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Battichecco tra nobildonne per il 'buon appetito'

"Buon appetito, si dice o no?": un interrogativo che mi viene rivolto spesso durante i corsi di galateo o, direttamente, tramite internet. Un interrogativo che ha fatto "starnazzare" due nobildonne.

Un contrasto che è arrivato sulle pagine dei giornali.

Da una parte, per il sì, Olghina de Robilant, principessa e musa ispiratrice della “Dolce vita” di Fellini (negli anni ‘50 si buttò per scommessa nella Fontana di Trevi), senza patrimonio da quando aveva 16 anni, e che si guadagna da vivere come giornalista scrivendo per “Dagospia”!.

Dall’altra la pari grado Alessandra Borghese, di qualche decennio più giovane.

Nella loro disputa non emerge la motivazione storica che ha fatto cancellare l’augurio di buon appetito, ma traspare molta acredine, dall’una e dall’altra parte.

E chi frequenta la televisione può rapportarsi alle onnipresenti nobildonne Patrizia de Blanck e Marina Ripa Di Meana. Quanto di peggio, in quanto a bon-ton, ci possa venire come esempio da parte della nobiltà.

E qui potrebbe aprirsi una parentesi: perché la Rai, quanto Mediaset e La 7 invitano in tutte le trasmissioni Patrizia De Blanck e Marina Ripa di Meana? Quali esempi di comportamento nobiliare? Non credo che abbiamo bisogno di simili atteggiamenti volgari.

Certo, la volgarità, oggi, fa spettacolo. Basta una parolaccia per far salire gli ascolti. Una parolaccia di Pappalardo rientra nel suo normale linguaggio, per cui l’ascolto non impenna. Diversamente di una volgarità, di un insulto “sputato” da un sangue blu. Quindi si invitano per questo motivo?

“Gli aristocratici non sono né una lobby, né un clan, né una potenza. Non contano un bel niente”, battibecca “la decaduta” Olghina di Robilant.

Ma anche se non contano in bel niente, certi nobili non sono certo un esempio edificante per la loro categoria e per noi che, volenti o nolenti, ce li troviamo sul video.

Il ministro Sirchia ha emarginato i fumatori in quanto di danno alla salute degli altri. Egualmente non si dovrebbero imporre certi linguaggi o atteggiamenti in quanto di danno “alla nostra sensibilità e all’educazione dei nostri figli e nipoti”.

Questo vale soprattutto per la Rai (alla quale paghiamo un servizio), ma anche per le altre emittenti.

Ma vengo al chiarimento storico, lasciato in sospeso , meglio, “sconosciuto” alle due nobildonne. Come a Lina Sotis, autrice qualche anno fa di un libro di bon-ton e a Benedetta Craveri, autrice de la “Civiltà della conversazione”, dove precisa che il divieto al “buon appetito” è derivato dalla necessità di “stemperare ed esorcizzare la violenza degli istinti e garantire uno scambio sociale armonioso”.

Niente di più macchinoso e… vuoto. Si direbbe il commento di un critico ad un’opera d’arte!

Il divieto al “buon appetito” è di casta: della nobiltà prima, della borghesia per imitazione.

Colpevole la forchetta. Un “divieto” imposto dalla nobiltà quando, con l’arrivo della forchetta sulle loro tavole, si volle sottolineare da quel momento (fino ad allora si utilizzavano le mani) il “distacco” dal cibo.
Dire “buon appetito” sottintendeva “necessità” di cibarsi, rapportandosi all’animale.

Oggi, nel mondo occidentale, quello stesso che ha stabilito le regole del bon-ton, non è più la necessità a portare al cibo, ma il piacere.

Per cui “auguriamo un piacevole pranzo”, se proprio non vogliamo sconfessare un vetusto galateo.

“Un buon appetito - concorda Rosita Missoni, autrice di una nuova collezione di vasellame per la tavola - è un meraviglioso segno di salute. Quando me lo augurano mi rasserena perché è un gesto di cordialità”.