
Quindici anni fa, nelle serate di brezza tiepida,
dopo aver studiato tutto il giorno, il progetto musicale dei Radiodervish
nacque così. Per caso, per smorzare la fatica, per giocare ad accostare due
mondi che non si conoscevano. Io ti faccio ascoltare i cantautori italiani,
tu mi fai conoscere le musiche mediorientali. Fino a scoprire che insieme ci
stavano bene. Tanto che con gli anni Nabil Salameh, voce e chitarra, e
Michele Lobaccaro al basso, sono diventati il gruppo italiano di world music
per eccellenza, con all’attivo cinque dischi di cui l’ultimo, L’immagine di
te, appena prodotto da Franco Battiato.
Il gruppo com’è nato?
«A Bari sapevano che strimpellavo. A una festa dell’Unità mi chiesero di
allestire uno spettacolo. Chiamai il mio amico Michele, pensavamo che
dovesse finire lì, invece abbiamo avuto successo».
Qual è il motivo?
«Siamo stati i primi, forse, a mettere insieme due mondi musicali così
diversi. Io canto in italiano, arabo, francese e inglese. La nostra musica
mette insieme immaginari sonori diversi, è sperimentale, attinge da due
culture e quindi era del tutto nuova».
In un’Italia sempre più multietnica crede che questa diventerà una direzione
sempre più percorsa?
«Noi siamo l’espressione di un meticciato musicale destinato a
moltiplicarsi. La società sta cambiando il suo codice genetico, e quindi
cambia anche la scena musicale. Un giorno ci saranno altri ragazzi, magari i
figli degli immigrati di oggi, che si ritroveranno sui banchi di scuola e
avranno la curiosità di mischiare i loro mondi».
Battiato è stato uno dei primi ad accostare sonorità diverse. È per questo
che ha creduto in voi, producendo L’immagine di te?
«Battiato è sempre stato una guida per noi. Lui, per primo, ha introdotto
frasi in arabo nei suoi pezzi e attinto da culture musicali lontane. Un
giorno abbiamo infilato nella sua cassetta della posta a Catania un nostro
demo. Non lo avremmo mai immaginato, invece pochi giorni dopo ci ha
contattato».
Perché vi chiamate Radiodervish?
«Il nostro nome originario era Al Darawish, che, in persiano, significa
«gente semplice», ma si riferisce anche ai mendicanti asceti che danzando si
avvicinavano al cielo. Quanto alla “Radio”, è un mezzo cui siamo
affezionati».
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Carla









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