Questo sito contribuisce alla audience di

Abito in una casa di collina

Abito in una casa di collina e userò la macchina tre volte al mese, con duemila lire di benzina, scendo giù in paese.e le lucertole attraversano la strada, com'è diverso e uguale il loro mondo dal mio.

Ci inerpichiamo per la strada che da Giarre va a Milo, a 700 metri di
altezza sull’Etna: la grandine batte forte, le ruote della station wagon
slittano sulle curve che portano a casa di Franco Battiato. Sono le 5 del
pomeriggio, sembra notte fonda. Franco ci aspetta nella villa il cui parquet
profuma di feccia di vino: suo padre aveva un camion, trasportava botti, lui
ha voluto recuperarne il profumo facendo realizzare il pavimento con il
legno di quelle botti. E’ tornato un’ora fa da Siviglia, dove ha tenuto un
concerto il giorno prima, è distrutto: ci chiede com’è il tempo a Scicli,
mette sulle spalle un piumino color panna, partiamo. Insiste per sedersi
davanti, affianco ad Eugenio che guida. Litighiamo subito, lui non vuole
mettere la cintura di sicurezza. Mi chiede se abbiamo previsto interventi
programmati del pubblico alla fine della nostra conversazione, dico di sì;
vuole tornare a casa per le undici, gli assicuro che per quell’ora saremo di
nuovo a casa sua. Entrambi sappiamo che non è vero. Mi domanda per
l’ennesima volta se ci saranno passerelle di politici, gli ripeto per
l’ennesima volta di no. E’ contento, Franco, del successo che sta avendo il
suo ultimo album (”L’imboscata” n.d.r.) in Argentina, stamani ha concesso
un’intervista telefonica al maggior quotidiano di quel paese. In 2 ore e 40
parliamo di tutto: della rielezione di Enzo Bianco, del partito dei sindaci,
di Antonio Di Pietro, del ruolo di visibilità che Giovanni Falcone aveva
all’interno del pool antimafia di Palermo, del suo desiderio di conoscere
Antonino Caponnetto, della svolta sociale dell’ultimo De Andrè e della sua
recente verbosità, de “La valigia dell’attore” di De Gregori, di Carmen
Consoli e della sua scelta di vivere in Sicilia, delle gaffe del compianto
presidente del Catania Calcio Massimino, dell’invidia che a Catania alcuni
provano per la riuscita delle sue iniziative culturali… Mi dice che lui ha
imparato a compatire, in tre anni di direzione artistica dell’estate
catanese, la gente che si dispiace del successo degli appuntamenti culturali
in cui non è protagonista, e che “purtroppo” riscuotono il plauso generale.

Battiato non finisce un attimo di raccontarci aneddoti: su tutti, quello
accaduto a Verona, qualche anno fa, mentre stava cantando “Centro di gravità
permanente”. Un intero settore del pubblico, all’inizio del ritornello, alzò
la destra facendogli il saluto romano: lui scoppiò a ridere e non riuscì a
proseguire la canzone. Facciamo benzina in un’area di servizio, il gestore,
riconosciuto il passeggero, insiste per non farci pagare; lo convinco, dopo
aver penato qualche minuto, ad accettare le 70.000 lire per la benzina:
capita anche questo.

Arriviamo a Scicli con 40 minuti di ritardo sull’orario previsto, via
Mormina Penna è un brulicare di persone.

Scendiamo. Anche i Carabinieri stentano a credere che sia tutto vero. Chi si
aspettava di incontrare un uomo solo, triste, chiuso, introverso, pieno di
sé, si è dovuto ricredere subito: Franco Battiato è un concentrato di
energia, vitalità, autoironia, umiltà. La rappresentazione che i media ne
danno è falsa almeno quanto l’immagine di uomo minuto, magro, sciupato che a
volte sembra di vedere in TV. Uno che a calcio giocava nel ruolo di libero
(”sempre stato libero in vita mia”) non può che essere un armadio.
Raccontiamo subito di quel tizio che a Siviglia è andato a trovarlo in
camerino dicendogli: “So che giorno sedici andrai a Scicli, in Sicilia”.
Battiato non si dà pace, pensa che glielo abbia mandato io. Racconta della
sua infanzia tribale, vissuta per strada, a Riposto, 18.000 abitanti, un
armonium quello del prete (”i primi accordi su di un organo da chiesa in
sacrestia ed un dogmatico rispetto verso le istituzioni”).

