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La politica demografica della Cina

I Cinesi sono 1,230 miliardi, crescono al ritmo di circa 10 milioni di unità all'anno, che corrisponde ad un tasso di incremento dello 0,9%. Nel 1970 il tasso era del 3%, troppo elevato per consentire un equilibrato sviluppo del paese e rispettare l'obiettivo di contenere la popolazione cinese entro la soglia di 1,6 miliardi per il 2025. Negli anni Settanta il governo di Pechino decise quindi di adottare alcune iniziative per ridurre la natalità e contenere la crescita demografica. Venne avviata la campagna del "figlio unico".

La campagna del figlio unico prevedeva drastiche penalizzazioni per le famiglie con più di un figlio per coppia.

I funzionari statali, i lavoratori dipendenti e in genere i cittadini non erano autorizzati ad avere più di un figlio, salvo eccezioni approvate dalle autorità.
I contadini erano incoraggiati a fare lo stesso .

Dopo la nascita del primo figlio donne e uomini venivano invitati a praticare la sterilizzazione.

Questa politica demografica ha dato i suoi frutti, nel 1980 il tasso di incremento della popolazione era sceso al 2,5%, nel 1990 al 1,4%, oggi raggiunge lo 0,9% mentre la fecondità è passata da 5,6 figli per donna a circa 2.La Cina ha percorso la strada della transizione demografica nel corso di una generazione, in Europa le dinamiche naturali hanno richiesto quasi 200 anni.

Il costo sociale è stato tuttavia elevatissimo.

Per motivi culturali legati alla tradizione infatti, le famiglie non potevano tollerare di essere private della discendenza maschile in caso di nascita di figlie femmine. Da qui il ricorso sitematico all’infanticidio delle bambine.

L’analisi della piramide delle età, grafico che consente a colpo d’occhio di valutare le dinamiche demografiche di un paese, presenta in Cina gli effetti drammatici di una politica demografica coercitiva:

per tutte le classi di età, esclusa quella superiore ai 65 anni, le donne sono meno numerose dei maschi.
In condizioni di normalità la situazione è invertita o quantomeno i rapporti tra i sessi sono paritari.

Negli anni ‘90 il governo cinese ha allentato la pressione sulle famiglie.
In caso di nascita di una femmina, la famiglia è autorizzata ad avere un secondo figlio.

In città, il figlio unico rimane tuttavia la norma anche se a Shanghai, grandissima metropoli sovrappopolata di 13 milioni di abitanti, una donna non è più tenuta a chiedere l’autorizzazione del proprio datore di lavoro o del comitato di quartiere per intraprendere la prima gravidanza, come nei decenni passati.
Nel caso di una seconda gravidanza, non le è più imposto l’aborto e la sterilizzazione .

Le famiglie numerose sono comunque scoraggiate.
I genitori devono infatti pagare una tassa per il secondo figlio, pari a tre volte il reddito annuo della coppia.
“Non è una multa ” ripetono con ostinazione i responsabili della pianificazione familiare locale” ma il costo che rappresenta un bambino in più per il resto della società. E’ normale che i genitori versino un contributo in cambio”.

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