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La voce del padrone

Un giorno che non ricordo, di un anno che dovrebbe essere il 1980, Franco Battiato mi invitò a un suo concerto al Palalido di Milano.

Era appena
uscito Patriots, mi verrebbe da dire che era il debutto ufficiale del tour
ma se lo faccio sono certo che qualcuno mi scrive e mi smentisce con due
colpi di mouse, vergogna, ma che giornalista è?, lo sanno tutti che prima di
Milano il noto cantautore siciliano aveva suonato a Castelleone e Isola
Liri. Quindi glisso, fate conto che non ho scritto niente, perché intanto
non è quello che importa quanto la mia sorpresa quando, a un chilometro
circa da piazzale Stuparich, scoprii di essere finito in una mostruosa coda
d’auto che non aveva alcuna intenzione di muoversi. Sicuramente avevo
sbagliato data, pensai, sicuramente quella sera giocava l’Olimpia basket
(Billy credo si chiamasse allora) e io, cretino, mi ero infilato in quel
guaio. No invece. Non sbagliavo, e quelle auto erano tutte lì proprio per
Battiato. Dov’ero stato le settimane prima, su Marte? Fatto sta che quando
entrai a fatica in quel budello di cemento strabuzzai gli occhi: cinquemila
fans festanti, anche di più, deliravano felici ripetendo a memoria i versi
di tutto quello che capitava a tiro - Up Patriots To Arms, Le aquile,
Prospettiva Nevskij ma anche Il Re del Mondo, anche L’era del cinghiale
bianco, quelle canzoni che solo fino a pochi mesi prima non si potevano
neanche nominare nei corridoi della EMI perchè “sai, il tuo amico Battiato
fa sempre cose strane, ma che successo vuoi che possa avere?”

Eh già, la solfa era quella, quindi non stupitevi del mio stupore. Franco lo
conoscevo da anni e sapevo del suo talento, delle sue smaniose curiosità, di
quella innata capacità dada, non so chiamarla altrimenti, di stabilire
felici associazioni tra argomenti e suoni lontanissimi, superando le
correnti gravitazionali dei soliti parametri, alto/basso, sinistra/destra,
bello/brutto. Però conoscevo anche la diffidenza di molti, la piccineria
della scena e una forte inclinazione del noto cantautore a saggiare i
limiti, a provocare fino all’autolesionismo; come in quel tour famoso, credo
dopo Pollution, quando aveva dilapidato il patrimonio conquistato con gli
show in maschera di Fetus presentandosi sul palco con una radio da
sintonizzare e mugolanti suoni elettronici, per lo stupore e il fastidio di
un pubblico prima ben disposto “all’avanguardia” e via via convintamente
incazzato. Quindi non c’era, non poteva esserci il Palalido in delirio e
“Cuccurucucu Paloma/ ahia-iaia-iai cantava” nella mia palla di vetro degli
anni ‘70: c’era tutt’altro, c’erano gli esperimenti tra Glass, Stockhausen e
la kosmische musik tanto cari a noi di “Gong” (Franco era una specie di
“membro esterno” della nostra squadra, in quel periodo), c’erano i collages
di M.lle Le Gladiator che oggi si direbbero cut and paste mentre allora la
parolina era “musica totale”, e i gesti estemporanei come quella striscia di
suono lunga una intera facciata di vinile ottenuta pestando con favolosa
imperizia l’organo storico della cattedrale di Monreale. Ecco, quello era
Battiato a trent’anni: il suonatore libero e selvatico che aspettava il suo
tempo (oggi si può dire, dalla parte del dopo) indugiando con la musica più
esoterica o al contrario più umile, soffiando nelle bottiglie o nelle
conchiglie per rumoristici set come lo vidi fare una sera in un locale
underground di Milano, l’Out/Off, non molto prima che arrivasse, metaforica
e reale, la nuova era.

Ne ho un pacco di ricordi così, e mi si affollano in mente ora che la EMI va
riproponendo tutti i dischi di Battiato del suo catalogo, da L’era del
cinghiale bianco, 1979, a L’ombrello e la macchina da cucire, 1995. Sono
rimasterizzati sì ma nudi e crudi, come in origine, e se l’assenza di bonus
non mi infastidisce, anzi, con le bucce che girano, l’assenza di note e
commenti mi prende male. Ci sono album che hanno un’aura scintillante e fili
lunghi, dovrebbero finire sui libri di scuola tanto spiegano bene un’epoca,
un clima sociale; e invece li si manda in giro senza lo straccio di un
avviso, nudi, a mescolarsi nella indistinta gelatina delle merci musicali.
Dico i due più evidenti, Patriots e La voce del padrone; non solo per i
milioni di copie vendute ma anche perchè caddero all’inizio degli anni ‘80 e
con mirabile tempismo segnalarono l’avvento di un’epoca nuova nel mondo
della canzone d’autore. Battiato aveva frequentato l’elettronica da
esploratore e sacerdote, quando i tecnici portavano il camice bianco e le
macchine sonore si spostavano con le gru, e a differenza di molti della sua
generazione sapeva sfruttarne la forza ora che l’avevano addomesticata, ora
che davvero iniziava l’era dei pet sounds. Ma non erano solo quelle
filastrocche tenere e robotiche. L’artiglio di quegli album stava anche nei
testi paradossali e spiazzanti, dove si modellava in forma vivace la lingua
del prossimo futuro, che nella realtà quotidiana sarebbe stata molto più
piatta e, arieccoci, gelatinosa: un divertente pidgin angloitaliano, un
flusso di allusioni, citazioni, pensieri brillanti subito distratti e
smemorati. Volete mettere il gusto di cantare “a Beethoven e Sinatra
preferisco l’insalata/a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie” anzichè
le lagnose lagne dei cantautori militanti? Tutti masticavano quegli speziati
calembours, i colti e gli incliti, i reduci del ‘68 e i loro fratelli
minori. Scoprii con divertimento che i bambini erano i fan più accaniti di
certe canzoni (Cuccurucucù, Bandiera bianca) e quando lo segnalai a Franco
lui mi rispose evangelico: “I bambini sanno sempre tutto”.

