
Federico Vacalebre La «second life» di Nabil Salamah è appena
cominciata, e non solo dal punto di vista burocratico. È di questo, in
fondo, che parla «Avatar», una delle canzoni più riuscite di «L’immagine di
te», il nuovo album dei Radiodervish, prodotto da Franco Battiato con Pino
«Pinaxa» Pischetola, e presentato ieri pomeriggio alla Feltrinelli. «Da poco
più di un mese sono un cittadino italiano, un nuovo cittadino di quest’Italia
che si sta colorando», racconta con passione il cantante palestinese della
band con base a Bari: «Non ho ancora il passaporto, sarà il primo documento
della mia vita, finalmente, dopo 23 anni da profugo senza diritti, potrò
andare nei Territori occupati a vedere la casa dei miei genitori a Jaffa:
sì, è rimasta in piedi». O, forse, la seconda vita di Nabil era già iniziata
dieci anni fa, quando lui incontrò Michele Lobaccaro e gli Al Darawish si
sciolsero per veder rinascere dalle proprie ceneri i Radiodervish, finora
sospesi sul crinale tra world music e canzone d’autore e con questo album
pronti alla «sfida del pop»: «Ci siamo accorti dei nostri limiti, abbiamo
chiesto ad un maestro della canzone come Battiato e a un maestro del suono
come Pischetola di aiutarci a superarli. Il disco è un inno alla
trasformazione, quella del Belpaese che si colora d’altre razze e culture,
quella interiore di ognuno di noi, quello della nostra band che per la prima
volta invece di rimuginare per mesi su un pezzo, ha vissuto un processo
creativo fluido, spontaneo, leggero». E «leggero» è il nuovo canzoniere del
gruppo, che centra melodie tenere come quella che dà il titolo al disco, la
battiatesca «Tutto quello che ho», «Se vinci tu», «Milioni di promesse» (una
su tutti, quasi un sogno per Nabil: «I bambini di Beirut giocheranno a Tel
Aviv). Se i programmatori radiofonici non fossero sadomasochisticamente
innamorati (si fa per dire) del pop vuoto a perdere dei vari Meneguzzi non
sentiremmo altro nelle prossime settimane. La voce di Salameh mette miele
nel vino, la sensualità mediterranea cerca ballate ibride che si muovono tra
un Nick Drake più solare e i migliori Tiromancino, il Battiato meno
esoterico e i Kings of Convenience di «Quiet is the new loud». Ma il fuoco
brucia sotto la cenere e «Babel» esplode come il Medio Oriente nel rap di
Caparezza, che incrocia schegge di trip hop e suggestioni «londonistane»,
mentre «Yara» arruola la giovanissima ugola di Alessia Tondo, solista
sedicenne della Notte della taranta, per aggiungere la lingua grika del
Salento all’italiano e all’arabo, ed echi vintage del primo raï aggiungono
spezie ai melismi vincenti di Nabil. Archi, computer di prima generazione
(«Avatar»), memorie dell’arab rock dei Dissidenten («Sama Beirut), il
violino che guida sulla strada della danza popolare, canzoni dell’amore e
della terra perduta. «Un disco pop», ammettono felici Nabil e Michele.
Perché leggero vuol dire epidermico e chi non si concede i piaceri della
pelle…

Carla








