
Roma La musica che poggia il suo stile oltre il Mediterraneo abbraccia lo
spirito realizzativo di Franco Battiato, per far nascere un pop italiano
fatto di nostalgica melodia. La nuova produzione dei Radiodervish è una
semplice emozione che prova a tendere nuovi sentimenti, valicando suoni di
confine per sfociare in territori forse più commerciali. Nabil Salameh e
Michele Lobaccaro continuano il loro percorso musicale, dando crescita a
terre di frontiere che partono dall’Italia e arrivano oltre l’Occidente più
libero e definito. «Abbiamo sempre concepito ogni disco come una tappa del
nostro percorso - dice Michele. Abbiamo dato diversi “abiti” alle nostre
produzioni e questa volta, grazie anche alla disponibilità di Franco
Battiato e Pino Pinaxa, abbiamo raggiunto l’obbiettivo che ci eravamo
prefissi. Siamo riusciti a fare un disco che ha un linguaggio comprensibile,
fresco e diretto, quello che in pratica è il modo d’espressione del pop. Ci
sono dei riferimenti musicali molto vicini ad una musica e dei suoni tipici
degli anni ‘80. E’ una cosa voluta o solo nostalgica casualità? Michele
«Abbiamo scelto dei suoni, soprattutto per tastiere, percussioni e batteria,
che avevano memoria. Per esempio su “Avatar” sono campionati i suoni
classici dei videogiochi degli anni ‘80. Volevamo fare un pop che avesse un’immediatezza
e contenuti che altre volte avevamo presentato in maniera diversa» Questo è
per raggiungere anche un livello più ampio di estimatori e uscire da una
nicchia di “genere” che avevate già occupato in passato? Michele «Abbiamo
sempre avuto l’esigenza di comunicare le nostre radici, peraltro opposte per
tradizione ma con un base culturale diversa ma nello stesso tempo molto
simile. Ora vogliamo portare il mondo dei Radiodervish vicino ad un gusto
che abbia un senso per gli ascoltatori di oggi, dare delle chiavi di lettura
interessanti per capire il mondo che viviamo, un mondo multiculturale che
abbiamo già ritrovato nel nostro percorso. In fondo è un laboratorio di una
realtà che sta sempre diventando più visibile nella società italiana». Nabil
«Sapevamo sin dall’inizio che questo progetto sarebbe stato di più facile
recepimento. Volevamo raggiungere un maggior numero di ascoltatori e per
questo abbiamo realizzato delle melodie più riconoscibili. Anche lo slogan
con cui lanciamo questo disco “la nuova musica italiana”, serve a far
prendere maggiormente coscienza anche dei temi sociali che andiamo a
proporre nei nostri testi». Credete che questo lavoro apra i vostri confini,
ancor più delle produzioni precedenti, verso una musica mediterranea
multirazziale? Michele «Ci piacerebbe pensare che questa sia la sintesi
della nostra carriera. C’è molto Italia, grazie anche a Battiato e Pinaxa
che fa normalmente i suoni anche a Ramazzotti, Celentano, la Nannini e
Zucchero. La nostra è una logica apertura di un progetto che adesso può
essere meglio identificato come un prodotto italiano, di un’Italia che si
deve ripensare in un’altra maniera, più mediterranea e aperta». Nabil «Il
nostro modo di proporre musica rispecchia l’andamento della nostra società,
forse più capace di accogliere cittadini stranieri come me. I contenuti che
abbiamo espresso da sempre ci sono sempre. Dal desiderio di “Milioni di
promesse”, rivolto alla libertà dei bambini palestinesi, fino alle cose che
abbiamo sempre denunciato. In “Babel”, cantata con Caparezza, denunciamo l’assurdità
della guerra, con un linguaggio nuovo, forse inconsueto, ma sempre legato al
progetto Radiodervish. Noi siamo felici di questo lavoro, sia per la
realizzazione che per le scelte che abbiamo maturato in questo nostro
percorso». Mario De Vivo

Carla








