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    <title>guide</title>
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    <description>Le guide di Supereva</description>
    <pubDate>Tue, 25 Oct 2011 14:15:24 GMT</pubDate>
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	<title>Virago Blues di Giuseppe Foderaro</title>
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	<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 21:59:20 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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<p>Virago blues di Giuseppe Foderaro</p>
<p>A volte non è facile. Sulla targa c’è scritto “Investigatore Privato” e la gente pensa di poterti importunare con tutte le preoccupazioni che le passano per la testa. C’è la vecchietta che ti chiede di ritrovare il barboncino smarrito, la moglie preoccupata che vuol sapere se il marito lavora ancora nello stesso posto o se per caso si è fatto licenziare, la mamma col figlio adolescente e brufoloso che sospetta chissà quali vizi occulti che vanno, generalmente, dalla presunta omosessualità al consumo su scala industriale di cannabis o cocaina. Io, che quando voglio ho la pazienza di Giobbe, cerco di spiegare cortesemente le cose come stanno. Alla fine mi occupo solo di indagini assicurative, dico, sforzandomi di fargli capire che, anche volendo, non sarei qualificato per occuparmi dei loro problemi, se no lo farei volentieri. Tento di essere gentile ma irrefutabile. Fermamente, rifiuto. Oddio, la maggior parte delle volte almeno. Perché poi, soldi a parte, che a volte te li sbandierano sotto il naso convinti quasi che pagando si possano liberare da quel peso ossessivo che li perseguita, insomma, soldi a parte, certe volte non è per niente facile liberarsi di loro anche perché, prima di fargli capire che non solo hai detto “no”, ma hai anche ogni intenzione di continuare a dire “no” nonostante tutto quello che potrebbero dire o fare, insomma, prima di convincerli che il tuo è un rifiuto-rifiuto, quelli ti hanno già raccontato tutta la storia della loro vita.</p>
<p>Intendiamoci, io adoro l’umanità, ma, per parafrasare un noto cantautore, “è che non sopporto tutta questa gente”. Anche se, devo dirlo, qualche volta si finisce con l’imparare moltissimo, a lasciar parlare la gente. Mi ricordo quella volta che la signora del quarto piano, un paio di gambe inguainate di nero e una taglia 46 prosperosa infilata dentro un vestito che le calza come una seconda pelle e che sotto fa indovinare di tutto, si è seduta proprio là, su quella poltroncina rossa e mi ha raccontato una storia che ha dell’incredibile, sporgendosi a mezzo busto e sventagliandomi sotto il naso una scollatura matronale con una disinvoltura da fare invidia a una pornostar navigata. Insomma se ne sta lì con tutta la calma del mondo e mi racconta che ha litigato col marito, che lui non la capisce, che è sempre troppo geloso, poverino… Io tra me e me penso che alla fine c’è da comprenderlo. Voglio dire se vedeste la gente come si gira quando la signora esce dal palazzo, capireste anche voi quello che intendo. Comunque la lascio parlare a ruota libera perché la vista, ve lo giuro, è di quelle incantevoli e non mi va davvero di metterle fretta e poi mi accorgo che la tipa sembra nervosa, continua ad accavallare le gambe e a cambiare la posizione e questo agevola molto la panoramica, non so se mi spiego. Insomma si agita, si gira, si contorce, gesticola, e a ogni movimento le forme generose contenute a stento dall’abitino a fiori sembrano esplodere, mettendo a dura prova le cuciture. Insomma tutto un balenio di forme sensuali e vampate di profumo che si sprigionano intorno. È solo dopo un po’ che comincio a chiedermi dove vuole andare a parare. Okay, mi dico, benissimo, ha litigato col marito… e quindi? Che vuole da me la conturbante virago, ora come ora?</p>
<p>Lo scopro ben presto, e vi giuro: non ci credereste mai! Il succo della questione è che lei e il caro coniuge hanno avuto un alterco e che, detta in breve, proprio in quel momento la bella maliarda stava preparando un arrosto. Mi racconta che, coltello alla mano, non volendo s’intende, gliel’ha appena agitato sotto il naso, così, giusto per sottolineare le sue argomentazioni. E insomma, disgraziatamente, lui si è avventato verso di lei… è scivolato sul tappetino e… ecco, come dire, probabilmente deve essersi ferito. Non potrei essere così gentile da accompagnarla un attimo nel suo appartamento per vedere se ha bisogno di aiuto, se deve essere medicato, se per caso bisogna chiamare un’ambulanza? La semi-vedova annaspa, cerca le parole, tenta di spiegarmi che da sola ha paura, che il maritino potrebbe essere troppo arrabbiato, che insomma teme per la sua personale, graziosissima, incolumità. Ecco, mi dice, come se solo in quel momento le fosse venuta la luminosissima idea, se solo io la potessi assistere nel caso di un diverbio ulteriore, lei mi sarebbe grata e riconoscente. Sulla precipua qualità e consistenza di quella riconoscenza non mi pronuncio perché sono un gentiluomo e non sarebbe cortese da parte mia.</p>
<p>Così mi alzo, rassegnato a fare da paciere in uno scontatissimo e banale scenario coniugale, e lascio che mi preceda verso l’ascensore perché, ve l’ho già detto, lo spettacolo è uno di quelli che merita. In ascensore, un metro per un metro a malapena, la sua presenza è tangibile e conturbante. Al pianerottolo ripropongo le debite distanze, giusto nel caso in cui il marito stia appostato dietro la porta armato d’ascia. Ma quello che trovo, invece, è tutt’altro. Di scene del delitto ho una certa pratica ma, credete a me, una cosa simile prima di allora l’avevo vista solo al mattatoio. Una scia di sangue compatta mi guida verso la salma del fu congiunto. Chiamare l’ambulanza, capisco subito, mi pare pleonastico anche perché è subito chiaro che il caro estinto deve essere passato a miglior vita già da un po’. Non per niente ho passato tanto tempo al fianco di Miranda durante i sopralluoghi giudiziari, qualcosa ho imparato. Da quel che vedo, la vedovella deve essersi riassettata per bene dopo il litigio, magari anche con una doccia ristoratrice e un bel bagno caldo. Insomma senza fretta, mentre il capro, scusate, il marito, se n’è rimasto di là a dissanguarsi lentamente. Mentre comincio a guardarmi le spalle, giusto nel caso che la tipa dovesse decidere che sono un testimone scomodo, cerco di guadagnare tempo. Che lui sia caduto, quasi per caso, sul coltello da arrosto che lei teneva in mano, sembra da escludere, ma certo mi guardo bene dal dirlo alla gentile amazzone. Tra una parola di rassicurazione e l’altra, mie, un sospiro e un semi svenimento, suoi, telefono al 113 e chiamo una volante. Non posso far altro, forse. O meglio, una cosa c’è: mettere in mezzo più testimoni possibili, onde togliere di mente alla vedovella qualsiasi ulteriore piano d’emergenza. È così che, dopo aver scampanellato a tutte le porte sul pianerottolo e aver raccolto due vecchiette spaurite e un fiero pensionato in procinto di recarsi alla bocciofila, mi dispongo ad aspettare pazientemente i rinforzi. Poi è andata come è andata. Eppure, ancora mi diverto a rileggere i verbali dei primi interrogatori che il Vice Commissario Melchiorri, gentilmente, ha voluto condividere con me. Ditemi voi se non è vero che si riesce sempre a imparare qualcosa in questa città malata e tentacolare. Ecco, leggete qui e poi sappiatemi dire.</p>
<p><em>Ispettore, non è stata colpa mia. Come dice? Vice Commissario!? Oh mi scusi, non volevo certo mancarle di rispetto. Ci mancherebbe! Vede, mio marito era letteralmente ossessionato dalla gelosia, sempre a spiare, sempre a congetturare, sempre a pensar male. Quando io, lo sa Dio, non gli ho mai dato occasione, una che sia una, di dubitare di me. Un vero Otello, guardi. Non esagero davvero. Come dice? Io? E quali motivi, mi scusi, avrei avuto per ucciderlo? Certo mi rendeva la vita impossibile, questo è vero: ma allora, dico, qui si dovrebbe accusare di omicidio tutte le donne coniugate del quartiere, le pare? Perché i mariti si sa come sono, no? Ah, è un marito anche Lei? Be’, ma Lei è un galantuomo, si vede subito. Ma insomma, Ispettore. Ah, no, scusi, Commissario. Come dice? Vice? Be’, fa lo stesso. Quello che è. Anche Lei però, insinuare che io abbia voluto ucciderlo. Via… avrei dovuto sopprimerlo solo perché avevamo avuto qualche piccolo dissapore coniugale? Sono cose che capitano, lo sa anche Lei che è un uomo di mondo, vero? Comunque è totalmente assurdo, glielo assicuro. Allora almeno la metà delle mogli dovrebbe eliminare dalla faccia della terra il rispettivo coniuge, non le pare? Ecco guardi, le racconto tutto un’altra volta. Insomma, io l’ho già detto come si sono svolti i fatti. Ma non ci sono problemi, se Lei vuole, glielo ripeto di nuovo com’è andata, per filo e per segno. Dunque, io me ne stavo in cucina a tagliare l’arrosto bello sottile perché lui su certe cose era quasi ossessivo, maniacale oserei dire, voleva tutte le cose fatte a puntino. Così ero lì, deve figurarselo, tutta concentrata con la lingua in mezzo ai denti, che cercavo di tagliare le fette dell’arista in modo che fossero tutte uguali. Quando mio marito è entrato e, senza un motivo al mondo, glielo giuro, si è avventato su di me, o forse è solo scivolato sullo zerbino, non lo so davvero com’è andata perché, capisce, stavo a testa bassa, tutta concentrata sul taglio dell’arrosto… fatto sta che per la sorpresa ho alzato la mano che teneva il coltello e lui… che disgrazia… ci è caduto sopra. Ecco vede, è proprio così che è successo. Come dice? Che secondo il rapporto dell’autopsia si è avventato sopra la lama per diciassette volte? Ma insomma, Ispettore, Lei capirà… stavo preparando la cena… io non le ho mica contate!</em> </p>
