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Pitina, Nuova Star!

Dopo le Dop del prosciutto di San Daniele, del formaggio Montasio e dell’olio extravergine d’oliva Tergeste, un altro prodotto tipico del Friuli Venezia Giulia avanza sulla strada della certificazione di qualità, affiancandosi all’asparago bianco e alla brovada in lizza per la Dop ed al prosciutto e speck di Sauris, ai dolci tipici e al cotto di Trieste in attesa dell’Igp. È la pitina, un “unicum” nel panorama enogastronomico europeo

PITINA, NUOVA STAR

DELLA GASTRONOMICA TIPICA

Dopo le Dop del prosciutto di San Daniele, del formaggio Montasio e dell’olio extravergine d’oliva Tergeste, un altro prodotto tipico del Friuli Venezia Giulia avanza sulla strada della certificazione di qualità, affiancandosi all’asparago bianco e alla brovada in lizza per la Dop ed al prosciutto e speck di Sauris, ai dolci tipici e al cotto di Trieste in attesa dell’Igp. È la pitina, un “unicum” nel panorama enogastronomico europeo e uno dei cibi più tipici della montagna pordenonese cui Slow Food ha dedicato un presidio, formata da un composto di carne tritata di capra e di pecora, con l’aggiunta di capriolo o camoscio, manzo e maiale, aromatizzato con sale, pepe, aglio, finocchio ed erbe selvatiche, raccolto in formelle ricoperte da un lieve strato di farina di mais.

A Montereale Valcellina nella sede di Palazzo Toffoli, centro culturale che coniuga storia e attualità, è stato infatti presentato ufficialmente il Disciplinare di produzione Igp alla presenza dei produttori dell’agroalimentare tipico e degli enti locali delle Valli Pordenonesi. Un traguardo che corona vent’anni di lavoro, “richiamo tra i più efficaci per lo sviluppo economico e turistico del territorio” ha sottolineato l’assessore regionale alle attività produttive Enrico Bertossi, tenendo a battesimo il documento che ha già iniziato il suo iter alla Regione (che esprimerà a breve il necessario parere) e al Ministero delle politiche agricole e forestali per il riconoscimento dell’Unione Europea. Anche se sarà necessario attendere almeno un anno per consentire alla produzione di fregiarsi del marchio Igp, Ubaldo Alzetta (presidente dell’Ati che raggruppa undici produttori di pitina), cuoco e ricercatore della cucina montana pordenonese, produttore egli stesso, ha raccolto in un “finalmente” la soddisfazione di coloro che hanno sempre creduto nella validità dell’iniziativa.

Presenti anche Pieromano Anselmi, presidente della Comunità Montana del Friuli Occidentale che fin dall’inizio “sponsorizza” il progetto Igp e Giuseppe Damiani, funzionario della Comunità Montana e di Montagna Leader, uno dei “padri” del progetto.

“La documentazione storica relativa alla pitina è piuttosto recente – ha precisato Bepi Pucciarelli, enogastronomo che ha seguito con il tecnologo alimentare Cristian Cozzutti la stesura del Disciplinare –, tuttavia si basa su un retroterra di testimonianze orali di almeno 200 anni e un radicamento nel tempo indicato dall’uso familiare di questo cibo, che non è né un salume, né un insaccato, anche se ricette e metodi di lavorazione diversi indicano una ricchezza di varietà espressa perfino nei diversi nomi con cui viene chiamata a seconda delle zone di produzione: peta, pitina o petuccia”. Francesco Ciani, direttore dell’Istituto Nord Est Qualità, ha infine parlato del riconoscimento dell’Igp come “atto dovuto, perché la pitina è espressione dello stile di vita della popolazione locale, in grado di vantare, come la brovada, una singolarità unica e irripetibile”.

La bontà e la duttilità della pitina sono state in questi anni una rivelazione, come testimoniano i successi registrati ai Saloni del gusto di Torino e di Parma, alle fiere regionali e internazionali, alle rassegne gastronomiche…

Nell’immagine l’Ass.re Regionale alle attività produttive Enrico Bertossi