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Dinosauro a colazione

La scoperta fornisce importanti informazioni sull'ambiente in cui vivevano i dinosauri e in particolare sugli insetti dell'epoca, dei quali non esistono quasi reperti

Non di rado i paleontologi devono confrontarsi con fossili parziali o danneggiati, femori butterati, denti senza mandibole e simili, senza riuscire a capire quale possa essere stata la causa di quei danni. La risposta: eventi casuali nei processi tafonomici, li ha sempre lasciati scettici. E giustamente, come rivela ora una ricerca pubblicata sulla rivista “Ichnos” da ricercatori della Brigham Young University.

Brooks Britt, che firma lo studio, ha infatti scoperto che quei danni sono spesso dovuti a un antico insetto che amava “sgranocchiare” le ossa dei dinosauri. Britt, con l’aiuto dei suoi studenti ha infatti analizzato con attenzione i rsti di un comptosauro risalente a 148 milioni di anni fa, scoprendo che le lesioni sulle ossa riportavano le tracce dei morsi di un coleottero della famiglia dei Dermestidi. I Dermestidi attualmente viventi si nutrono di carne, pelle, peli e corna delle carcasse.

Per arrivare a questa conclusione Britt e colleghi hanno esaminato al microscopio eletronico le tracce rilevate sui fossili per confrontarle poi con quelle che lasciano numerose specie di insetti sulla fonte del loro cibo, dalle termiti a vari tipi di mosche e coleotteri. Alla fine di questo vasto lavoro comparativo è così potuto giungere alla conclusione che il divoratore delle ossa di dinosauro doveva essere appunto un antenato degli attuali dermestidi.

L’aspetto più interessante della scoperta è però il fatto che in questo modo - attraverso l’esame della nicchia ecologica in cui vivono attualmente questi insetti - si possono ricavare importanti informazioni sull’ambiente dell’epoca, e sugli insetti che vivevano a quel tempo.

“Gli insetti sono fra gli organismipiù abbondanti e diversificati del pianeta, ma sui loro antichi antenati sappiamo pochissimo, dato che non abbiamo quasi nessuna traccia fossile di essi, visto il loro limitato potenziale di conservazione”, ha osservato Eric Roberts, esperto tafonomo dell’Università di Witwatersrand, in Sud Africa, che ha collaborato con Britt.

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