Sventola Bandiera Bianca:Battiato a Cagliari

Franco Battiato anima una fredda e ventosa notte cagliaritana di fine estate con due ore di parole e musica, tra calde emozioni, armonie di violini e rock autentico. A fare da cornice la suggestiva arena romana, per l'occasione esaurita in ogni ordine di posti. "Le serenate all'istituto magistrale all'ora di ginnastica o di religione", nel '65 la sua prima uscita discografica, da oltre trent'anni viene annoverato nell'élite della scena musicale italiana ed internazionale.

CAGLIARI - Un motivo sicuramente ci dovrà essere: pittore, regista ma
soprattutto cantautore e compositore, il “maestro” sembra non invecchiare a
parte i capelli grigi e radi e le inesorabili rughe. Humanum est. Ma la sua
ispirazione, al pari dei suoi occhiali démodé, non è scalfita dall’andare
del tempo e dalla fuga delle stagioni, una fonte da cui attinge
continuamente, una scintilla che si accende d’improvviso “è come quando uno
si innamora, non è che il giorno prima decide ‘domani mi innamoro. E’ una
cosa che deve arrivare” disse lui una volta.

Il “Vuoto”, suo ultimo disco, è solo l’ultimo tassello di un vastissimo
canzoniere in continua evoluzione che lo ha visto sperimentare di tutto e
più di tutti: opera lirica, musica etnica, rock progressivo, musica leggera.
Quella che va in scena all’anfiteatro può essere considerata la summa del
suo repertorio, un viaggio antologico che ripropone vecchi e nuovi successi,
anche se a parte l’etichetta è difficile scindere ciò che è vecchio da ciò
che è nuovo, perché i classici quando tali sono, rimangono sempre attuali.
Attualissima continua ad essere”Povera patria” testo di vibrante impegno
civile e protesta (povera patria schiacciata dagli abusi del potere di gente
infame, che non sa cos’è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello
che fanno; e tutto gli appartiene. Tra i governanti quanti perfetti e
inutili buffoni!), che raccoglie la prima ovazione della serata, e sullo
stesso tema “Bandiera bianca, “Magic shop”.

“Il vuoto” è denuncia di un mondo, quello contemporaneo, privo di senso, nel
quale l’uomo non sa più chi è, non è più capace di riflettere, perché non c’è
tempo, ha fretta è costretto a muoversi sempre più in affanno nel traffico
urbano come un automa, meccanicamente, trascorre la sua esistenza in “Strani
giorni”, in “Giorni di monotonia” che lo porteranno al suo disfacimento, al
“Game over”, quando l’atmosfera non potrà che essere infernale: gli archi
stridono raschiati sulle corde, le luci dei riflettori saettano impazzite
nel buio, le chitarre mitragliano ferocemente e la voce quasi urla nel
complesso di un frastuono melodioso.

Meglio allora scacciare l’urbanità per andare a sedersi sotto un albero e
meditare e magari dipingere bucoliche illusioni fatte di tiepide stagioni,
cieli illuminati e brezze leggere; si sente il bisogno di tornare a godere
di una gioia semplice e d’amare: ecco l’omaggio a Fabrizio De Andrè “Amore
che vieni, amore che vai”, “Aspettando l’estate” e le musiche si fanno
leggere, paradossalmente silenziose, il tempo è lento e gli archi ora paiono
scivolare morbidi sulle corde. E’ il momento de “La cura”, “La stagione dell’amore”,
“E ti vengo a cercare”: le coppie si baciano, si canta, c’è chi si lascia
andare a qualche lacrima e chi invece preferisce stare in silenzio.

Dopo le serenate, l’artista di Jonia ha ancora voglia di stupire e far
ballare, arrivano i ritmi incessanti di “Voglio vederti danzare”, ma l’apoteosi
arriva con “Cuccurucucu”. I cinquemila balzano in piedi, molti arrivano ad
invadere la platea, giovani e meno giovani, braccia al cielo, mani che
battono e gambe che saltano. Mai visto all’anfiteatro. Il maestro bissa con
alcuni brani che tutti aspettavano “L’era del cinghiale bianco”, “L’animale”,
“Gli uccelli”, “Bandiera bianca” e immancabile “Centro di gravità
permanente”. Inchini di rito e applausi complimenti a gogò.

Andrea Deidda
http://www.sardegnaoggi.it

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