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«Credere in Dio non è uno spot»

Intervista Spirituale ma non eremita, religioso ma non cattolico, stregato dalla musica ma affascinato dal silenzio. Il suo segreto? Meditare due volte (e mezzo) al giorno e non prendere mai sul serio i detrattori.

Battiato «Credere in Dio non è uno spot»

GIANNI POGLIO

Intervista Spirituale ma non eremita, religioso ma non cattolico, stregato
dalla musica ma affascinato dal silenzio. Il suo segreto? Meditare due volte
(e mezzo) al giorno e non prendere mai sul serio i detrattori.

«Il sacro è l’unica area dell’universo in cui non esistono raccomandazioni.
Il sacro, almeno quello, non è in vendita». Parte da lontano la
conversazione con Franco Battiato, reduce dalla colonna sonora di Non
chiederci la parola - Il gran teatro montano del Sacro Monte di Varallo, l’ultimo
film di Elisabetta Sgarbi (al Festival di Locarno l’11 agosto, vedere
riquadro a pagina 160). «Varallo è un luogo straordinario, una città sacra
popolata da cappelle e statue con le figure della fede cristiana: volti
immobili che con il cambiare della luce sembrano in movimento. Il mio lavoro
è stato inventare un commento sonoro adatto, anche se in molti casi, per non
intaccare la magia delle riprese, ho preferito optare per l’assenza di
commento musicale».

Sta dicendo che a volte il silenzio è superiore alla musica?

Certo, in alcuni casi è proprio così. Per me il silenzio è come l’aria, non
se ne può fare a meno. Il vero silenzio, quello interiore, può far sembrare
silenziosa anche una stanza affollata.

Ma esiste una musica che sappia essere rispettosa del silenzio?

Più la musica è silenziosa, più si avvicina a Dio. Bach, in questo senso, ha
toccato delle vette altissime. Anche se di solito la musica occidentale cede
alla tentazione di sommare suoni e voci, per raggiungere alti livelli
spirituali è molto meglio togliere, sottrarre. E puntare a qualcosa di
simile al silenzio.

Il suo rapporto con la meditazione dura da più di trent’anni…

Sono uno di quei «cretini» che crede ancora che la natura e il rapporto con
la natura siano fondamentali. Vede, il verde cresce sempre, anche sotto la
lava, e ha la forza necessaria per riemergere dalla distruzione. Un giorno,
dal pozzo della mia casa in Sicilia, è spuntato un rametto. Nonostante tutti
mi dicessero di estirparlo perché, crescendo, avrebbe distrutto il pozzo, io
non sono intervenuto. Oggi, quel ramo minuscolo è un meraviglioso albero di
fichi che funziona come un ombrello protettivo. E il pozzo, naturalmente, è
intatto.

Si dice che per lei la meditazione sia una pratica quotidiana da svolgere in
due tempi…

Volendo essere precisi, direi due tempi e mezzo. All’alba, verso sera e,
brevemente, prima di andare a riposare. La meditazione prima del sonno
funziona benissimo. Quando mi sveglio, il letto è praticamente intatto, come
se non ci avesse dormito nessuno: è il segno di un riposo efficace. Ho
iniziato questo percorso negli anni Settanta mettendo da parte scuse e
impegni che sembravano irrinunciabili. La verità è che non c’è nulla che non
si possa rimandare. Oggi ne sono certo: non potrei vivere senza meditazione.

Battiato, lei crede in Dio?

Dio è un termine inflazionato che nel corso del tempo ha perso valore. Io
credo in una dimensione superiore, ma non mi piace l’idea che si possa
umanizzare il divino, che si possa trasformarlo nel Dio con la barba della
pubblicità del caffè. Che, tra l’altro, a me non fa nemmeno ridere.

Ma si sente ebreo, musulmano, buddista o cos’altro?

Non rinuncio a nessuna di queste religioni per abbracciarle un po’ tutte. Ho
appreso molto dalle varie fedi per diventare come sono adesso. Spesso, la
gente ha una percezione di Dio troppo umanizzata. Invece, è fondamentale
liberarsi dalla materia e dai vincoli che ci legano alla materia.

Come replica alle facili ironie di chi deride la meditazione e le scelte
eremitiche?

Guardi, io so che per stare da soli con se stessi ci vuole molto coraggio. E
non sono così tante le persone che accettano di affrontare questa sfida.
Prima di deridere, meglio sperimentare di persona. È più saggio.

La cito: «Da quando ho iniziato a occuparmi di storia, ho avuto la conferma
che l’uomo è un fetente».

Confermo: nel corso dei secoli le eccellenze e le bassezze sono sempre
uguali. Un giorno guardi il telegiornale e scopri che uno stronzetto di 14
anni si è filmato con il cellulare mentre bruciava i capelli a un altro
ragazzino. Oppure che un uomo è stato accoltellato dopo aver chiesto con
cortesia a quattro tizi di spostarsi dal cofano della sua auto… Ecco, io
voglio ignorare questo tipo di umanità. Mi rifiuto di considerarla tale. Il
tempo è un bene prezioso ed è meglio non sprecarlo per cose futili che
distolgono dai veri obiettivi.

Immagino che non si senta attratto dal cinema sociale…

Per niente, io credo che il sociale uno se lo debba scegliere. E, in
generale, diffido di chi si scaglia contro gli altri e non si scruta mai
dentro. Non ho bisogno di un’orrenda immersione nella violenza cieca di un
film per scoprire che in giro ci sono criminali spietati. Non me ne frega
niente, lo so già. Non mi interessa il cinema che scimmiotta quello che si
vede in abbondanza al telegiornale. Preferisco pensare al cinema come opera
d’arte.

Ci svela com’è nata «La cura», ovvero la sua più bella canzone d’amore?

Sono stato sfiorato da una piccola luce che mi ha permesso di scrivere quel
pezzo. Un vero e raro momento di purissima ispirazione. Mi creda, c’è molta
differenza tra comporre canzoni come mestiere ed essere ispirati.

Una parola per i suoi detrattori…

State pure alla larga da me.

da Panorama

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