<p>Giuseppe Foderaro</p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20101024215920"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20101024215920?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20101024215920" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20101024215920&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Fgiallo_e_noir%2Finterventi%2F2010%2F10%2Fvirago-blues-di-giuseppe-foderaro"/></p>
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	<description>Virago blues di Giuseppe Foderaro
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	<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 21:39:05 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/croppedsaurgr1.jpg" class="left" border="0" width="250" height="64" alt="" /></p>
<p>•	Perché hai deciso di inventare proprio adesso un nuovo investigatore nel panorama giallo noir dei nostri giorni? Ce n’era bisogno?</p>
<p><em>Come sappiamo una certa critica assegna oggi al noir un ruolo di denuncia sociale. Per quanto mi riguarda, ho sentito a un certo punto la necessità di raccontare il quadro in cui vivo: un contesto metropolitano, duro, che rispecchia la realtà odierna sicuramente non edulcorata. Ho voluto anch&#8217;io, per dirla alla Reginald Hill, esplorare quella sfera di ambivalenza tra il bene e il male che caratterizza e condiziona la quotidianità di Milano. Una Milano che non è solo glamour, bensì una città oscura, che tutto sa e tutto nasconde, e all’ombra delle cui mura si celano i consueti peccati della miseria umana (spesso ricoperti da un velo sontuoso di falsa opulenza). E poiché non esiste esplorazione, indagine, senza colui che indaga, ecco il bisogno di creare il mio investigatore.</em></p>
<p>•	Sappiamo che il tuo personaggio è già protagonista di diversi racconti e di un romanzo in via di pubblicazione. Vuoi parlarcene un poco?</p>
<p><em>È facile: per saperne di più vi consiglio di visitare regolarmente il mio Blog. Dove troverete ogni aggiornamento, ma posso anticipare che alcuni racconti sono già stati ospitati da diverse testate telematiche, e che il romanzo è in valutazione presso un paio di case editrici. Si tratta di un progetto a cui tengo molto, ho cercato di creare un personaggio originale che abbia una sua vita autonoma e un suo senso specifico.</em></p>
<p>•	Credi che la figura di un investigatore tutto italiano possa funzionare e convincere il pubblico?</p>
<p><em>Certo che sì. Sauro è un “dinosauro” dei nostri tempi, abbastanza disincantato da non credere più a niente, ma ancora abbastanza duro per lottare contro l’inevitabile, solo perché non gli piace subire o recitare un ruolo di secondo piano. Deve essere lui a decidere sempre. Oggi più che mai, ce ne vorrebbero decine di figure del genere nel nostro paese.</em></p>
<p>•	Come descriveresti ai nostri lettori questo tuo investigatore così anomalo?</p>
<p><em>Sauro Badalamenti è un investigatore assicurativo milanese, di lontane origini meridionali, che all’uso delle maniere forti preferisce contrapporre il bene dell’intelletto, senza per questo evitare di menare le mani, quando è il caso. È un uomo assuefatto a ben altro tipo di vita, con un passato fosco che gli ansima sul collo, un grande conoscitore della metropoli notturna e quindi ben noto presso il popolo della notte. È sempre rispettato, e a volte persino temuto, dalle frange estremiste dei “diversi” che affollano i bassifondi meneghini. Un detective che indaga per amore della verità e per passione, e che rifiuta per principio i casi che non gli interessano. </em></p>
<p>•	Perché secondo te la tradizione del romanzo poliziesco può ancora essere rinnovata, secondo te c’è ancora qualcosa da dire, oppure tutto è stato giàdetto e inventato?</p>
<p><em>Si dice che esistano soltanto sette trame originali, e credo che un buon lettore abbia già fruito di tutte le varianti di ciascuna di esse. Certo, quando la produzione letteraria è brulicante, è facile che si vadano a creare cliché ripetitivi, cloni e della narrativa di bassa qualità, ma l&#8217;essere umano offre infinite sfumature. Il mestiere del “noirista”, poi, sta anche nel saper arricchire di fascino e dissonanze quelle che lette sulle pagine di cronaca nera di un qualsiasi quotidiano magari ci sono sembrate delle storie complete, ma che tradotte in fiction si rivelano prive di tutti quegli elementi drammatici essenziali per costruire un racconto interessante. E sotto questa prospettiva penso ci sia sempre qualcosa di nuovo da inventare.</em></p>
<p>•	Tra i personaggi che sono apparsi ultimamente nel panorama letterario, o nei serial televisivi thriller, c’è qualcuno in particolare che preferisci?</p>
<p><em>Per dirne una, adoro l&#8217;Ispettore Coliandro. E nelle pagine del grande Lucarelli, e nella fiction RAI dei Manetti Bros. Lo rileggo spesso, e guardo più e più volte in streaming le puntate della serie televisiva, che spero rivada in onda al più presto. Mi diverte tantissimo quel bambinone imbranato e impudente, che con i suoi metodi investigativi scalcagnati, e sbagliando pressoché ogni mossa, riesce tutte le volte a cavarsela e a rimorchiare come un caimano.</em></p>
<p>•	E che tipo di lettore sei? Che cosa ti piace e perché?</p>
<p><em>Non sono un lettore di genere, né il genero di un lettore (il padre della mia compagna preferisce i monti ai libri). Sono cresciuto a pane e John Fante e J.D. Salinger, amo le storie dei “disagiati”, perché in fondo lo sono anch&#8217;io. Mi sento molto Arturo Bandini&#8230; Poi vado matto per i classici della letteratura russa e per Scerbanenco, nonché per i romanzi degli amici Cappi e Di Marino: due grandi maestri. Ma leggo pure tante altre cose.</em></p>
<p>•	Ti interessa toccare particolarmente qualche tema quando racconti una storia o lo fai solo per il tuo piacere personale?</p>
<p><em>Cerco sempre di unire le due cose: divertirmi e narrare le storie che mi frullano nella mente, ovviamente cercando di intrattenere al meglio il lettore.</em></p>
<p>•	Darai un seguito alle avventure del tuo personaggio? Che cosa prevedi per lui?</p>
<p><em>Ci puoi giurare. Sauro è un tipo tosto a morire. Sto già lavorando al sequel di “Torre di controllo”. Vuoi il titolo provvisorio? “Rapporto in scala 1:1”.</em></p>
<p>•	Cosa cercherai di raccontare nelle prossime avventure?</p>
<p><em>Un tema che mi sta molto a cuore: il terrorismo di matrice islamica.</em></p>
 
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	<title>Il romanzo storico secondo Patrizia Debicke van der Noot</title>
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	<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 21:17:30 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <category>consigli_di_scrittura</category><category>patrizia debicke van der noot</category><category>romanzo storico</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/patrizia_debicke.jpg" class="left" border="0" width="184" height="250" alt="" /></p>
<p>Allora ci siamo. Immaginiamo un autore che si cimenta a scrivere la sua prossima opera. Ha un foglio bianco davanti.  Anzi, trattandosi di un romanzo, molti, moltissimi, innumerevoli fogli. La prima cosa da fare, ovviamente, è quella di interrogarsi. Onestamente, in perfetta solitudine con se stesso lo scrittore si deve chiedere: ma che cosa voglio scrivere? È innegabile che molti, oggi, si stanno orientando verso il romanzo storico. Quali sono secondo te i punti di forza e le criticità di questo particolare genere letterario ?<br />
<em>I punti di forza sono che in genere un romanzo storico ben fatto dovrebbe tenere più a lungo nelle librerie di un romanzo più alla moda e, se piacevole e stuzzicante, rivolgersi a un ampio pubblico  di lettori. Le criticità vengono dalla realtà italiana che sa poco di storia e spesso la considera con sospetto, dimenticando che attraverso la storia si possono affrontare tante delle realtà attuali.  </em></p>
<p>Il fascino indiscutibilmente c’è, la tentazione pure, ambientare una storia in un periodo storico particolare, lontano dall’oggi, trasportare il lettore non solo all’interno di una storia, ma anche e soprattutto in un luogo e in un tempo sconosciuti. Tu come vivi questa esperienza di creazione?<br />
<em>Mi serve una scintilla. Per esempio nell’Oro dei Medici la spinta al romanzo fu una lettera  dell’ambasciatore inglese di Marsiglia al suo collega di Venezia, nella Gemma del cardinale, la riesumazione delle viscere di Francesco de Medici, nell’Uomo dagli occhi glauchi la bellezza e il mistero del personaggio ritratto da Tiziano…  </em></p>
<p>Perché e come secondo te, una volta che ci si è orientati verso il romanzo storico, si opera la scelta tra un periodo piuttosto che un altro? Interesse, curiosità personale, passione, desiderio di approfondimento, fascinazione?<br />
<em>All’inizio indubbiamente è l’interesse e la maggiore conoscenza che si ha di un periodo storico piuttosto che  di un altro.  Poi l’approfondimento porta ad allungare il tiro e si continua affascinati.  </em></p>
