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Un’antica faglia tra Bologna e Reggio Emilia

Un’equipe italiana ha rinvenuto una zona di convergenza tra placche che può fornire importanti indizi sui processi sismici

Un contributo allo studio dei processi che generano i terremoti viene dall’Appennino emiliano. E’ qui, infatti, che Paola Vannucchi, ricercatrice dell’Università di Firenze, Francesca Remitti e Giuseppe Battelli dell’Università di Modena e Reggio Emilia, hanno scoperto un’antica zona di faglia tra placche tettoniche che convergono l’una verso l’altra. Una scoperta importante, anche perché i ricercatori hanno potuto rilevare informazioni sui processi che generano terremoti nelle faglie attualmente attive, come in America Centrale. E hanno scoperto che, affinché si generi un evento sismico, basta che la roccia a tre chilometri di profondità raggiunga una temperatura tra i cento e i centoventi gradi, e non centocinquanta come i geologi hanno creduto fino ad oggi.

La faglia, che marca l’antico limite fra la placca europea e quella adriatica, ha uno spessore di circa 500 metri e si estende per un centinaio di chilometri in superficie fra le province di Bologna e Reggio Emilia. L’erosione tettonica, secondo lo studio pubblicato su Nature, è iniziata circa 35 milioni di anni fa e alcune tracce si sono conservate in superficie.
Come spiega la ricercatrice, in genere le placche litosferiche possono divergere o convergere l’una verso l’altra, come in questo caso. Quando è così, una placca scorre sotto l’altra, erodendo materiale da quella superiore. “Questo meccanismo di erosione caratterizza metà dei limiti moderni presenti nelle zone di subduzione attive, dove il materiale eroso dalla placca superiore, però, scende a grosse profondità. Il limite trovato da noi, invece, è stato innalzato in superficie con il processo orogenetico appenninico e ha esaurito la sua attività circa cinque milioni di anni fa”.

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