"Gli invisibili"

Testi di cantautori e versi di autori poco conosciuti nel volume chiamato, non a caso, "Gli invisibili" di Marco Testi

La necessità di inserire nelle antologie i testi di alcuni cantautori era
ormai luogo comune, convinzione sbandierata ai quattro venti dei proclami ma
mai - o quasi - inverata nel gran fortunale della scrittura ufficiale.
Qualche editore ha sì tentato la sorte ospitando le parole in musica di De
Andrè, o Dylan, ma in una o due occasioni. Ora il tentativo è diventato
realtà grazie a un coraggioso editore, La Finestra, che ci presenta, per la
curatela di Marco Albertazzi e Marzio Pieri, un’antologia chiamata
sintomaticamente “Gli invisibili”. Perché in realtà qui non solo trovano
alloggio De Andrè, Paolo Conte, Piero Ciampi, Franco Battiato, Angelo
Branduardi, Vinicio Capossela, Gianmaria Testa, Demetrio Stratos e il
«maestro» Modugno, ma anche una marea di poeti obliterati dalla cultura
ufficiale, e, diciamolo pure, da un’ignoranza da intendere in senso
etimologico: il non conoscere.

Passi per Onofri, Cristina Campo, Amelia Rosselli, Vigolo, Turoldo,
Ripellino e soprattutto Rebora, che un loro posto al sole ce l’hanno. Ma qui
escono dall’ombra altri nomi che aprono (a dire il vero riaprono, perché è
annosa) una seria questione: a che serve la critica? A celebrare
realisticamente e farisaicamente l’esistente o a cercare nel sottobosco
degli ignorati di turno? Perché alcuni nomi che non dicono nulla al lettore
non solo medio, ma finanche di buona cultura, riservano sorprese: il
siciliano Edoardo Cacciatore, i lombardi Emilio Villa e Luisito Bianchi, il
campano Lorenzo Giusto, il piemontese Eugenio Battisti, il toscano Lamberto
Maccioni, i calabresi Lorenzo Calogero e Aldo Dramis, il romano Marcello
Jacorossi e il bellunese Beniamino Dal Fabbro non sono stati sorretti dalla
critica militante, dalle grandi editrici, ma nascondono bagliori di vite
lacerate, consacrate, demolite, o celate dalla quotidianità e di poesia
vera.

Poesia semplice, colma di umanissimo stupore di consacrato e insieme operaio
(«Doppiamente folle o Signore/ nello spiegare il mio canto/ col fiato che mi
rimane di questa lunga giornata/ per credere ostinatamente/ che nel deserto
nasce la primavera/ e al di là della notte/ il sole s’annuncia») nel caso di
Luisito Bianchi, o come Neri Pozza, che riesce fuori dall’oblio poetico con
delle liriche profonde e tese agli abissi del non dicibile, ma proposte con
levità quasi familiare. L’episodio poetico dedicato a Pound che scrive per
un «multilingue iddio» e che va dritto al suo destino di reclusione per «il
suo errore ideologico» non lamentandosi della sua sorte ma interrogandosi
come poter «dare senso ai sensi/ corpo alle figure, suoni mai uditi alle
parole», è un exemplum di poesia non vincolata a correnti o mode.

L’antologia ha il doppio merito di ricollocare dentro il continente-poesia
quelli che ne erano stati esclusi per motivi di purezza disciplinare - i
cantautori - e di isolamento mediatico.

“Gli invisibili”, a c. di M. Albertazzi e M. Pieri, La Finestra, 2008,
pp.563, 45 euro

http://www.romasette.it

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