<p>Supponendo allora che il nostro esordiente abbia ora operato le sue doverose scelte, dando per acquisito che abbia in mente una storia, abbia costruito un personaggio attendibile per la sua epoca e identificato un momento storico ben determinato, la parte più difficile, a questo punto, è ancora tutta da venire. Come regolarsi con la documentazione, dove scovare le notizie, fin dove spingersi nei particolari e nella ricostruzione dei dettagli? Si scava negli archivi, si leggono biografie, si spulciano i documenti dell’epoca, si familiarizza col linguaggio dell’epoca macinando lettere su diari? Insomma, tu come fai?<br />
<em>Io faccio tutto quello che hai citato. Archivi, biografie, documenti d’epoca, lettere. Oggi per fortuna l’web ci aiuta. Spagna, Germania, Francia, Inghilterra eccetera, tutti i paesi posso dire stanno trasferendo libri e documentazioni sul web. E sapendo cercare…</em></p>
<p>Ad opera finita, sorge d’obbligo una domanda, il periodo storico che hai ricostruito per i tuoi lettori “quanto” è realmente diverso dal qui e adesso? Ci sono similitudini o parallelismi, hai forse scoperto qualcosa che neanche sapevi, oppure senti che adesso quel passato ti appartiene davvero o percepisci che comunque, al di là degli studi e dell’impegno, “qualcosa” continua ancora a sfuggirti?<br />
<em>I flussi e riflussi storici sono costanti. E quindi troviamo di continuo similitudini e parallelismi. L’etica  di allora era più spiccia, spesso crudele ma forse più sincera. Un nemico lo si eliminava  facendolo uccidere.  Oggi lo si distrugge moralmente. Ma leggendo e scrivendo di storia continua a sfuggirmi un perché. Perché non si può fare tesoro degli errori passati.</em></p>
<p>Non rimane che soffermarci su una constatazione di fatto: moda o tendenza che sia ormai sono molti, anzi moltissimi, gli autori che si cimentano nel genere storico. E il pubblico sembra gradire. A cosa è dovuto questo interesse verso la storia, forse oggi la nostra identità è così poco strutturata che abbiamo bisogno di guardare indietro, come diceva Churchill, per meglio comprendere il presente e proiettare in prospettiva un possibile futuro?<br />
<em>Sicuramente guardare indietro appare più rassicurante e forse talvolta lo si fa  nella speranza di dimenticare il presente, se non ci piace. Il futuro invece è sulle ginocchia di Giove.</em></p>
<p>Ora che, in un modo o nell’altro, hai fatto determinate scelte, ti capita mai di sentirti in trappola? Ti chiedi mai se sarai capace, un giorno, di ciment<br />
arti con qualcosa di diverso o nutri mai il timore che anche facendolo resteresti in balia di quel personaggio o di quel periodo storico o di quella determinata ambientazione? È un rischio che si corre davvero, oppure un falso mito da sfatare?<br />
<em>No, un falso mito da sfatare.  In passato ho scritto sui nostri tempi. Non trovo difficoltà a cambiare epoca e periodo , anche se di recente mi sono cimentata solo con dei racconti. Poi, se ci riflettiamo, l’ ieri è già storia.</em></p>
<p>Infine, giusto per non perdere i contatti con la “nostra” realtà, accendiamo un attimo un riflettore su quello che sarà il “dopo” romanzo. La promozione, si sa, spetta alla casa editrice, con la quale si possono intrattenere rapporti più o meno buoni, a seconda dei casi, ma la presenza dell’autore e il suo rapporto diretto con il pubblico, gli addetti ai lavori, i critici e i giornalisti è ancora importante. Oppure  in quest’epoca di massificazione, comunicazione di massa su vasta scala e eccessivo ricambio di titoli e proposte in libreria, fatti i dovuti conti, diventa tutto inutile?<br />
<em> Certo se una casa editrice s’impegna nel lancio di un libro aiuta molto! Dopo, io continuo a credere che il contatto diretto autore, critica e  lettori sia importante.</em></p>
<p>Ora che, in un certo senso, abbiamo contribuito a chiarire le idee agli autori in erba, quale delle tue opere ti sentiresti di consigliare come esercizio di lettura, e soprattutto “perché” ? In fondo, chissà mai, potrebbe essere davvero che, leggendoti, qualcuno possa carpire i tuoi segreti. Oppure pensi che è qualcosa che proprio non si possa fare, nemmeno volendo?<br />
<em>Quando un libro è stampato si scoprono sempre mille inezie che potevano farlo  migliore. Consiglio forse L’oro dei Medici per l’avventura, La gemma del cardinale per l’amicizia e la devozione e L’uomo dagli occhi glauchi per il  senso dell’onore. Ma a parte  queste considerazioni, per il modo di affrontare l’intreccio tenendo sempre desta (almeno spero) la curiosità e l’attenzione del lettore. </em></p>
 
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	<title>Lezioni di Scrittura con Patrizia Debicke van der Noot</title>
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	<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 21:00:47 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <category>consigli_di_scrittura</category><category>patrizia debicke van der noot</category><category>romanzo storico</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/2189371439_a6640e8b45_m.jpg" class="left" border="0" width="198" height="250" alt="" /></p>
<p>Patrizia benvenuta nel nostro angolino e mentre ti ringraziamo per le belle storie che hai sempre saputo raccontarci, ora vogliamo sapere come fai. Dunque immagina di avere davanti a te un autore esordiente, qualcuno che, insomma, ha bisogno di consigli perché solo ora si sta cimentando con oneri e onori di questa attività, a cavallo tra passione e una professione. E partiamo proprio da qui: la scrittura per te è più un lavoro o una passione trascinante?<br />
<em><br />
Direi le due cose. Una passione trascinante perché ho scelto di farlo, ho voluto farlo, addirittura la considero quasi una mia seconda vita e persevero caparbiamente. Ma anche un lavoro perché avendo sempre lavorato  affronto la scrittura allo stesso modo: con metodo e disciplina, incollata al computer per ore e prefiggendomi mete precise.  </em></p>
<p>Come e perché e soprattutto “quando” hai deciso di cimentarti con la scrittura e da dove esattamente è cominciato questo percorso? E da dove secondo te dovrebbe cominciare un esordiente?<br />
<em>A scrivere davvero, ho cominciato nel 2000, dieci anni fa. La causa scatenante è stata un’ernia del disco che mi ha imprigionato tra letto e poltrona per sei mesi . Dopo un’ubriacatura di televisione e film ho tirato fuori idee e appunti che da anni tenevo nel cassetto e via… Spesso gli esordienti usano spunti autobiografici. Cosa abbastanza logica. Meglio cominciare da un argomento che piace e sta a cuore,  è più facile. Poi cercare di mettere a punto lo stile. Un buon libro  in merito può aprire il cammino, ma certo all’inizio un corso di scrittura allarga le idee e sgombra il terreno dagli eccessi inutili. Ma le idee e la fantasia  sono cose che non si insegnano.</em></p>
<p>È vero che, quando si decide di scrivere, la scelta forse più drammatica è quella di scegliere o privilegiare un determinato stile tra i tanti possibili, decidere insomma in quale marcia intraprendere questa nuova avventura, a quale registro narrativo dare la preferenza?<br />
<em>Per me addirittura all’inizio la scelta è stata in quale lingua scrivere. Negli ultimi anni avevo usato molto il francese, ma ho scoperto presto che funzionavo meglio con l’italiano.  I ricordi del ginnasio erano ancora validi e gli anni spesi a fare il relatore di ricerche di mercato (il mio ultimo lavoro) mi avevano insegnato una certa capacità di sintesi. Ma come dici tu, bisognava scegliere uno stile.  Soprattutto  all’inizio  mi sono servita di frasi brevi che fossero facilmente leggibili. Registro narrativo? Ho spaziato tra thriller, saghe familiari per poi approdare con soddisfazione al romanzo storico o storico thriller d’avventura, un po’ alla Dumas, dei miei L’oro dei Medici, La gemma del cardinale e L’uomo dagli occhi glauchi, pubblicati con Corbaccio.</em></p>
<p>Anche perché in fondo ci può anche piacere, come lettori, un determinato stile o un determinato autore, ma non è detto che sia cosa saggia per noi, come scrittori, emulare proprio quello. Potrebbe essere meglio, forse, utilizzare lo stile che più ci si confà e che maggiormente ci somiglia. O quello, semplicemente, col quale siamo in maggiore confidenza e che abbiamo maggiori probabilità di realizzare al meglio. Dopotutto la scrittura, ancor prima di essere arte, è un mestiere artigianale, non potremmo rendere bene se utilizzassimo uno strumento che per noi è sbagliato. Allora forse sarebbe preferibile recepire da ogni autore che abbiamo amato determinati insegnamenti e trasformarli, unirli, emulsionarli, reinventarli creando a nostra volta una cifra stilistica vera e propria, tutta nostra?<br />
<em>Forse un autore al quale mi piace fare riferimento è Ken Follet, avventura, intrigo, storia e il gusto di intrattenere i lettori coinvolgendoli nelle trame. Ma non basta. Amo Dumas, Tolstoi, Stendhal, Maria Bellonci e tanti altri. Forse da ciascuno di loro… Ma poi quello che conta veramente è riuscire a raccontare delle storie interessanti. </em></p>
<p>Una delle fasi più delicate nel processo di genesi è forse quella della creazione di un personaggio che non sia uguale a nessun altro ma che, al tempo stesso, non sia troppo eccentrico o sopra le righe al punto di non sembrare vero. Poiché il primo requisito di una narrativa efficace è proprio la credibilità. Oppure no?<br />
