Franco Battiato venerdì sera sul palco dell'Arena di FestaReggio

Il pubblico ha potuto ascoltare sia i nuovi pezzi che i 'classici' del cantautore siciliano

REGGIO EMILIA (8 set. 2007) - Non sono molti gli artisti in grado di
catturare poesia e musica in un modo talmente preciso da rendere leggero
ogni singolo pensiero. Franco Battiato, ieri sera sul palco dell’Arena,
regala al pubblico nuvole di suoni che scorrono tra i nuovi pezzi dell’album
“Il vuoto” e i successi storici dell’artista. E non servono “dieci
stratagemmi” per iniziare a contare le stelle perdendo un po’ il senso del
tempo.
Personalità tra le più eclettiche e originali espresse nel panorama
italiano negli ultimi decenni, Franco Battiato ha attraversato molteplici
stili musicali: gli inizi romantici, la musica sperimentale, l’avanguardia
colta, l’opera lirica, la musica etnica, il rock progressivo e la musica
leggera, riuscendo sempre a cogliere un grande successo di pubblico e di
critica, avvalendosi sovente di collaboratori come il violinista Giusto Pio
e il filosofo Manlio Sgalambro e costruendo una carriera artistica varia che
lo ha visto cimentarsi anche nella regia cinematografica.
A dividere il palco, l’ormai inseparabile voce di Manlio Sgalambro, il
pianista Carlo Guaitoli, Angelo Privitera alle tastiere e programmazioni.
Inoltre il Nuovo Quartetto Italiano, quartetto d’archi che da anni collabora
con il cantautore, gli FSC, il trio rock che dall’uscita di “Dieci
Stratagemmi” lo segue in tournée e le MAB, particolarissima band al
femminile di sangue italiano ma di spirito anglosassone, la cui
collaborazione è iniziata sul set del nuovo film “Niente è come sembra” ed è
continuata in studio di registrazione per l’ultimo album “Il Vuoto”.
Il live parte con molti dei brani dell’ultimo album “Il vuoto”, tra
cui il primo singolo, nato dalla lettura di un sondaggio dell’Oxford
Dictionary sulle cento parole della lingua inglese più usate al mondo.
Battiato ne ha scelte venti e le ha infilate in una delle sue elettriche
collane, “year play rest my way day/ thing man your world life”. Poi “I
giorni della monotonia” e “Tiepido Aprile”, “Era l’inizio della primavera”
dove la musica di Tchaikovsky viene unita ad un testo di Tolstoj
sapientemente tradotto in inglese e poi in italiano. I brani scorrono e il
pubblico esplode quando semplicemente si accenna “La stagione dell’amore”.
Il resto è come partire per un viaggio sconosciuto, un treno simile al
Galaxy Express per restare in quegli anni, le rotaie perse in destinazioni
irraggiungibili, tra le stelle. Personaggi indecifrabili fanno da sfondo e
pezzetti di vita si incontrano con quella speciale casualità che solo la
musica sa creare. Da lì, perdersi in chiacchiere con un amico è più facile.
Guardare fuori insieme i nostri “Strani giorni” fa meno paura, mentre
improvvisamente ci si trova sulla “Prospettiva Nevski”, la strada principale
che attraversa la città di San Pietroburgo dove per caso si può incontrare
Igor Stravinsky. Sul ponte sventola “Bandiera bianca” e spero che ritorni
presto “L’era del cinghiale bianco”. Quando si prova a fare un giro su sé
stessi sul “Ballo del potere” si incontrano “Vite parallele”. Ti piace
“Shock in my town” per scappare via dalla paranoia e “Il sentimento nuevo”,
“Cucurrucucù” e “Tra sesso e castità” sullo sfondo appaiono come fuochi d’artificio
lontani e bellissimi. “La cura” arriva presto per superare le correnti
gravitazionali e salvarci da ogni malinconia.
Quando si aprono le porte dell’arena un mare di gente entra per
gustarsi gli ultimi pezzi di un concerto splendido. Nel mese in cui le
foglie cambiano colore, “Voglio vederti danzare” proprio mentre la musica si
ferma e ognuno ritorna ai propri sogni. Intenso come “E ti vengo a cercare”
cantato con quel filo di voce appeso alla notte molto più fresca del solito.
O come un “Centro di gravità permanente” che chiude il live e apre
riflessioni sul nostro piccolo mondo.

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