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Senza le zone umide, i gas serra trionfano

Circa il 60 per cento di tutte le zone umide del globo - e il 90 per cento di quelle in Europa - sono state distrutte nel corso dell'ultimo secolo

Proteggere le zone umide è urgente e indispensabile: è questo l’appello di 700 scienziati di 28 nazioni riuniti a Cuiaba, una cittadina al centro della zona umida brasiliana del Pantanal, in occasione dell’ottava International Wetlands Conference (INTECOL) promossa dalle Nazioni Unite.

Le zone umide - nelle quali vanno incluse paludi, regioni a mangrovie, delta dei fiumi, tundra, torbiere - pur rappresentando appena il 6 per cento della superficie del pianeta, sono un importantissimo “pozzo” naturale del carbonio, pari a circa il 20 per cento del totale, e la loro distruzione, dicono gli esperti, avrebbe effetti gravissimi.

Le stime attuali valutano in circa 771 miliardi di tonnellate i gas serra (soprattutto CO2 e metano) che verrebbero rilasciate da queste regioni, vale a dire un quantitativo pari a quello attualmente in atmosfera.

La “bonifica” delle paludi tropicali, ha esemplificato Paulo Speller, rettore dell’Università federale del Mato Grasso, comporta un rilascio di 40 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno.

Circa il 60 per cento di tutte le zone umide del globo - e il 90 per cento di quelle che esistevano in Europa - sono state distrutte nel corso dell’ultimo secolo, in primo luogo per bonificare terreni per l’agricoltura, ma anche a seguito dell’inquinamento, della creazione di dighe, del pompaggio di acqua dal sottosuolo, per lo sfruttamento delle torbiere e per l’espansione urbana.

E questo a dispetto del fatto che esse hanno un ruolo altrettanto importante quanto misconosciuto per gli equilibri ecologici: “le zone umide agiscono da spugne e il loro ruolo di fonte, riserva e regolazione delle acque è largamente sottovalutato dagli agricoltori.

Inoltre esse riescono a ripulire le acque da molti inquinanti organici, prevengono e attenuano le inondazioni dei fiumi, proteggono le zone costiere, riciclano nutrienti e catturano i sedimenti”, ha osservato Wolfgang Junk del Max-Planck-Institut per la biologia evolutiva.

“Alleggerire lo stress da inquinamento e da altre attività umane potrebbe migliorare la loro resilienza ai cambiamenti climatici e rappresentare una significativa strategia di adattamento a questi cambiamenti. La ricostituzione e la riabilitazione delle zone umide rappresenta infatti una alternativa realistica al controllo artificiale dei fiumi e agli sforzi di imbrigliamento che sarebbero necessari per fornteggiare i più frequenti e imponenti fenomeni di alluvione che si prevedono in un mondo più caldo”, ha concluso Junk. Si tratterebbe, inoltre, di un’alternativa anche economicamente conveniente, soprattutto per i paesi più poveri.

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