
di
Riccardo Limongi
Prima di scendere nuovamente nell’Arena (Flegrea), ieri sera, pensavo da
qualche giorno che forse non sarebbe stato giusto che io scrivessi qualcosa
su Franco Battiato, dal momento che il sottoscritto nei suoi confronti è
completamente parziale, essendone da sempre un appassionato e spesso
commosso ascoltatore, quindi forse capace solo di giudizi generosi. Per
intenderci, sono uno che già ormai quasi trenta anni fa sognava di tornare
la sera a casa e trovarci una violinista che suonava per lui L’era del
cinghiale bianco, e che ha inseguito ed ascoltato/assistito a Gilgamesh e
Campi Magnetici.
Ma ora che l’ho visto, penso che invece forse proprio chi ama molto può
permettersi di vedere alcuni dettagli, e di evidenziarli con affetto.
Dico subito che rispetto alla struttura di questo tour, ce ne sono stati
almeno altri tre degli anni recenti, che avevo apprezzato molto di più,
primo fra tutti proprio quello dello scorso anno, in una serata romana di
Fiesta!, in cui c’era stata una suddivisione molto più netta fra tutti i
suoi generi ispiratori (in quella stagione venne schierata l’intera
Orchestra della Toscana, oltre al trio rock FSC).
Questa volta la scaletta stessa ha parlato di un Battiato che per l’ennesima
volta ha selezionato, rivangato e riarrangiato, per riproporsi in una chiave
soprattutto rock: due chitarre elettriche, tastiere, basso elettrico e
batteria, oltre ad uno strumento elettronico per i suoni psichedelici
(aiuto, non saprei proprio come si chiama.), ed un uso ampio dei brani più
rock dei “X stratagemmi”, di Gommalacca e de L’Imboscata, oltre a
raffinatezze come Via Lattea (da “Mondi Lontanissimi”) e perfino Meccanica e
Anafase (chi ricorda l’album sperimentale Fetus del 1972?), Areknames e Il
silenzio del rumore (da “Pollution” del 1973). Menzione speciale per la
delicatezza di “Niente è come sembra”, che è anche il titolo del suo ultimo
film in cui appare anche Alejandro Jodorowsky nella parte di se stesso.
Spesso, uscendo da un concerto di Battiato, si ascoltano commenti nostalgici
per tutte le oldies che non ha cantato, ma per soddisfare questo rimpianto
ci vorrebbero ore ed ore, mentre questa volta un leggero senso di
insoddisfazione si è avvertito per una emozionalità non pari all’aspettativa.
È stata una delle sue svolte rock che però non ha potuto conservare quell’aura
magica che spesso aveva creato in altre sue versioni: forse era inevitabile,
ma lo si deve dire, una lezione piuttosto che una comunicazione di quelli
che spesso sono stati veri e propri turbamenti.
C’è anche da dire però che le aspettative nei suoi confronti partono sempre
da un livello elevatissimo, e se spostiamo di poco il loro piano, dobbiamo
anzitutto riconoscere le sue capacità di inseguirsi, e direi di più,
dobbiamo essere felici di trovarlo sempre diverso da come ce lo si aspetta,
come fosse esso stesso un insegnamento non pronunciato in uno degli
interventi di Manlio Sgalambro. Già vederlo, è un’esperienza musicale, una
certezza sinestetica di onde sonore e sensazioni da cogliere con cui aprirsi
la mente. Non una sola nota scontata o una parola fuori posto. E se il posto
non si percepisce subito, è un invito a cercarlo, perché sicuramente c’è.
E per quanto attesa ed amata, di fronte a questa consapevolezza, c’è perfino
un senso di perplessità di fronte all’accoglienza di una scaletta finale dei
successi degli anni ‘80 (stavolta una medley fra Bandiera Bianca, Segnali di
vita, Sentimento Nuevo, e Gli uccelli) che ogni volta pare debba essere un
clou, che invece già c’è stato.
Solo qualche parola per le sue ultime parole, quelle contenute nell’album Il
vuoto (2007), in cui fra gli archi della Royal Philarmonic Orchestra
appaiono dissezionamenti delle patologie del quotidiano e dello spirito da
seguire fra le pieghe del vuoto appunto, mentre cercano un conforto ancora
peggiore del male nel consumo ed in una sproporzionata ricerca metafisica:
ma il vuoto di Battiato non è tanto ideale o trascendente, no, è un vuoto
vero, ovvero uno spazio da riempire, qualcosa da ricoprire con una memoria
ed una esaltazione della vita semplice e del saper apprezzare i dettagli.
Come suggerisce lui stesso, “La mia droga è un cielo terso con una nuvola
che lo attraversa. Per qualcuno sarà noioso, per me è come farmi d’eroina”.
31/07/2007
http://www.lavocedelquartiere.it

Carla








