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Polemiche Storiche

«Il capo della Garibaldi ha riconosciuto che lavorava per Tito, ha condannato la strage e mi ha chiesto scusa Perciò l'ho abbracciato» «Il prete nella Resistenza è sempre stato il fratello di cui ti potevi fidare, che ti avrebbe seguito anche in missioni rischiose, tanto che i sacerdoti, come cappellani militari e partigiani, hanno spesso rischiato la vita per essere accanto ai propri uomini».

POLEMICHE STORICHE

Fondò la Resistenza in seminario contro i comunisti slavi e
scampò all’eccidio in cui morì il fratello di Pasolini: «Fu Guido a
convincere Pierpaolo a non fidarsi dei marxisti».

Parla il decano dei partigiani cattolici italiani don Redento Bello

Il perdono del prete di Porzus


«Il capo della Garibaldi ha riconosciuto che lavorava per Tito, ha
condannato la strage e mi ha chiesto scusa Perciò l’ho abbracciato»«Il prete nella Resistenza è sempre stato il fratello di cui ti potevi
fidare, che ti avrebbe seguito anche in missioni rischiose, tanto che i
sacerdoti, come cappellani militari e partigiani, hanno spesso rischiato la
vita per essere accanto ai propri uomini».

L’ha testimoniato monsignor Franco Frilli, presidente dell’Istituto Pio Paschini, al convegno «Preti e canoniche nella Resistenza», ieri pomeriggio a Udine.

Proprio davanti a lui c’era chi, più di ogni altro, ha personificato questa figura: «Don Candido», ovvero monsignor Redento Bello, 92 anni, cappellano della Brigata Osoppo.
«La Osoppo - ha confermato al convegno “don Candido” - è nata in seminario e nelle canoniche, rifugi sicuri, aperti a tutti». La Brigata ha patito
l’eccidio alle malghe di Porzus, uno degli episodi più controversi della
Resistenza, in cui trovò la morte anche Guido Pasolini, fratello di Pier
Paolo,
di cui monsignor Bello conserva una lettera autografa: «Mio
fratello - vergò lo scrittore - morì senza portare odio a nessuno».

Com’è venuta l’idea, a voi preti, di fare una formazione partigiana?

«Fin dai primi giorni dopo l’armistizio monsignor Aldo Moretti, insegnante
in seminario, io e don Ascanio De Luca, ci siamo mobilitati per aiutare i
militari, specie del Meridione, rimasti bloccati dall’armistizio nei boschi
della Pedemontana friulana; non si fidavano di prendere il treno perché, se
intercettati, venivano deportati nei campi di concentramento. Subito abbiamo
capito che non avevano bisogno di semplici aiuti, ma di un’organizzazione di
protezione. Da qui l’avvio della nostra Resistenza. Naturalmente abbiamo
consultato tutti i sacerdoti, parrocchia per parrocchia. Tutti d’accordo».

Dall’altra parte operavano già le brigate della Divisione Garibaldi
Natisone.

«Appunto. Non vogliamo - ci siamo detti noi sacerdoti - essere succubi di
una Russia incombente».

Perché la Russia?

«Il Partito Comunista aveva costituito le Brigate Garibaldi per far strada
a Mosca. E noi avevamo paura dei russi, soprattutto perché li ritenevamo,
come dicevamo allora, anti-Dio. Dovevamo difenderci».

La Osoppo, dunque, l’avete messa in piedi con questo scopo.

«Il primo obiettivo era, ovviamente, quello di liberarci dal nazifascismo.
Il secondo: volevamo avere come base del nostro futuro la dottrina sociale
della Chiesa. La Rerum Novarum era per noi un preciso punto di riferimento.
Abbiamo iniziato in poche decine, in breve tempo abbiamo trovato migliaia di aderenti».

Avevate le prove che Tito voleva annettersi i vostri paesi?

«Sulla Pedemontana fra Cividale e Gemona le penetrazioni titine c’erano già.
Operavano bande di partigiani che andavano dicendo: qui è Jugoslavia. La
loro intenzione era di annettersi il Friuli quanto meno fino al
Tagliamento».

Lei ha rischiato di finire i suoi giorni a Porzus, il 7 febbraio 1945,
quando un centinaio di partigiani garibaldini, capeggiati dal gappista
comunista Mario Toffanin detto «Giacca» e da Fortunato Pagnutti «Dinamite», salirono alle malghe, disarmarono il comandante della Osoppo Francesco De
Gregori «Bolla» e lo uccisero, insieme al commissario politico del Partito
d’Azione Gastone Valente («Enea»), al ventenne Giovanni Comin e a Elda
Turchetti. I gappisti fecero prigionieri altri 16 osovani, tra cui Guido
Pasolini («Ermes»), fratello dello scrittore, portandoli al Bosco Romagno;
nei giorni seguenti, ne fucilarono 14
.

«A Porzus rimasi fino agli ultimissimi giorni. Ai primi di febbraio il
comandante Bolla ricevette dal Cnl di Udine l’ordine di distaccarmi nel
Basso Friuli per ripristinare i contatti fra diversi gruppi di partigiani.
Fu la mia salvezza».

Chi era Guido Pasolini?

«Un ragazzo d’oro. Un idealista. Eravamo come fratelli. Mi confidò che
scriveva a Pier Paolo per metterlo in guardia dai garibaldini, ai quali si
stava, invece, avvicinando. Guarda - gli scriveva - che i partigiani della
Garibaldi vogliono l’occupazione de l Friuli, per conto di Tito. Guido è
stato davvero un eroe
».

E lo scrittore come ha reagito?

«Dopo la morte del fratello, Pier Paolo si è ricreduto. In occasione del
primo anniversario dell’eccidio, mi ha consegnato una lettera da lui scritta
per incarico, come mi precisò, di suo fratello Guido. Muoio contento -
testimoniava Guido - perché muoio da martire della libertà, senza portare
odio a nessuno. Loro due si scrivevano e si telefonavano spesso».

Recente è il suo abbraccio con uno dei capi della Garibaldi, «Vanni»,
Giovanni Padoan, già commissario politico della divisione
Garibaldi-Natisone. Perché si è deciso a questo gesto di riconciliazione?

«Vanni ha riconosciuto che operava alle dipendenze di Tito. E ha condannato
l’eccidio. Non solo: mi ha chiesto scusa e perdono».

Fonte: Avvenire - Da Udine Francesco Dal Mas

 

 

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