Quindi la società matriarcale di sciasciana memoria, la figura della zia
materna, che aveva una scuola di taglio e cucito, “taglio e cucito anche
psicologico: tra i 4 e 12 anni ho rubato tutti i segreti dell’osservazione e
della malizia delle donne”. “Ho imparato la chitarra da autodidatta,
osservando i chitarristi delle feste paesane: ho sempre avuto un grande
spirito di osservazione, oltre a una memoria elefantiaca. Per questo a
scuola non ho mai studiato: ricordavo parola per parola la lezione che il
professore aveva spiegato il giorno prima, gliela ripetevo e lui si
gasava..” A 9 anni, la Domenica delle Palme, mentre saliva i gradini di una
chiesa, la percezione di una dimensione altra: “Ho avvertito per la prima
volta cosa sia la trascendenza, il sottile dell’esistere”.

E poi le trasferte con la squadra di calcio, “sembrava che ogni paese avesse
un’aura, che la somma delle persone che vi abitavano gli desse un unico
spirito, una personalità..” L’incidente al naso all’età di 12 anni durante
una partita spezza sul nascere la carriera calcistica: “E’ stata la mia
fortuna”. Suo padre muore quando lui ha 18 anni: aveva già deciso di
trasferirsi al Nord, “prendere la valigia ai tempi era una necessità”. Resta
sei mesi a Roma, in una pensione vicino Piazza Esedra, ma la capitale non fa
per lui: preferisce le città chiuse, che non sono di transito, “con una
leggera vena di malinconia” mi ha spiegato in macchina. Si iscrive
all’università a Milano, Lingue e Letteratura Straniera, dà 4 esami, con
voti alti, al quinto litiga con la professoressa, non diventerà mai un
insegnante di lingue. Incide le sottomarche dei dischi di Sanremo col “nome
d’arte” di Francesco Battiato, riesce a farsi assumere al Cab 64, dove
lavorano Lino Toffolo, Giorgio Gaber, Ombretta Colli, Cochi e Renato, Enzo
Jannacci. Dice di aver recuperato canzoni siciliane del ‘500, sono
improvvisazioni inventate da lui con qualche reminescenza dialettale sentita
dalla nonna: “Scinni l’acqua ra funtana.”

I viaggi in Medio Oriente diventano l’occasione di uno “sforzo di
apprendimento veloce: ho imparato a vivere nel liquido amniotico del
deserto, ho cantato il nomadismo ma non sono un pazzo di quella vita, ho
viaggiato con la mentalità del sedentario”.

A 25 anni il servizio militare: “Non ho mai marciato in vita mia, mi ha
sempre dato fastidio l’idea del branco, della truppa, durante le
esercitazioni vedevo gli altri strisciare per terra nel fango, mi sembravano
come in un girone dantesco, tra il comico e il patetico”. Bellissima la
barzelletta che Battiato regala al pubblico di Palazzo Spadaro: il dottor
Turi Patané dopo 30 anni di assenza di Scicli decide di tornare nella sua
città, sperando di riabbracciare gli amici di un tempo. Il barbiere lo vede
con la valigia alla stazione e gli chiede: “Turi, stai partennu?” Quando si
dice che il tempo da noi scorre più lentamente e l’importanza che diamo a
noi stessi è sempre eccessiva.

Insieme al professor Pitrolo percorriamo la sua carriera partendo da
“Fetus”, 1971: Battiato ci chiede subito di non essere troppo tecnici con le
domande, perchè teme che il grosso pubblico perda il filo. Saltiamo a piè
pari al ‘79, “L’era del cinghiale bianco”, simbolo della dicotomia tra
autorità spirituale e autorità materiale: arriva il successo, la fama.

