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Cognàc in bicchieri panciuti

Acquavite di vino nata grazie ad un assedio

Acquavite di vino sottoposta ad invecchiamento in fusti di rovere, il cognàc si serve in grandi bicchieri panciuti, affinché il calore della mano ne “liberi” il profumo.

Per accordi internazionali, il nome è riservato al prodotto francese. Diversamente prende il nome di brandy. Iil cognàc si produce in una regione che corrisponde al territorio geografico dei dipartimenti della Charente e della Charente-Maritime, nella Francia occidentale. Il nome viene dalla città che si trova al centro di questo territorio.

Cesare Marchi in «Quando siamo a tavola» racconta come è nato il cognàc. Una storia tra leggenda e casualità.

«C’era una volta nel XVI secolo, a Segonzac, una ventina di chilometri da Cognàc, un nobile cavaliere, Jacques de la Croix-Maron, che dedicava cure ostinate alla distillazione del vino, ottenendo un alcol poco bevibile, che bisognava correggere con erbe aromatiche. Una notte ebbe un incubo: gli parve che il diavolo lo avesse messo a bollire per ottenere la sua anima, ma senza risultato. Visto che non riusciva a “distillare” l’anima del riluttante cavaliere, il principe delle tenebre interruppe il lavoro dicendo: per avere la tua anima sarà necessario ripetere l’operazione, e vedrai che questa volta ci riuscirò. Il cavaliere si svegliò di soprassalto e pensò, per analogia, che per ottenere l’inafferrabile anima del suo vino sarebbe stato necessario distillarlo una seconda volta. Cosa che fece subito. Ridistillò il liquido e dall’alambicco uscì un’acquavite profumata, delicata, mai gustata prima. Fin qui la leggenda. La verità, si sa, è più prosaica, ma non meno curiosa. Anticamente questo vino non si distillava, lo si esportava verso il nord, dal porto di La Rochelle, e non era sdegnato da quei palati abituati al sidro. Durante una guerra, pare intorno al 1630, fu bloccato il commercio ed enormi quantità di prodotto restarono invendute per anni. Che farne? Distilliamolo, escogitarono i bravi coniacensi, ma non avendo damigiane a sufficienza, lo travasarono nelle botti, recipienti poco costosi data la vicinanza dei fitti boschi di quercia della regione tra Argoulême e Limoges. Qualche fusto fu venduto subito, gli altri lasciati in magazzino. O dimenticati, addirittura. Per anni. Quando si aprirono questi barili si scoprì che l’acquavite aveva acquistato un colore ambrato, e un sapore, un profumo del tutto nuovi, non c’era più bisogno di sanarla con aromi od altri additivi».

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