Proprio perchè così importanti e influenti, quei dischi sono stati masticati
troppo e hanno lasciato un po’ di gusto per la via del tempo. Preferisco
certi angoli di discografia più riparati. Per esempio L’era del cinghiale
bianco, con le titubanze e i modi dolcemente naif di chi tornava a
(ri)scoprire la musica leggera dopo che per anni aveva pensato che la sua
via sarebbe stata un’altra, verso il suono puro. Fu un gioco più spontaneo
che consapevole, ha ricordato lo stesso Battiato, un felice “lasciarsi
andare” ragionando che in fondo non c’era contraddizione tra quello e la
sete di più elevate cose che lo assillava. I due elementi potevano benissimo
bilanciarsi, e qualche volta magari fondersi: sono “canzoni” L’ombra della
luce o L’oceano di silenzio, pur con tutt’altro spessore e intenzione
rispetto alle palome bianche e ai passaggi a livello, e la bellezza di E ti
vengo a cercare sta proprio nell’umile eleganza con cui un argomento tanto
elevato viene portato a orecchie semplici - un piccolo cantico dei cantici
pop. In certi momenti della sua vicenda Battiato ha mostrato di smarrire
questo filo interiore, di non credere davvero che la canzone, o almeno le
sue canzoni, fossero degne di portare il peso di certi argomenti. Per
fortuna si è ricreduto: in Fisiognomica, un altro dei miei dischi del cuore,
il lancio delle clave parolibere cede il posto a riflessioni molto
autentiche e struggenti, di vera vita interiore. Il giocoliere pop e il
cercatore di saggezza mistica coincidono, con uno sforzo che vale la pena se
è vero, Battiato stesso lo ha confessato, che per molti quelle canzoni sono
state terapia e voce amica in momenti difficili. “Se un domani, in un mondo
ultraterreno, dovessi avere una qualche riconoscenza” leggo in una vecchia
intervista su Extra, “sarà per merito di Fisiognomica.”

Ma fatemi tornare al Cinghiale bianco e a quelle canzoni di creta e gesso, a
quell’arte così spoglia eppure ricca di colori anche nelle sue imperfezioni
(Il Re del Mondo suonerà molto meglio nella riscrittura di Mondi
lontanissimi). Lì trovo alcuni dei testi più acuti e divertenti di Battiato,
con un registro che va dall’amarcord struggente (Stranizza d’amuri) al
lucido pessimismo (”Più diventa tutto inutile/ e più credi che sia vero/ e
il giorno della Fine/ non ti servirà l’Inglese”) fino ai fuochi d’artificio
di Magic Shop, favoloso miraggio che ogni tanto ancora riappare ai
concerti - “una signora vende corpi astrali/ i Budda vanno sopra i comodini/
deduco da una frase del Vangelo/ che un imbianchino vale più di Le
Corbusier”. Giorgio Gaber una volta confessò di apprezzare Battiato, vecchio
amico e segreto collaboratore, più come paroliere che come musicista. Prendo
solo la prima metà del giudizio; che peccato che a un certo punto Franco si
sia stancato di scrivere testi, convinto di non avere più nulla da dire,
sollevato all’idea di concentrarsi solo sulla parte sonora. La svolta è del
1995, l’album è giusto l’ultimo per la EMI, l’ultimo di queste ristampe:
L’ombrello e la macchina da cucire. Mi è capitato di parlarne qualche volta
con Battiato, è uno dei suoi dischi che più mi intrigano e uno di quelli che
invece lui ha rimosso senza appello, per conclamato deficit di
comunicazione. “Una forzatura intellettuale”, gli piace ricordare, “e a te
che sei un intellettuale piace proprio per questo.”

Sono un intellettuale? Chissà. Sono uno scettico pessimista, questo sì, e mi
sta comunque bene Sgalambro, specie in quei primi approcci. Mi piacciono la
sua lingua netta, il suo umore sulfureo; dopo, se devo dire, non sempre.
Però che meraviglia versi come “vorrei tra giaculatorie di versi spirare/ e
rosari composti di spicchi d’arancia/ e l’aria del mare/ e l’odore marcio di
un vecchio porto/ e come pesce putrefatto putrefare.” Troppo dark? Ma no, io
la cantavo sotto la doccia già dieci anni fa, in piena letizia d’animo.
Perchè i tempi stan cambiando, ce l’ha detto Mr. Tamburino, e i Beach Boys
in bagno non ce li possiamo più permettere.

Franco Battiato “L’era del cinghiale bianco” (EMI, 1979) ****

Franco Battiato “Patriots” (EMI, 1980) ****

Franco Battiato “La voce del padrone” (EMI, 1981) *****

Franco Battiato “Mondi lontanissimi” (EMI, 1985) ****

Franco Battiato “Fisiognomica” (EMI, 1988) *****

Franco Battiato “L’ombrello e la macchina da cucire” (EMI, 1995) ***

Riccardo Bertoncelli

http://delrock.it

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