Battiato si è stancato di essere considerato uno che fa la sperimentazione,
decide di diventare un cantante popolare. Dice di preferire la canzone in
lingua italiana, per quanto abbia cantato in latino, greco, arabo, persiano,
inglese, tedesco, spagnolo e siciliano. Le uniche 2 canzoni scritte da lui
nel dialetto appreso a Riposto usano questa lingua in modo strumentale, è il
percorso poetico ad imporre il siciliano e non viceversa. E qui Franco
regala un accenno a “Era de Maggio”, canzone in napoletano il cui testo è
del grande poeta Salvatore Di Giacomo: in macchina l’aveva canticchiata per
me ed Eugenio spiegandoci quanto odiosa a suo parere sia l’oleografia in cui
è rimasta intrappolata la musica napoletana, fatta di luoghi comuni e toni
straziati.

Nel 1980 pubblica “Patriots” e denuncia: “la musica contemporanea mi butta
giù”. Il riferimento è alla musica contemporanea classica di quegli anni:
“Sono contro la musica tonale fatta da chi non la sa fare; oggi ci sono però
gruppi americani d’avanguardia che fanno una musica classica che non mi
butta giù…”

“Detesto gli elementi autobiografici nelle canzoni, in Prospettiva Nevskj
arrivo a simulare addirittura una contemporaneità tra me e quella
situazione, situazione che ho ricostruito secondo un mio personalissimo
percorso interiore. Mi capita spesso di cantare umori, stati d’animo di cui
ho sentito parlare ad altri, basti pensare a “L’animale”, o a “Lettera al
Governatore della Libia”, dove addirittura simulo un’atmosfera da ventennio
fascista, incespicando con una pausa prima della parola “Libia”, così come
faceva il Duce nella retorica pomposa del tempo”.

“La mia tecnica compositiva negli anni ‘80 diventa il collage di parole,
dopo il collage di musiche degli anni ‘70: viviamo in una civiltà
sloganistica, fatta di parole inchiodate a un istante, parole di cui non
conosci l’origine e la destinazione. Io le unisco in un frullato in cui
appaiono apparentemente slegate. Per esempio, nel prossimo album, che uscirà
tra un anno, dico che “mia cognata ha vinto 4.500 dollari alla slot -
machines”: è una frase che piove lì improvvisamente, in maniera
acontestuale”. (progetto abortito o semplice presa in giro in stile
Battiato? n.d. r.)

Gli chiediamo di parlarci de “La voce del padrone”, 1981, album della
dissacrazione dei miti: ” A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata…”.
Battiato confessa di avere sempre amato molto Beethoven, molto meno Sinatra
e la visione hollywoodiana del mondo: “posso anche bere una coppa di
champagne, nella misura in cui soddisfa la mia sete, ma non vivere in
funzione di esso, della moquette degli alberghi di lusso”. La Voce del
Padrone ci permette di parlare anche della teoria del centro di gravità
permanente elaborata da Gurdjeff: “Mi è arrivata una freccia avvelenata, se
mi chiedo chi è stato il veleno avrà tutto il tempo di mettersi in circolo e
di uccidermi. Allora è meglio che intanto mi curi. Gurdjeff riassume la
tensione tipica di tutte le costruzioni del pensiero religioso, volto alla
costruzione dell’homo novus, alla “metanoia” (dal greco: cambiare mente), a
quello che il cattolicesimo chiama “pentimento”, aggiungendo la nozione di
colpa a quella dell’evoluzione dell’essenza della persona. Questo desiderio
di crescita, banalizzando, viene sintetizzato da Gurdjeff nella teoria del
centro di gravità permanente come luogo utopico della propria
autoconsapevolezza e della massima evoluzione.. Sapere di essere
fondamentalmente un assassino e migliorarsi è molto meglio che sentirsi
benefattore e perpetuare i propri errori. Vi risparmio, a questo proposito,
il mio giudizio sui politici che appaiono in televisione…”