<em>Credibilità, giusto!  La verosimiglianza è essenziale nel caso di personaggi inventati, mentre, quando si utilizzano personaggi reali, cosa che io faccio spesso nei miei libri, l’essenziale è che si muovano e parlino in modo plausibile.</em></p>
<p>Una volta messo a punto il personaggio, un’altra componente fondamentale di una narrativa di buona qualità è quella dello sfondo, anche questa una questione delicata. Come la pensi su questo? Conta più la storia, la validità del personaggio, o l’atmosfera di sfondo? Oppure sono tre fattori imprescindibili che non vanno trascurati mai?<br />
<em>Secondo me nello spazio di un romanzo i tre fattori sono imprescindibili ma la storia, se per storia si intende la narrazione e il personaggio devono dominare, l’atmosfera di sfondo, che sia storia o ambiente o costumi, deve adattarsi elegantemente a fare da cornice per non trasformare il romanzo in un saggio.</em></p>
<p>Ora approfondiamo un altro singolare aspetto, come vive uno scrittore l’appartenenza a un “genere” letterario, spesso sottovalutato e a torto considerato da molti di serie B? Siamo davanti al grande dilemma che appassiona schiere di critici e di lettori: il giallo-noir è una letteratura poco impegnata, prevalentemente di svago, o non è piuttosto un genere che si presta ad effettuare analisi sociologiche e psicologiche di quelle pulsioni che sono caratteristica pregnante dell’essere umano? E soprattutto, tu ti senti a tutti gli effetti uno scrittore di genere, oppure no?<br />
<em>Mah? Io mi sento un discreto artigiano che sforna storie. Per fortuna si sta superando l’idea che il giallo, il noir eccetera siano di genere. Io penso che siano romanzi punto e basta che si prestano ottimamente a esprimere molto delle proprie idee.  Io per esempio  che condanno ogni fanatismo, approfitto spudoratamente della scrittura per dirlo ad alta voce. E quindi  ben venga anche se mi etichettano di genere.</em> </p>
<p>Personalmente tu come ti poni nei confronti dei filoni che vanno per la maggiore, se esiste (ammesso che esista) un fenomeno letterario di tendenza, qualcosa che si può ritenere assodato piaccia al pubblico, è corretto o meno ispirarsi ad esso, o conviene piuttosto salvaguardare la propria individualità anche a costo di non andare incontro ai favori del pubblico (e conseguentemente di non essere presi nemmeno in considerazione dalle case editrici)? Ogni autore, naturalmente avrà la sua risposta, o la sua mediazione tra questi due opposti,  la tua soluzione a tale proposito qual è?<br />
<em>In questo momento per essere pubblicati con certezza bisogna avere nomi nordici e scrivere piacevoli storie provinciali con neve, gelo e tempeste di sfondo, meglio se  lasciando da parte la macchina per la motoslitta. E’ un fenomeno che accumuna un po’ case editrici e pubblico. Quanto durerà? Che dire? Io provo a continuare a scrivere come so, se non funziona proverò a immaginare un’ambientazione più vicina a casa mia (Clervaux, Lussemburgo).  Poi vedremo…</em> </p>
<p>Un fattore da non dimenticare, soprattutto per chi è agli inizi, è quello dell’ambientazione. Vale la pena di sbilanciarsi descrivendo paesaggi e situazioni che non ci sono note, o non sarà piuttosto consigliabile (almeno agli inizi) mantenersi su un territorio maggiormente conosciuto? Ad esempio, vorresti così in due righe, descriverci la tua città natale come se fosse l’ambientazione di un romanzo? Giusto per dimostrare che l’ispirazione può veramente trovarsi anche sotto ai nostri occhi.<br />
<em>Come no, anche se nella mia città natale ci ho vissuto ben poco.  &#8220;Firenze,  ammantata di storia e beltà, si presenta con la sua tranquilla sicurezza come una  signora che ha fatto un lifting discreto, ma non teme di mostrare qualche ruga.&#8221;</em></p>
<p>E infine, come cambia lo stile quando uno scrittore matura o, molto più semplicemente, quando impara a superare i primi ostacoli e acquisisce maggiore dimestichezza con lo strumento del narrare e maggiore disinvoltura nell’applicazione delle tecniche di scrittura? Che differenze hai rilevato nelle tue ultime opere rispetto a quelle degli esordi, come potresti descrivere il tuo cosiddetto processo di “maturità artistica”?”<br />
<em>Riesco maggiormente a caratterizzare i personaggi servendomi  di particolarità  fisiche e di carattere. Evito gli eccessi.  No a troppi aggettivi! Limo ogni riga. Ricontrollo tutto minuziosamente e soprattutto sforbicio senza pietà. Mai affezionarsi troppo  a una frase, un fatto, un particolare. Spesso a mente fredda fanno schifo.</em></p>
<p>L’ennesimo tasto dolente riguarda le recensioni e il parere del pubblico, che si tratti di normali lettori, addetti ai lavori, critici o giornalisti. Le critiche negative sono costruttive, vanno tenute in considerazione, o rischiano di affossare definitivamente le aspirazioni di un novello scrittore o di far desistere uno magari già affermato? Tu in proposito come ti regoli?<br />
<em>La critica, se è vera critica è sempre costruttiva. Nessuno è infallibile  o “nasce imparato”. L’accetto sempre e cerco di capire il perché. Poi, se sono convinta, ne traggo vantaggio. </em></p>
<p>Non si può non terminare una carrellata senza citare il panorama italiano di autori promettenti o interessanti, colleghi o concorrenti che siano. Chi ti sentiresti di segnalare perché ne ammiri la stoffa, o perché magari ti sei trovato a invidiare qualche passaggio, qualche intuizione o qualche trovata particolarmente felice?<br />
<em>Tanto per cominciare invidio la genialità di chi riesce a farsi comprare. Non so se poi anche  a farsi leggere… Tra i colleghi storici attuali  molti. In particolare  ricordo  con piacere  la capacità di raccontare storia di Manfredi,  certi passaggi e artifici da abilissimo  affabulatore  di Leoni, l’efficace inventiva e ottima costruzione romanzesca  di Martigli, la puntigliosa e valida caratterizzazione  che Colitto fa del suo personaggio, ecc. ecc. </em></p>
<p>E a questo punto corre l’obbligo, finalmente, di esaminare quali sono le criticità e quali invece i vantaggi del filone storico. Paga o non paga compiere un simile sforzo, e il periodo di riferimento deve essere particolarmente familiare all’autore oppure, come fu per Salgari, basta documentarsi a sufficienza per essere credibili? O sotto a tutto questo ci deve essere una vera passione per la storia, perché la formula chimica funzioni? Insomma per scrivere un romanzo storico basta la volontà (o la scelta di calcolo) oppure, neanche tanto in fondo, necessita la passione con la P maiuscola?<br />
<em>Indubbiamente la stesura di un romanzo storico chiede tempo, passione, ricerca, sangue. Ormai un’ottima documentazione è indispensabile. Salgari è stato formidabile, ma oggi è necessaria maggiore accuratezza nei particolari. Per lo meno a mio vedere.  Meglio se si ama il periodo. Sarà più stuzzicante calarcisi dentro. Non paga abbastanza credo, ma da la soddisfazione di un lavoro ben fatto.  Poi è essenziale fare un tuffo nell’umiltà e relegare al suo giusto rango di cornice tutto quel lavoro. Si scrive di storia perché si ama la storia ma non si deve  dimenticare che il romanzo deve correre e non impantanarsi in dotti particolari.</em></p>
 
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	<title>Come nascono le idee secondo Patrizia Debicke van der Noot</title>
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	<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 20:42:23 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <category>consigli_di_scrittura</category><category>in evidenza</category><category>patrizia debicke van der noot</category><category>reginad pole</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/Debicke2385_img.gif" class="left" border="0" width="183" height="250" alt="" /></p>
<p>Cara Patrizia, intanto ti ringrazio per aver accolto la mia richiesta. So che è difficile spiegare la scintilla della creazione ma ho sempre creduto, per dirla con Umberto Eco, che è la storia che disegna il percorso e fa muovere gli eventi. Tu, che sei una grande frequentatrice del nostro passato, ci vuoi raccontare come nasce l&#8217;idea di un romanzo, per esempio la tua ultima opera L’uomo dagli occhi glauchi, pubblicato da Corbaccio nel marzo 2010.</p>
<p><em>Ecco, cercherò di spiegare qualcosa della mia metodologia.<br />
Vedi, avevo deciso di scrivere di quel dipinto la cui attribuzione come sai è certa mentre non si è mai potuto risalire con certezza all&#8217;identità del gentiluomo inglese ivi ritratto.<br />
Cosa mi ha portato a trovare in Inghilterra le possibili tracce dell’identità misteriosa del bel giovane ritratto da Tiziano a detta dei critici  più accreditati tra il 1540 e il 1548?<br />
Intanto da secoli il quadro era indicato nella collezione della Galleria Palatina come Il giovane inglese o L’uomo dagli occhi glauchi tanto che nel 1800 si era cercato di identificarlo come il duca di Norfolk.<br />
In Inghilterra dovevo cercare. Dopo aver rapidamente scartato il duca di Norfolk (nel suo bellissimo ritratto dipinto da Holbein non assomiglia affatto al giovane di Tiziano) ho perseverato affrontando almeno un centinaio di ritratti inglesi degli anni di Enrico VIII e dei suoi successori.<br />
