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Figlio unico : il dilemma della Cina

La normativa della Cina sui figli

Era il 1979 quando il programma nazionale di controllo delle nascite dallo slogan “Wan, xi, shao” con il quale il governo invitava a fare figli “più tardi, con più lunghi intervalli e meno” veniva trasformato nella attuale Politica del Figlio Unico – divenuta ufficialmente legge nel 2001 -. La normativa, introdotta allo scopo di fronteggiare il forte aumento demografico ed assicurare il benessere economico del Paese, limita le coppie ad avere un solo bambino; fanno eccezione le famiglie residenti nelle zone rurali - alle quali è permesso avere un secondo bambino se il primo è femmina - e le minoranze etniche. In particolare, le gravidanze sono sottoposte alla supervisione dalle cellule di controllo, le quali autorizzano alla procreazione in base alle quote-nascita assegnate annualmente dal governo e specifiche per ogni provincia. Il successo della pianificazione dipende dall’intera collettività ma particolare attenzione viene rivolta all’operato dei funzionari della pianificazione a livello locale. Le sanzioni previste sono molto pesanti; e nonostante la normativa vieti di calpestare i diritti personali dei cittadini va da sé che spesso viene adottata qualsiasi misura per ostacolare la nascita di un secondo bambino.

La normativa ha permesso alla Cina di rallentare la crescita demografica. La rapida diminuzione dell’indice di fertilità totale ha provocato la diminuzione dell’indice di crescita della popolazione causando, così, il rapido invecchiamento. Il governo cinese ha già ideato dei piani pensionistici speciali per sostenere la popolazione rurale, fascia particolarmente colpita dal “problema del figlio unico. Ma se le conseguenze in campo demografico ed economico sono preoccupanti, ancora più gravi sono quelle sociali.

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