Questo sito contribuisce alla audience di

Biglietto da visita nella storia

Incerta la data di nascita. Per Goldoni si deve alla genialità dei francesi

C’è chi lo fa risalire al ‘500, quando, tra gli studenti tedeschi dell’università di Padova, correva la consuetudine dei cartoncini con vignette e simboli araldici da lasciare agli amici e ai professori prima del ritorno in patria. Per Carlo Goldoni l’origine di questo biglietto si deve alla genialità francese.
1731 Polizza col nome

In Firenze, da alcuni anni in qua, chi va a far visita e nol trova in casa, lascia una polizza dove è scritto il nome di chi voleva onorare quel tale. (codice Moreniano, n. 186)

1750 Vezzi costosi

Allora, come ognuno sa, non c’erano biglietti di visita propriamente detti e propriamente fatti, ma c’erano i loro precursori; e giacché era il secolo delle eleganze più profumate e delle caricature, chi voleva farsi annunziare a qualcuno per una visita, faceva presentare al guarda portone, perché lo facesse avere al padrone di casa, un bigliettino su cui scriveva il proprio nome, il qual bigliettino veniva sempre collocato in un portafoglio, in un astuccio, in un vezzo qualunque; e tali vezzi qualche volta avevano un gran valore essendo d’argento, d’oro e persino ornati di pietre preziose, a seconda della ricchezza del visitatore, e del bisogno che aveva di rendersi gradito e d’imprimersi bene nella memoria di chi voleva visitare; perché era di prammatica che il padrone o la padrona di casa, tolto i foglietto e letto il nome, si tenesse il vezzo per sé, come pegno e come dono. (Giuseppe Rovani, «Cento anni»)

1755 Invenzione francese

A vivere ho imparato. Sono diventato un altro, dopo aver viaggiato. Partendo da Bologna, facendo a lei ritorno, in visite una volta spendeva tutto il giorno: ora con i biglietti supplisco a ogni impegno. Ah i francesi, hanno un gran bell’ingegno! (Carlo Goldoni, «Il cavaliere Giocondo»)

1877 Donne francesi senza nome di battesimo

In Francia le carte di visita di una signora non portano mai il suo nome di battesimo. Esse si chiamano la signora Emilio di Girardin, la signora Vittorio e la signora Carlo Hugo. I loro galatei si espandono di ammirazione di fronte a questa trovata; secondo loro è l’ultima espressione del decoro, perché il nome di battesimo di una signora non deve esporsi ad essere conosciuto dai profani. Ma, se Dio vuole, non è ammesso dai nostri costumi. (Marchesa Colombi, «La gente per bene»)

1895 Per le signorine: solo dopo i 25 anni

L’uso dei biglietti, o meglio delle carte da visita, è esclusivo alle signore maritate ed ai signori; una signorina scrive, sotto il nome della mamma, tutte le volte che il bisogno lo richiede: «e figlia».
A venticinque anni potrà avere le sue carte da visita; ma quante signorine avranno il coraggio di confessarli? (Camilla Buffoni Zappa, «Come si vive nella buona società»)