Finalmente ho trovato ciò che volevo nelle sembianze di un grande personaggio della corte di Elisabetta raffigurato a circa 65 anni.<br />
Avevo un’identità plausibile per il protagonista della mia storia ma, per farlo incontrare e ritrarre da Tiziano, dovevo portarlo in Italia, a Venezia e poi a Roma nel 1546, anno in cui il grande Maestro lavorò alle dipendenze del papa Paolo III Farnese e del nipote il cardinale Alessandro Farnese.<br />
Il Concilio di Trento, che si era aperto in dicembre 1545, mi faceva gioco per avere a tiro sia il Cardinale Pole che il Cardinale Farnese. L’anno doveva essere per forza il 1546.<br />
Per portare il mio protagonista sotto le mentite spoglie di un lord inglese a Venezia e a Roma ho approfittato della simbologia del carnevale (le maschere) ambientando l’inizio del romanzo a febbraio.<br />
La splendida cortigiana della Danae con amorino, commissionata a Tiziano dal giovane cardinale Farnese, mi ha suggerito un intrigo veneziano.<br />
Poi ho spostato il lord inglese a Roma al seguito di Reginald Pole e Alessandro Farnese …<br />
Facendogli salvare  dalla morte il bambino Puck, il piccolo mendicante romano, avevo modo di offrirgli  una guida nella capitale… La notte di amore con la bella duchessa Riario mi serviva per far scoprire il suo gioco e mi sono inventata l’ alluvione primaverile (come stava per succeder proprio nel 2010)  piazzandola ad arte nell’aprile 1546, per dare una cornice adeguata al delitto che si voleva compiere …<br />
Con  tutte queste suggestioni sono andata avanti…</em></p>
<p>Ringraziando Patrizia per la collaborazione, mi piace chiudere con un pensiero tutto sommato intrigante, non trovate forse che una volta dipanato il mistero della macchina creativa, non possa essere ora doppiamente interessante leggere questo avvicente romanzo per capire dove questi numerosi indizi possono aver condotto? Non resta che leggere la storia sotto questa nuova inedita chiave di lettura per restare catturati da una magia che ci trasporterà veloce sulle ali del mistero e della suggestione più pura, quella della narrativa d&#8217;autore, che non delude mai.</p>
 
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	<title>L&#039;uomo dagli occhi glauchi di Patrizia Debicke van der Noot a Ferrara</title>
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	<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 20:19:24 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <category>comunicazioni_ed_eventi</category><category>patrizia debicke van der noot</category><category>uomo dagli occhi glauchi presentazione biblioteca ariostea ferrara</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/Uomo_dagli_occhi_glauchi_img3063_img1.jpg" class="left" border="0" width="169" height="250" alt="" /></p>
<p>Martedì 26 Ottobre 2010 alle ore 17 presso la Sala Agnello della Biblioteca Ariostea, in Via delle Scienze 17 a Ferrara, Patrizia Debicke van der Noot presenterà il suo ultimo romanzo &#8220;L&#8217;uomo dagli occhi glauchi&#8221; edizioni Corbaccio. </p>
<p>Siamo intorno alla metà del Cinquecento quando Tiziano dipinge un ritratto suggestivo che verrà conosciuto dai posteri come L&#8217;uomo dagli occhi glauchi o Ritratto di giovane inglese. Per quanto gli storici si siano variamente provati a fornire possibili interpretazioni ed ipotesi circa l&#8217;identità dell&#8217;uomo misterioso, prove certe la storia non ce ne ha trasmesse. Quale occasione migliore per una scrittrice capace di illuminare la storia come pochi altri, di indagare intorno a questo piccolo mistero per tessere una tela avvicente e avventurosa, fatta di intrighi a fosche tinte e di agguati, di scoperte e di occultamenti. </p>
<p>Così Patrizia Debicke, abituale frequentatrice del nostro Rinascimento, ha saputo costruire una storia appassionante attorno a questa figura misteriosa, che sembra identificare nel giovane Lord Templeton, figlioccio del potente duca di Norfolk, probabilmente inviato in Italia per conto del suo signore con l&#8217;incarico di svolgere una missione ammantata di mistero. Il giovane Lord viene in contatto col pittore veneziano Tiziano Vecellio, all&#8217;apice della sua fama e ne rimane talmente conquistato al punto da chiedere che questi gli faccia il ritratto.</p>
<p>Pura vanità o il pretesto migliore per coprire il vero scopo del suo viaggio? Siamo all&#8217;epoca del Concilio di Trento, un momento di massima tensione tra cattolici e protestanti, sono i giorni in cui giunge in Italia un&#8217;eminente e misteriosa personalità di spicco della corte inglese, della quale è parimenti importante difendere la vita tanto quanto proteggere l&#8217;anonimato, mentre un trepidante Enrico VIII, in patria, attende l&#8217;esito delle trattative.</p>
<p>Fra duelli e veleni, inseguimenti ed agguati, tra una Venezia ravvivata dai festeggiamenti del Carnevale e una Roma corrotta e devastata dalla piena del Tevere, Lord Templeton cercherà di portare a termine la sua missione, senza tuttavia rinunciare ai piaceri dell’amore e dell’amicizia.  Valori che fanno di questo romanzo anche un percorso di formazione e un viaggio all&#8217;indietro nel tempo, in un&#8217;epoca in cui era tutto era molto, ma molto diverso, da come siamo abituati a pensare oggi.</p>
<p>Patrizia Debicke van der Noot è nata a Firenze. Praticamente bilingue, ha terminato i suoi studi in Francia. Ha sempre viaggiato molto e vive tra l’Italia e il Lussemburgo col secondo marito, il diplomatico Rodolfo Debicke van der Noot. Una figlia, Alessandra Ruspoli, nata dal primo matrimonio. Esperienze lavorative diverse prima del passaggio alla scrittura. Appassionata di storia, ha al suo attivo romanzi storici, romanzi e thriller Una foto dal passato, Ritratti di Matrimonio, Il dipinto incompiuto, La Tigre di Giada, Una seconda vita, Il gioco dei Menù e, pubblicati da Corbaccio, L’oro dei Medici (anche in edizione TEA) e La gemma del cardinale. </p>
 
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	<description>Martedì 26 Ottobre 2010 alle ore 17 presso la Sala Agnello della Biblioteca Ariostea, in Via delle Scienze 17 a Ferrara, Patrizia Debicke van der Noot presenterà il suo ultimo romanzo[...]</description>
	
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	<title>Il Romanzo Storico secondo Giulio Leoni</title>
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	<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 19:31:24 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <category>consigli_di_scrittura</category><category>come scrivere un romanzo storico</category><category>giulio leoni</category><category>la donna sulla luna</category><category>romanzo storico</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p> <img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/ul_fotoGiulioLeoniSigaretA.jpg" class="left" border="0" width="166" height="250" alt="" /></p>
<p><em>Allora ci siamo. Immaginiamo un autore che si cimenta a scrivere la sua prossima opera. Ha un foglio bianco davanti.  Anzi, trattandosi di un romanzo, molti, moltissimi, innumerevoli fogli. La prima cosa da fare, ovviamente, è quella di interrogarsi. Onestamente, in perfetta solitudine con se stesso lo scrittore si deve chiedere: ma che cosa voglio scrivere? È innegabile che molti, oggi, si stanno orientando verso il romanzo storico. Quali sono secondo te i punti di forza e le criticità di questo particolare genere letterario ?</em><br />
La sua forza sta nell’estendere all’infinito il numero delle storie possibili. In fondo il romanzo storico, anche nella sua variante gialla, non è che un romanzo di fantascienza che guarda all’indietro invece che in avanti. La sua criticità sta nell’ossimoro che lo identifica, “romanzo” e “storico”. Comunque la si giri, sono due categorie che non stanno insieme.  Insisto sulla definizione iniziale, l’unico esempio di romanzo “storico” compiuto che mi venga in mente è le “Cronache della Galassia” di Asimov.  Per il semplice fatto che lì nessun elemento entra mai in conflitto con il “dato”.Tutti gli altri sono romanzi “collocati” nella storia. </p>
<p><em>Il fascino indiscutibilmente c’è, la tentazione pure, ambientare una storia in un periodo storico particolare, lontano dall’oggi, trasportare il lettore non solo all’interno di una storia, ma anche e soprattutto in un luogo e in un tempo sconosciuti. Tu come vivi questa esperienza di creazione? </em><br />
Bisogna andarci a vivere per primi noi, per sperare poi di portarci anche i lettori. Quando ambiento una storia in un’altra epoca, questo avviene perché in quel momento, per qualche motivo, la mia mente sta già lì. Non sarei capace (o meglio, forse ne sarei anche capace ma non ne avrei voglia) di dire: scriverò una storia ambientata nel ‘700, e adesso passo i prossimi mesi a documentarmi.  Io scelgo sempre tempi  e luoghi che in qualche modo conosco, e il lavoro aggiuntivo è solo quello piacevole di approfondire qualche particolare, che non fa che rafforzare quella sensazione di essere già lì. </p>
<p><em>Perché e come secondo te, una volta che ci si è orientati verso il romanzo storico,  si opera la scelta tra un periodo piuttosto che un altro? Interesse, curiosità personale, passione, desiderio di approfondimento, fascinazione? </em><br />
