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Incontro ravvicinato con un autore multiforme

Intervista a Franco Battiato

Ho incontrato Battiato poco prima di una delle varie presentazioni del suo
ultimo film: sereno, rilassato, ironico e cortese. Un vero signore, si
diceva un tempo! Ma ciò che colpisce è il distacco (apparente?) per la
frenesia che lo circonda e la sincerità nel dichiarare momenti di sé forse
scomodi.
Musicista, pittore, scrittore e regista: forse ancora qualche altro aspetto
dell’artista Franco Battiato potrà venire alla luce nei prossimi anni. È
proprio straordinaria infatti la sua capacità di sorprendere grazie a una
vita votata alla ricerca e alla conoscenza attraverso l’espressione
artistica declinata nei più diversi modi.

Un artista che da anni ha raggiunto una grande notorietà perché ha sentito
l’esigenza
di passare a un linguaggio diverso (ormai è al terzo film)? Perché passare
da quello sonoro al linguaggio visivo, avendo dato tanto e ricevuto tanto
dal primo?
Appunto per questo. È giusto cambiare orticello. Mi sta affascinando
l’immagine
e quindi sto lavorando su quella.

Nell’ultimo film c’è molta ricerca. È un film semplice e complesso nello
stesso tempo. Qual è il tipo di pubblico e il tipo di comunicazione che lei
vuole avere attraverso questo film?
Cerco un pubblico adatto naturalmente. Questo film è fatto per certa gente,
non per altra. Non cerca il consenso totale. Però devo dire che è meno
faticoso farlo conoscere di come me l’aspettassi.

Direi che la risposta è forse superiore agli altri suoi film.
Sicuramente.

Perché secondo lei questo film, e proprio questo, ha avuto un consenso così
ampio?
Non so spiegarlo, sinceramente. La prima prova la ebbi in Bretagna, dove
feci un’anteprima di questo film, nelle università bretoni e in una di
queste il rettore mi disse che aveva già più di cento prenotazioni per il
dvd. E lei sa bene che - nell’ultimo periodo ho fatto diverse
presentazioni - c’è sempre un buon numero di persone che, dopo aver visto il
film, lo comprano.

È stato subito chiaro che il film aveva ottenuto molti consensi. Forse anche
grazie agli interpreti: la scelta degli attori - delle attrici, in
particolare - è molto azzeccata.
Mi deve credere sono contento di questa osservazione che mi colpisce perché
lavoro molto in questa direzione. L’interprete deve essere questa e non può
essere quell’altra. In Musikanten avevo chiesto di avere un’attrice, ma lei
aveva dei dubbi: non l’ho mollata finché non ha accettato. E poi era proprio
l’interprete giusta.

Quando pensa al film e al personaggio, insomma pensa già a chi dovrà essere
l’interprete.
Addirittura parto da un viso. Per esempio, per il prossimo film ho già in
mente un cantante degli anni Sessanta, con parrucca seicentesca, che canta
un’aria di Scarlatti. Sarà un’abbinata folgorante per me. Naturalmente lui
non sa niente, non da niente nessuno.

Suona nel cd unito al film e al libro dei pezzi con un’orchestra classica.
Mi sembra che oggi siano numerosi i cantanti che desiderino essere
accompagnati da un’orchestra sinfonica. A lei, da quando è venuta questa
idea?

Da sempre. Ho iniziato negli anni Settanta e c’era il mio collaboratore che
ha suonato con me il basso per una vita con il gruppo storico degli Osage
Tribe. Nel 1970, quindi 37 anni fa, lavoravo sull’aria della quarta parte
del Klavier Übung di Bach, rallentandola con i mezzi che avevo a
disposizione, perché all’epoca c’era solo il vinile, quindi mettevo dei
pesi. Oggi è un gioco rallentare un brano musicale, a quei tempi era molto
difficile. Perché ho sempre avuto la passione di lavorare sulla musica
classica verso il pop e di lavorare con strutture classiche anche se sono da
sempre un fanatico dell’elettronica da quando è nata.

Credo che la sperimentazione, un po’ in tutti gli ambiti, sia una sua
caratteristica, in questo caso un suo punto forte, non un punto debole. Lei
è stato anche il primo, per quanto riguarda la musica, a fare un certo tipo
di cover. Perché ha deciso di riprendere canzoni scritte da altri proprio
lei che ha composto canzoni bellissime?
La soddisfazione che ho avuto con quel disco è perché veniva da Gommalacca e
quindi tutti i miei collaboratori, sentendo l’idea di un’operazione del
genere, hanno detto “guarda, se ti va bene venderai diecimila copie, fallo
così, come un sfizio”. E invece. Non dico cosa ha venduto perché mi vergogno
ma.
Quando faccio operazioni di questo tipo sono assolutamente attratto
dall’idea
artistica, non commerciale, perché appunto commercialmente sembrerebbe un
disastro. Perché per me “Aria di neve” di Sergio Endrigo è un lied degno di
Schumann, certa musica leggera (poca, purtroppo poca) è di altissimo
livello. Non è stata valutata abbastanza, forse allora con una leggera forma
classica. Infatti Aria di neve sembra veramente un pezzo classico.

Sta pensando a un tributo a Giuni Russo?
No. Correggo subito il tiro. Ho realizzato un dvd sulla sua opera facendo -
perché non voglio sottovalutare quello che ho fatto - un lavoro con serietà,
con passione perché Giuni Russo era una mia amica, ma ho lavorato su
materiale di repertorio. Ho scelto quello che per me era adatto davvero a
quest’artista, l’ho messo in una certa sequenza. A quel punto è subentrato
il regista nel creare una sequenza. Ed è venuto un lavoro molto bello.

Lei è un artista che, secondo me, è sempre stato se stesso, eppure è
riuscito a raggiungere il grande pubblico. Non è un’impresa facilissima.
Devo anche qui correggerla, mi deve scusare. Se non avessi cambiato genere
musicale, sarei rimasto in una nicchia piccola così, per sempre. A un certo
punto ho deciso di incontrare il grande pubblico. Sono due cose
completamente diverse. Dall’esterno può sembrare che il pubblico di colpo si
sia accorto di me.non è così. Sono stato io a scommettere su questa cosa, ho
detto: “voglio fare i soldi”, e così è successo. Ma nello stesso tempo sono
stato vittima del mio stesso gioco - perché ho l’intelligenza nel capire
anche questo. Nel senso che ho pensato di fare, così, un divertissement, ma
sono rimasto incatenato nella struttura della musica leggera. E quindi ho
meritato questa lezione. Però ancora oggi canto questi giochi fatti negli
anni Ottanta perché penso di averci messo ugualmente la mia abilità
professionale e una certa serietà, perché volevo avere la possibilità di un
ritorno.

Nel cinema lei però non sta concedendo molto al pubblico.
Sono nella stessa identica situazione dell’inizio della mia carriera, quando
la libertà era totale.

Però ha già un nome, quindi è più facile forse.
Non so se è più facile.in fondo, sto faticando anche. Nel cinema in realtà è
molto più difficile, perché il pubblico italiano non ama rischiare, mettersi
in gioco.

Di Grazia Casagrande
http://www.wuz.it

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