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Caffè, ispiratore di poeti

Caldo come l’inferno, nero come il desiderio, puro come un angelo, dolce come l’amore

Introdotto in Occidente sul finire del XVI secolo, il caffè fa risalire il nome all’arabo quhwa, con il significato di “bevanda eccitante”. Una origine prosaica per una bevanda che ha ispirato poeti e politici come Talleyrand, il premier di Napoleone: «Il caffè dev’essere caldo come l’inferno, nero come il desiderio, puro come un angelo, dolce come l’amore».

Il caffè, ancora nella caffettiera, viene portato in salotto dal domestico (quando c’è) o dalla padrona di casa. É la padrona di casa a versarlo nelle tazzine, quindi, dopo aver chiesto all’ospite quanto, e se, lo desideri addolcito, aggiunge lo zucchero e porge la tazzina.

Lo zucchero si mescola muovendo il cucchiaino dall’alto in basso, e viceversa. Non ruotando il cucchiaino in un senso o nell’altro.

Il caffé si beve tenendo la tazza con il pollice e l’indice, mentre l’altra mano sorregge il piattino. E si offre due volte, anche al ristorante. Liberi di accettare o meno la seconda tazzina di caffè.

Vediamo quali sono gli errori più frequenti “attorno” alla tazzina di caffè:

- zucchero nella tazzina prima di versare la bevanda;

- rotazione del cucchiaino (verso destra o verso sinistra) nel caffè, quasi fosse polenta;

- cucchiaino inoperoso all’interno della tazzina;

- mignolo alzato mentre si sorseggia;

- cucchiaino alla bocca, anche solo per saggiarne la dolcificazione.

Gian Francesco Morosini, bailo di Venezia a Costantinopoli sul finire del Settecento così ricorda come ha scoperto il caffé.

«Quasi di continuo stanno a sedere e, per trattenimento, usano di bere pubblicamente, così nelle botteghe come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più principali, una acqua negra, bollente quanto posa sofferire, che si cava d’una semente che chiamano cavée, la quale dicono che ha la virtù di fare stare lo uomo svegliato».

Giuseppe Rovani nel volume «Cento anni» così ricorda l’invenzione della panna con il caffé.
«Nell’anno medesimo che Volta inventò la pila, Barbaia - nato a Mendrisio nel 1778 - scoperse l’alto segreto di mescolare la panna col caffè e con la cioccolata, onde nell’imperitura parola di barbajata si fece il monumento più saldo del granito».

La tecnica per ottenere un buon caffé ha interessato e coinvolto attori, scrittori e poeti. Perché, giustamente, il caffé è poesia. Anthelme Brillat-Savarin ci ha provato in tutti i modi possibili nel 1825, alla ricerca affannosa del modo migliore.

«Alcuni anni or sono, tutti si occupavano del miglior modo di fare il caffè. Fu proposto di farlo senza torrefazione, senza ridurlo in polvere, d’infonderlo a freddo, di farlo bollire per tre quarti d’ora, di metterlo nell’autoclave. Io ho provato via via tutti questi metodi e gli altri che sono stati proposti fino ad oggi e mi sono determinato con cognizione di causa, per quello che chiamiamo alla Dubelloy: il quale consiste nel versare dell’acqua bollente sul caffè posto in un vaso di porcellana o d’argento tutto bucherellato. Si prende questo primo decotto, si riscalda fino a farlo bollire, si ripassa di nuovo attraverso la polvere e si ottiene un caffè limpido ed eccellente. Ho provato anche a fare il caffè in un bricco ad alta pressione, ma me n’è venuto fuori un liquido carico di estratto e amarissimo».

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