

Repubblica - Che idea ha del rock di casa nostra?

Battiato - E’ troppo legato al modello anglosassone, questo genere di
rock necessita di una certa metrica. Qualche volta ho ascoltato gruppi
italiani che non credevo cantassero in italiano. In un piccolo saggio
che ho scritto per il mio nuovo film che uscirà a settembre per
Bompiani dico che mi sento molto più vicino a Saint Saëns che agli U2.
Credo di essere stato un musicista prestato alla zona pop.

Repubblica - Ai suoi esordi è stato un provocatore: non rinnega quel
passato?

Battiato - Credo di essere stato più influente su certo rock americano
che su quello italiano. Tempo fa è uscito un articolo su un giornale
inglese in cui sono stato inserito nello stesso filone dei Sonic
Youth. Jim O’Rourke ha cercato di pubblicare in America i miei primi
album, “Fetus” e “Pollution”. Non so se ci sia riuscito.

Repubblica - Com’è cambiata la situazione dall’epoca dei suoi primi
dischi?

Battiato - Comincerei a parlare senza pudore del talento. Bisogna
seguirlo e non ripetersi, senza ispirazione. Il mio amico Francesco
Messina mi ha detto, parlando di Morgan, che se fosse nato in
Inghilterra avrebbe avuto successo per quello che è. Qui se vuole
avere successio è costretto ad adattarsi a un modello che non è il
suo. Trent’anni fa era molto più facile. “Pollution” è stato in
classifica ai primi posti. Oggi non troverei chi me lo pubblichi. Ai
miei tempi nei festival pop se vedevano un bollino di Coca Cola si
sfasciava tutto. Oggi siamo all’apologia del marchio.

Repubblica - In quegli anni si pensava di poter cambiare il mondo.
Oggi?

Battiato - Le faccio un esempio. Negli anni Settanta l’utilizzo della
droga nel nostro mondo era per allargare le coscienze. Oggi lo si fa
per divertirsi in discoteca, per l’impossibilità del vivere. Questo è
il punto: si afferma un genere di superficialità, di arrivismo senza
studio.

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