Parliamo di “Cuccurucucu”, la canzone che più di tutte “mi ricorda i miei
primi 18 anni trascorsi in Sicilia: Cuccurucucu è un fonema che negli anni
‘20, ‘30 ricorreva nelle canzoni sudamericane un po’ come oggi ricorre il
“baby” in quelle anglosassoni. E’ una canzone di divertita nostalgia, del
resto dico che “da quando sei andata via non esisto più”, al di là del fatto
che la frase sia o meno autobiografica”.

“L’arca di Noè” e “Voglio vederti danzare” ci danno lo spunto per parlare
del suo amore per le movenze orientali, per la sensualità di quel mondo
fatto di dervisci e danzatori: Franco spiega come nel percorso poetico di
quell’album l’Arca sia rappresentata “dalle affinità elettive, dall’intesa
che può esserci con una persona con cui non hai mai parlato e con cui hai
scambiato solo uno sguardo, uno sguardo sul mondo…”

Passiamo a parlare d’amore nelle canzoni di Battiato, della triplice nozione
di amore-eros (Sentimento nuevo), amore-protezione (La Cura), amore-agape (E
ti vengo a cercare). “E’ comunque un tema poco ricorrente nelle mie canzoni;
mi piace giocare sull’ambiguità tra l’amore provato per un’altra persona e
l’amore per Dio; in “E ti vengo a cercare” disambiguo solo alla fine, con la
“Passione” di Bach. Nanni Moretti ha citato questa canzone in “Palombella
rossa” ma in tono serio, avrei preferito che la dissacrasse”.

Il tempo stringe e in brevi battute lambiamo il tema del silenzio e della
solitudine, in Battiato “sinonimo di gioia”, del suo incontro con il mondo
dell’opera (”mi dicevano: “datti all’ippica”, l’ho fatto”), delle sue
esperienze pittoriche (”Dire che Franco Battiato è un pittore è un po’ come
dire che Piero Guccione canta”), del suo ritorno in Sicilia (”Vivere più a
sud per cercare il mio destino”), della sua ammirazione per le scelte
radicali di Socrate, Landolfi, Benedetti Michelangeli, Majorana (”Ammirare
scelte radicali non significa farle, anche se forse io qualcuna l’ho
fatta”), dell’incontro con Manlio Sgalambro in seguito a una polemica sul
Corriere della Sera che Battiato recupera nella memoria solo dopo una nostra
domanda.

Concludiamo chiedendogli di dirci quali emozioni, quali pulsioni, quali
“correnti gravitazionali” lo hanno attraversato nell’incrociare gli sguardi,
i volti, i gesti del pubblico del Palazzo Spadaro: ci dice che la nostra
sembra una comunità in salita, quindi in crescita e che la soglia
d’attenzione soprattutto dei giovani è stata elevatissima, molto superiore
alla sua, ancora stanco del viaggio di ritorno dalla Spagna. Parte
l’applauso, gli chiedo se possiamo passare agli interventi del pubblico, mi
dice che preferisce fare gli autografi e salutare ad uno ad uno le persone
che da mezza Sicilia sono venute a Scicli per lui. Ne avrà per 40 minuti. Un
panino e un bicchiere di Coca Cola, poi subito a Milo. Sulla strada di
ritorno io ed Eugenio lo convinciamo ad addormentarsi un po’. Si sveglia nei
pressi di Catania e telefona ad alcuni amici raccontando della serata:
“Dovevate esserci, non capita spesso di incontrare un pubblico così attento,
in quel palazzo per un’ora e mezzo mi è sembrato di veder respirare quelle
persone con un unico polmone, tutti con lo stesso tempo, lo stesso ritmo,
quasi a voler trattenere il fiato per non perdere una sillaba, una nota di
quel che dicevo…”

Giuseppe
Savà

http://www.wikio.it

Le categorie della guida