Nel mio caso soprattutto la fascinazione, intesa però in un senso squisitamente autoreferenziale, non oggettivo: ci sono epoche e periodi che mi interessano più di altri perché ritengo che in qualche modo abbiano contribuito più di altri a farmi quello che sono. È un’idea priva di prove, in senso tecnico tutta la storia ha lavorato per farci quello che siamo. Però ognuno di noi credo abbia la sensazione che alcune epoche ci siano in qualche modo più vicine. Forse semplicemente perché le conosciamo meglio, ma anche perché magari la loro atmosfera in qualche modo si lega al nostro temperamento. Io in genere sono affascinato dalle epoche di transizione, quelle come la nostra in cui gli uomini si trovano a doversi confrontare con un cambiamento turbinoso che tira fuori il meglio e il peggio da dentro di loro.<br />
<em><br />
Supponendo allora che il nostro esordiente abbia ora operato le sue doverose scelte, dando per acquisito che abbia in mente una storia, abbia costruito un personaggio attendibile per la sua epoca e identificato un momento storico ben determinato, la parte più difficile, a questo punto, è ancora tutta da venire. Come regolarsi con la documentazione, dove scovare le notizie, fin dove spingersi nei particolari e nella ricostruzione dei dettagli? Si scava negli archivi, si leggono biografie, si spulciano i documenti storici, si familiarizza col linguaggio dell’epoca macinando lettere su diari? Insomma, tu come fai?</em><br />
Dipende, perché tutto è sempre e solo in funzione della narrazione. Se nell’economia del racconto ho previsto una scena in cui i personaggi debbano mangiare, perché è allora che qualcuno viene avvelenato, avrò bisogno di sapere quali erano le vivande, come venivano presentate, che tipo di piatti e stoviglie si usavano ecc. Ma se questo snodo narrativo non c’è, a che servirebbe metterci a forza un capitolo di ricette medievali, semplicemente per “far vedere” come mangiavano in quel tempo? Un romanzo non è mica una puntata di Quark! Quanto alle fonti, ormai la diffusione di internet ha reso accessibili una miriade di canali che prima erano spesso irraggiungibili, per tutti gli aspetti pratici e figurativi del passato. La cosa più difficile resta il linguaggio, lì non ci sono siti che ti spiegano come parlasse un uomo o una donna del ‘500 o un antico romano. L’unico modo, molto parziale, è ricorrere alla letteratura del tempo. Dico parziale, perché in nessuna epoca il parlato e lo scritto coincidono. E comunque, sempre cum grano salis: in apertura dei “Promessi sposi” Manzoni dà una prova ineccepibile di linguaggio del ‘600: ma te lo immagini se poi avesse continuato a scrivere tutto il romanzo così? Se ne guarda bene, e dopo poche pagine passa a usare la lingua del suo tempo. In questo campo ci sono due problemi: evitare errori grossolani di cronologia (per esempio far parlare un personaggio del ‘300 di “rivoluzione” o un senatore romano  di “depressione”), ma per questo basta un buon dizionario storico-etimologico. Poi cercare di ricostruire non tanto il modo di parlare, quanto quello di pensare, delle altre epoche. Elementi che a noi sembrano ovvi, come il fatto che uccidere è male, non lo erano affatto solo pochi decenni or sono.  L’eugenetica o il razzismo non avevano nulla di indecoroso prima della seconda guerra mondiale.  E questo è difficilissimo, bisogna come dicevo, andare ad abitare in qualche modo nel periodo.<br />
<em><br />
Ad opera finita, sorge d’obbligo una domanda, il periodo storico che hai ricostruito per i tuoi lettori “quanto” è realmente diverso dal qui e adesso? Ci sono similitudini o parallelismi, hai forse scoperto qualcosa che neanche sapevi, oppure senti che adesso quel passato ti appartiene davvero o percepisci che comunque, al di là degli studi e dell’impegno, “qualcosa” continua ancora a sfuggirti? </em><br />
La storia è sempre storia del presente. Nel senso che ogni avvenimento viene necessariamente rielaborato e filtrato dalla contemporaneità dell’autore. “Ivanohe” non è un romanzo medievale, è un romanzo dell’Ottocento ambientato nel medio evo, esattamente come il “Nome della rosa” è un grande romanzo del Novecento che parla di monaci assassini.  Ed è bene che sia così: qualcuno vuole la storia, allora che si legga la “Chanson de Roland” o il “Perceval” o “Le roman de Tristan”. Gia la “Mort d’Arthur” non va più bene, è un romanzo del ’400 che parla del ‘400 fingendo di parlare di sette secoli prima. In questo senso, le ragioni profonde della storia non solo continuano a sfuggirmi, ma lo faranno sempre, c’è poco da rimestare per archivi. Ma è proprio dalla loro ricerca che nasce la tensione narrativa, da questo senso ineluttabile di distacco. </p>
<p><em>Non rimane che soffermarci su una constatazione di fatto: moda o tendenza che sia ormai sono molti, anzi moltissimi, gli autori che si cimentano nel genere storico. E il pubblico sembra gradire. A cosa è dovuto questo interesse verso la storia, forse oggi la nostra identità è così poco strutturata che abbiamo bisogno di guardare indietro, come diceva Churchill, per meglio comprendere il presente e proiettare in prospettiva un possibile futuro? </em><br />
I motivi sono forse molti, non ultimo la moda. Solo dieci anni fa in Italia si era in tre o quattro a scrivere gialli storici, e qualche decina in giro per il mondo.  Il perché vero di tanto successo sfugge anche a me: probabilmente si tratta di una reazione del pubblico allo schiacciamento ossessivo sul presente dei media in genere, che scatena il desiderio di una fuga verso orizzonti più vasti.  Però questo avrebbe dovuto comportare anche un rilancio della fantascienza, il che non è avvenuto.  Forse il passato, con la sua apparente certezza, sembra più rassicurante dell’incertissimo presente e dell’inesistente futuro. Può anche darsi che lo sbandamento di identità causato dai flussi migratori accenda il desiderio di riscoprire le proprie radici. La storia trasmette inoltre un altro elemento consolatorio: che comunque, alla fine, il mondo sopravvive e va avanti. </p>
<p><em>Ora che, in un modo o nell’altro, hai fatto determinate scelte, ti capita mai di sentirti in trappola? Ti chiedi mai se sarai capace, un giorno, di cimentarti con qualcosa di diverso o nutri mai il timore che anche facendolo resteresti in balia di quel personaggio o di quel periodo storico o di quella determinata ambientazione? È un rischio che si corre davvero, oppure un falso mito da sfatare? </em><br />
Probabilmente è un pericolo molto reale, e personalmente cerco di esorcizzarlo esplorando continuamente altri filoni della narrativa di  genere. A esclusione di storie western (proprio non mi ci vedo col cappellone e gli speroni) e storie “rosa” (sarà un pregiudizio maschilista, ma per quelle bisogna essere una donna) praticamente ho scritto di tutto, dall’horror alla fantascienza all’avventura, al fantasy. </p>
<p><em>Infine, giusto per non perdere i contatti con la “nostra” realtà, accendiamo un attimo un riflettore su quello che sarà il “dopo” romanzo. La promozione, si sa, spetta alla casa editrice, con la quale si possono intrattenere rapporti più o meno buoni, a seconda dei casi, ma la presenza dell’autore e il suo rapporto diretto con il pubblico, gli addetti ai lavori, i critici e i giornalisti è ancora importante. Oppure  in quest’epoca di massificazione, comunicazione di massa su vasta scala e eccessivo ricambio di titoli e proposte in libreria, fatti i dovuti conti, diventa tutto inutile? </em><br />
Un best seller si può costruire a tavolino, e gli addetti ai lavori sanno benissimo come si fa e lo fanno. Solo che costa molto, e anche le grandi case editrici si muovono solo per un libro all’anno, non di più.  E comunque una fregatura si può dare una sola volta, anche perché i lettori sono sempre gli stessi. L’autore non ha molto spazio di manovra: può lanciarsi in una personale campagna “virale” su internet, magari avvalendosi della collaborazione di qualche amico volenteroso, offrirsi per presentazioni ecc. ma questo costa molto tempo, e il ritorno non è quasi mai pari allo sforzo.  Ne resta poi di tempo per scrivere? Io penso che, fatta salva una discreta disponibilità a interagire con quei lettori che lo chiedano, scritto un libro e affidatolo agli incerti destini della carta stampata, sia molto meglio dedicare le residue  energie a scrivere un altro libro. </p>
<p><em>Ora che, in un certo senso, abbiamo contribuito a chiarire le idee agli autori in erba, quale delle tue opere ti sentiresti di consigliare come esercizio di lettura, e soprattutto “perché” ? In fondo, chissà mai, potrebbe essere davvero che, leggendoti, qualcuno possa carpire i tuoi segreti. Oppure pensi che è qualcosa che proprio non si possa fare, nemmeno volendo? </em><br />
Mah, non credo di avere segreti particolari. Forse un modo mio di raccontare certe storie, quello sì, e di certo un uso personale del linguaggio. Ma a che varrebbe appropriarsene? Anzitutto nel tempo che ci si mette io avrò probabilmente già cambiato entrambi. Se qualcuno vuole leggermi preferirei che lo facesse per il piacere di lasciarsi trascinare dalla fantasia, più che per usi pratici. Comunque a un amico raccomanderei di non perdersi <strong>La donna sulla luna</strong>, tra le altre cose. In quel romanzo l’equilibrio tra storia e fantasia è probabilmente il più felice. </p>
 
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    ]]></content:encoded>
