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Foibe: oltre la porta

Dopo la fine della Grande Guerra, l'Italia ottenne la Venezia Giulia e il litorale adriatico. Nel 1920 fu annessa al Regno anche la città di Fiume. Poi il fascismo, la Seconda Guerra Mondiale, l'occupazione tedesca che seguì all'armistizio dell'8 settembre. La risiera di San Sabba a Trieste convertita in un campo di sterminio.

Una guerra.
Una a caso. Una delle tante.
Una famiglia che aspetta in silenzio.

Una porta chiusa a chiave.
Un uomo che parla come te, una donna con i capelli raccolti, un ragazzo dagli occhi scuri, belli come i tuoi.

Oltre la porta il terrore, l’odio, l’altro.

Qualche giorno fa parlavo con un’amico della Giornata del Ricordo. Parlavamo delle tante iniziative, della storia, delle polemiche.
Mýthos, in greco, è il racconto, ed a ben vedere ciò che sappiamo delle foibe ci è stato raccontato, vissuto attraverso qualche documentario o studiato nei libri di storia.

Dopo la fine della Grande Guerra, l’Italia ottenne la Venezia Giulia e il litorale adriatico. Nel 1920 fu annessa al Regno anche la città di Fiume. Poi il fascismo, la Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione tedesca che seguì all’armistizio dell’8 settembre. La risiera di San Sabba a Trieste convertita in un campo di sterminio…. Basovizza.

Credo ci voglia molta prudenza nel giudicare storicamente ciò che accadde in Friuli dopo l’armistizio firmato dall’Italia l’8 settembre quando, nella primavera del ‘45, migliaia di italiani furono uccisi dai partigiani iugoslavi e dalla forze militari guidate dal generale Tito.

Seguivo con interesse quello che di diceva. Non una giornata della memoria, ma un tempo per ricordare una realtà malata, una famiglia divisa, due fratelli che si odiano in una vita non vissuta, in cui il tempo della primavera diviene tempo dell’attesa e le ragioni o gli ideali dell’uno, pretesto di morte e persecuzione per l’altro..

Terrore e tormento, perdendosi nel percorso buio, intricato, scivoloso delle vicende carsiche del confine. Nell’arco di un secolo questo confine ha danzato pericolosamente trascinandosi dietro devastazioni, rastrellamenti orrendi, vendette, morte.

C’è una realtà storica oggettiva che è fondamentale, eppure esiste anche una soggettività che è decisiva nella percezione di quella realtà.
Il tempo del dialogo,al passato, le parole pronunciate, le sospensioni, i verbi e le intonazioni, al presente
ed oggi, vivendo, la guerra ci appare simile solo a se stessa
perché ogni uomo altro non è che figlio di un altro uomo.

Se la morte avesse una colpa, la sola colpa di questi uomini è stata quella di «essere italiani», se la morte potesse parlare sarebbe colma di silenzio e di dolore, se la morte avesse un colore sarebbe quello grigio, delle rocce del Carso o quello nero di occhi che si chiudono, se la morte avesse un profumo, sarebbe forse quello dei fiori della primavera che oggi, come allora, rinascono tra quelle rocce e cercano la luce, in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato

Alzare il velo sulle vicende umane significa scoprire tali miserie da rimanere paralizzato
Una visione resa forse ancor più amara nell’accorgersi che, a distanza di anni, l’odio, ovunque rende l’uomo cieco al punto tale da non riconoscere nell’altro un fratello.
Quante volte le foibe nel mondo dopo allora?

Aprire la porta al ricordo per scoprire un sentiero diverso… non più passi che conducono verso la morte ma percorrere insieme un cammino di pace condivisa

La prudenza nel giudicare fatti storici è una virtù da conservare perché è una superficie che vediamo e forse la verità è oltre quella porta, nel cuore di quell’uomo che parla come te, di quella donna dai capelli raccolti, di quel ragazzo che oggi vede
oltre la morte….
la vita

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