	<description>Allora ci siamo. Immaginiamo un autore che si cimenta a scrivere la sua prossima opera. Ha un foglio bianco davanti.  Anzi, trattandosi di un romanzo, molti, moltissimi, innumerevoli fogli. La prima[...]</description>
	
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	<title>Lezioni di Scrittura con Giulio Leoni</title>
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	<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 19:21:25 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <category>consigli_di_scrittura</category><category>esordiente</category><category>giulio leoni</category><category>intervista con giulio leoni</category><category>lezioni di scrittura</category><category>romanzo storico</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p> <img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/GiulioLeoni.jpg" class="left" border="0" width="196" height="250" alt="" /></p>
<p><em>Innanzitutto grazie per aver accettato di sottoporti a questo esperimento. Ora, immagina di avere davanti a te un autore esordiente, qualcuno che, insomma, ha bisogno di consigli perché solo ora si sta cimentando con oneri e onori di questa attività, a cavallo tra passione e professione. E partiamo proprio da qui: la scrittura per te è più un lavoro o una passione trascinante?</em><br />
È un lavoro, ma talmente faticoso e non sempre ripagato da soddisfazioni, che deve essere necessariamente sostenuto da una forte passione.  Attenzione però, tutto tranne la passione di “sentirsi scrittori”. Sentirsi scrittori, se mai ci si arriva nella vita, è il punto d’arrivo, mai di partenza. Come per tutte le espressioni artistiche, anche la scrittura deve trovare anzitutto in sé la propria ragion d’essere. Questo naturalmente non vuol dire che si scriva per se stessi, per i posteri ecc. Si scrive sempre per qualcuno, fosse anche soltanto uno solo. E sono solo gli altri, fosse anche uno solo, a dirti se la meta è raggiunta o no. Le motivazioni che portano a farlo sono le più svariate, e tutte possono essere valide tranne una: intendere la scrittura come una sorta di autoanalisi, un modo per “tirar fuori” quell’essere eccezionale che si cela dentro di noi e che per qualche motivo gli altri non riescono a vedere. Questo è un vicolo cieco, che non porta da nessuna parte, al massimo a qualche bella pagina di diario. Per raccontare agli altri come siamo c’è Facebook, inutile faticare tanto.</p>
<p><em>Come e perché e soprattutto “quando” hai deciso di cimentarti con la scrittura e da dove esattamente è cominciato questo percorso? E da dove secondo te dovrebbe cominciare un esordiente?</em><br />
La scrittura comincia sempre dalla lettura. Ci si innamora di un certo tipo di storie, e a un certo punto non se ne trovano più abbastanza, si ha la sensazione che manchi qualcosa: allora comincia a sorgere l’idea di aggiungerne noi al mucchio. Si comincia dunque sempre dalla lettura, e prima e più si legge, prima e più viene voglia di scrivere. Ma il punto delicato è: “quali” letture? E anche, “quando”? La lettura come tutti gli stimoli complessi, che siano sensoriali o intellettuali, costruisce la nostra visione del mondo per aggiunte e sottrazioni, ma ha i suoi tempi, legati al ciclo evolutivo. “L’isola del tesoro” ha un impatto diversissimo sul nostro immaginario a 10 anni, a 18 o a 25. Leggere Kafka a 16 anni ci avvia a una successiva interpretazione del mondo complessa, angustiata ma anche problematica. Farlo a 50 è solo un’esperienza intellettuale, intensa quanto si vuole ma che difficilmente modificherà una Weltanschauung  ormai consolidata. Il fascino ma anche il dramma della scrittura sta ne fatto che quando si comincia, in realtà si è già cominciato dieci anni prima. Io posso scrivere un romanzo di fantascienza a 20 anni soltanto se a 10 ho già letto “Dalla terra alla Luna” e a 15 Bradbury, Heinlein, Asimov ecc. Ma che succede se non l’ho fatto? Nella maggior parte dei casi non c’è più niente da fare. Si può tentare una terapia d’urto, costruendosi in fretta un bagaglio base di due-trecento  opere fondamentali nel genere scelto (facendosi magari aiutare da qualcuno, e qui forse una buona scuola di scrittura può avere qualche utilità), stando però attenti a non affastellare materiale a caso, ma rispettando una elementare gerarchia di valore.  Mai affidarsi al supplemento libri di un quotidiano: è perfettamente inutile conoscere a memoria l’opera omnia di Paulo Coelho se poi si ignorano Borges  o Marquez (mi è capitato con un mio alunno).  O leggere Moravia ma non Tolstoi, Pasolini ma non Manzoni, l’ultimo Strega ma non Joyce. </p>
<p><em>È vero che, quando si decide di scrivere, la scelta forse più drammatica è quella di scegliere o privilegiare un determinato stile tra i tanti possibili, decidere insomma in quale marcia intraprendere questa nuova avventura, a quale registro narrativo dare la preferenza? </em><br />
Certo, ma non è una scelta drammatica. Anzi, non è nemmeno una scelta. Per quello che dicevo, la scrittura nasce sempre dall’amore per un certo tipo di scritture. Per cui la scelta di un genere o anche l’adozione di uno stile viene da sé.  Se quando entri in una libreria l’occhio ti corre d’istinto allo scaffale della fantascienza, perché dovresti voler scrivere gialli? E se ti commuovono “Romeo e Giulietta” e “Via col vento”, perché intestardirsi a raccontare di mafia e camorra? Sarebbe solo una sofferenza, per te e probabilmente per il tuo lettore.  E se sul comodino hai un romanzo di 007 e non uno di Calvino, ci sono dubbi sullo stile che preferisci?  </p>
<p><em>Anche perché in fondo ci può anche piacere, come lettori, un determinato stile o un determinato autore, ma non è detto che sia cosa saggia per noi, come scrittori, emulare proprio quello. Potrebbe essere meglio, forse, utilizzare lo stile che più ci si confà e che maggiormente ci somiglia. O quello, semplicemente, col quale siamo in maggiore confidenza e che abbiamo maggiori probabilità di realizzare al meglio. </em><br />
No. Se un autore ti piace, significa che in qualche maniera interagisce con la tua natura, la tua visione del mondo ecc. Non ha senso dire: X è secondo me il più grande, però io mi ispiro a Y per enne motivi.  Se non cerchi almeno di emulare quello che ti appassiona, è già finito lo scopo di scrivere. Lo stile è in fondo habitus, abito. </p>
<p><em>Dopotutto la scrittura, ancor prima di essere arte, è un mestiere artigianale, non potremmo rendere bene se utilizzassimo uno strumento che per noi è sbagliato. Allora forse sarebbe preferibile recepire da ogni autore che abbiamo amato determinati insegnamenti e trasformarli, unirli, emulsionarli, reinventarli creando a nostra volta una cifra stilistica vera e propria, tutta nostra? </em><br />
Il problema cui fai cenno si pone, ma in una fase avanzata del mestiere. Quando si cominciano ad avere rapporti continuativi con il “mercato” e può porsi effettivamente l’esigenza di dover scegliere in maggiore sintonia con gli umori del pubblico. Poiché però il successo arride ai libri più diversi, è pericoloso saltellare da uno scrittore all’altro sulla base degli umori del momento. È comunque sempre una pratica rischiosa, la ricorsa al best seller del momento non riesce quasi mai. Lo stile personale scaturisce sempre da un amalgama tra una grande lezione e i nostri tentativi mal riusciti di emularla. Ma che proprio perché sono necessariamente mal riusciti danno vita a qualcosa di originale. Ti faccio un esempio semplice: Dante affronta la scrittura poetica con il desiderio di “rifare” Virgilio. In parte lo rifà effettivamente, versi, personaggi e intere situazioni della Commedia sono calchi espliciti dell’Eneide.  Ma non essendo ovviamente Virgilio deve comunque metterci qualcosa di diverso: questo qualcosa è appunto la radice del “suo” stile. A poco a poco questo valore aggiunto cresce, fino a sovrapporsi al maestro e diventare compiutamente originale. Naturalmente il lettore esperto continua a notare l’ombra di Virgilio dietro la sua opera, ma quella presenza non è più una pecca, ma anzi la precisa cifra stilistica che rende Dante uno dei tre o quattro massimi poeti di ogni tempo.  C’è sempre “qualcun altro” dietro quello che facciamo: l’importante è che questo qualcun altro stia dietro le nostre spalle come fonte d’ispirazione e non davanti come un modello irraggiungibile.</p>
<p><em>Una delle fasi più delicate nel processo di genesi è forse quella della creazione di un personaggio che non sia uguale a nessun altro ma che, al tempo stesso, non sia troppo eccentrico o sopra le righe al punto di non sembrare vero. Poiché il primo requisito di una narrativa efficace è proprio la credibilità. Oppure no?</em><br />
Certo, una narrazione dovrebbe sempre essere “vera”. E quindi credibile. Ma il concetto stesso di credibilità non ha un fondamento oggettivo. Visto dall’ufficio di un funzionario dell’anagrafe madame Bovary è sicuramente più credibile di Pinocchio. Ma in termini estetici Pinocchio è meno credibile dell’eroina di Flaubert? Assolutamente no. E don Chisciotte, il barone di Munchausen? Il genio della lampada di Aladino è meno credibile di mastro don Gesualdo? Rifletti un istante su questo: chi sembra più vero, Escher o Annigoni? Se ti serve un ritratto per il passaporto ovviamente il secondo. Ma se ti interroghi sulla complessità del mondo, se vuoi trasmettere il senso di angoscia e di spaesamento che nasce dalla scoperta dell’indecidibilità dell’esistenza, allora è piuttosto il primo il grande “fotografo” della realtà.  Se tra centomila anni i posteri volessero ricostruire i sentimenti dell’uomo del ventesimo secolo, e potessero scegliere un solo libro, per loro sarebbe più utile “Furore” di Steinbeck o il “Processo” di Kafka?  Il primo, se vogliono farsi un’idea delle condizioni di vita dei membri di una particolare classe sociale, in una specifica parte del mondo, valida per l’arco di una decina d’anni.  Ma se vuoi sperare di capire il perché di due guerre spaventose, lo sterminio di interi popoli, la bomba atomica allora è la follia burocratica del secondo che può svelarti molto di più. </p>
<p><em>Una volta messo a punto il personaggio, un’altra componente fondamentale di una narrativa di buona qualità è quella dello sfondo, anche questa una questione delicata. Come la pensi su questo? Conta più la storia, la validità del personaggio, o l’atmosfera di sfondo? Oppure sono tre fattori imprescindibili che non vanno trascurati mai?</em><br />
Sono tre elementi sempre presenti, senza anche uno solo di loro non c’è narrazione. Da un punto di vista tecnico, specie per chi inizia, direi che sia la storia la locomotiva che tira tutto il trenino. Una grande storia con personaggi anche deboli o solo abbozzati, poco più che maschere, può ancora reggere. Di contro, un grande personaggio senza storia è poco più che uno studio psicologico.  Un esercizio di stile. In “Dieci piccoli indiani” i personaggi sono fumettistici, l’ambientazione poco più che una quinta teatrale. Ma la storia, pur nella sua semplicità strutturale è un piccolo capolavoro d’ingegneria narrativa. Ma questo da un punto di vista pragmatico: personalmente sono convinto che sia però l’atmosfera di sfondo quel quid impalpabile che trasforma un buon romanzo in un romanzo memorabile. “Dieci piccoli indiani” avrebbe potuto tranquillamente scriverlo anche Ellery Queen o S.S. Van Dine, e sarebbe stato lo stesso. “Quinta colonna” di Greene no, quello poteva scriverlo, così, soltanto Greene, la “sua” atmosfera è inconfondibile. </p>
<p><em>Ora approfondiamo un altro singolare aspetto, come vive uno scrittore l’appartenenza a un “genere” letterario, spesso sottovalutato e a torto considerato da molti di serie B? Siamo davanti al grande dilemma che appassiona schiere di critici e di lettori: il giallo-noir è una letteratura poco impegnata, prevalentemente di svago, o non è piuttosto un genere che si presta ad effettuare analisi sociologiche e psicologiche di quelle pulsioni che sono caratterista pregnante dell’essere umano? E soprattutto, tu ti senti a tutti gli effetti uno scrittore di genere, oppure no?</em><br />
Mi trovo spesso a battagliare su questo argomento, e cerco di riassumere in poche parole un’argomentazione necessariamente molto più complessa. La civiltà occidentale post classica, quindi a partire dal secolo XI, ha messo a punto in realtà un solo genere narrativo: il racconto di trasformazione di stato. Ossia da quel momento ogni storia è la storia di “qualcuno” cui succede “qualcosa”. Ciò avviene perché l’età moderna abbandona la percezione classica del tempo, immutabile e circolare, per abbracciarne un’altra, lineare e indefinita. Questo dà vita a una narrazione che conosce sostanzialmente due sole forme: la quest, dove il personaggio muove verso il conseguimento di un obiettivo,  e l’aventure, dove il personaggio è mosso da una serie di avvenimenti che intercettano il suo percorso. Il numero sterminato di storie prodotte negli ultimi nove secoli non sono altro che successive declinazioni di questo modello base, una delle quali è appunto il giallo-noir. Essa è di serie B rispetto ad altre, il romanzo storico, quello sociale o quello psicologico? Dipende da come è fatto il singolo romanzo, e soprattutto dal nostro atteggiamento nei confronti dell’esistenza. Evadere con la fantasia dal mondo contingente per esplorare con la mente possibilità alternative è un tratto negativo, decadente, conservatore? O non è invece il primo motore di tutte le evoluzioni, trasformazioni, rivoluzioni dell’umanità? Il mondo lo cambiano di più gli economisti o i sognatori? Quanto poi a me, io mi sento assolutamente uno scrittore di genere, ma del genere mio. </p>
<p><em>Personalmente tu come ti poni nei confronti dei filoni che vanno per la maggiore, se esiste (ammesso che esista) un fenomeno letterario di tendenza, qualcosa che si può ritenere assodato piaccia al pubblico, è corretto o meno ispirarsi ad esso, o conviene piuttosto salvaguardare la propria individualità anche a costo di non andare incontro ai favori del pubblico (e conseguentemente di non essere presi nemmeno in considerazione dalle case editrici)? Ogni autore, naturalmente avrà la sua risposta, o la sua mediazione tra questi due opposti,  la tua soluzione a tale proposito qual è? </em><br />
È corretto soltanto se quello che piace al pubblico piace anche a te. Negli ultimi anni ha avuto molto successo il noir: se si nutre un sincero interesse per il noir è perfettamente lecito provare a scriverne un altro.  Inutile e controproducente è invece allinearsi su temi o stili che non sono nostri, soltanto perché quello chiede momentaneamente il mercato.  Conosco casi di romanzi tradizionalissimi che sono stati “noirizzati” per l’occasione, introducendovi a forza qualche ammazzamento. Ma senza grandi successi. Certo, anche gli scrittori devono mangiare, ed è forte la tentazione di cavalcare l’onda favorevole.  Ripeto, se uno pensa di saperlo fare, lo faccia pure.  </p>
<p><em>Un fattore da non dimenticare, soprattutto per chi è agli inizi, è quello dell’ambientazione. Vale la pena di sbilanciarsi descrivendo paesaggi e situazioni che non ci sono note, o non sarà piuttosto consigliabile (almeno agli inizi) mantenersi su un territorio maggiormente conosciuto? Ad esempio, vorresti così in due righe, descriverci la tua città natale come se fosse l’ambientazione di un romanzo? Giusto per dimostrare che l’ispirazione può veramente trovarsi anche sotto ai nostri occhi.</em><br />
In due righe? Non sarei mica capace! Finora ho ambientato a Roma quattro romanzi, La crociata delle tenebre, La regola delle ombre, Il sepolcro di Gengis Khan (!) e La sequenza mirabile, e ne sono venute fuori quattro Rome diverse, antiche e moderne, sopra e sotto la superficie. Potrei scriverne altri cinquanta, e non avrei ancora finito. E non perché Roma sia Roma, lo stesso discorso varrebbe anche per un paesello. Il luogo in cui viviamo alla fine è quello che ci è meno noto, esattamente come l’epoca più sconosciuta e incomprensibile tra tutte è proprio quella in cui viviamo. Se dovessi provare di nuovo a descrivere la mia città direi allora:  “Svoltai l’angolo, e non capii dove fossi finito, né perché.”</p>
<p><em>E infine, come cambia lo stile quando uno scrittore matura o, molto più semplicemente, quando impara a superare i primi ostacoli e acquisisce maggiore dimestichezza con lo strumento del narrare e maggiore disinvoltura nell’applicazione delle tecniche di scrittura? Che differenze hai rilevato nelle tue ultime opere rispetto a quelle degli esordi, come potresti descrivere il tuo cosiddetto processo di “maturità artistica”?”</em><br />
Difficile rispondere, soprattutto parlando di se stessi. Io ho l’impressione di non aver cambiato nulla, ma è la stessa sensazione che proviamo davanti ad una nostra fotografia di qualche anno fa: non siamo noi che siamo invecchiati, è quell’immagine che è troppo “giovane” rispetto al giovane che siamo adesso. Sicuramente si diventa in qualche modo più “bravi”, ma in che consista questa maggior bravura, semmai, devono dirlo gli altri. L’ennesimo tasto dolente riguarda le recensioni e il parere del pubblico, che si tratti di normali lettori, addetti ai lavori, critici o giornalisti. Le critiche negative sono costruttive, vanno tenute in considerazione, o rischiano di affossare definitivamente le aspirazioni di un novello scrittore o di far desistere uno magari già affermato? Tu in proposito come ti regoli? Credo che in questo campo valga una regola semplice: ascoltare attentamente le critiche di chi è più bravo di te, ignorare le critiche di chi è solo diverso da te.  </p>
<p><em>Non si può non terminare una carrellata senza citare il panorama italiano di autori promettenti o interessanti, colleghi o concorrenti che siano. Chi ti sentiresti di segnalare perché ne ammiri la stoffa, o perché magari ti sei trovato a invidiare qualche passaggio, qualche intuizione o qualche trovata particolarmente felice?</em><br />
Non voglio sottrarmi alla domanda, ma nemmeno essere ingiusto nei confronti di qualcuno, buttando giù un elenco a casaccio. Fatta esclusione per l’editoria a pagamento, tutte le altre collane esercitano sugli autori presentati quel minimo di controllo tale da assicurare quasi in tutti la presenza di un’idea, un personaggio, una storia degni di essere raccontati e soprattutto letti.  Per esempio sia il Giallo Mondadori che la Hobby&#038;Works,o  la Gargoyle tanto per citare i primi nomi che mi vengono in mente, stanno presentando una serie di nuovi scrittori interessanti, e da cui c’è molto da imparare. </p>
<p><em>E a questo punto corre l’obbligo, finalmente, di esaminare quali sono le criticità e quali invece i vantaggi del filone storico. Paga o non paga compiere un simile sforzo, e il periodo di riferimento deve essere particolarmente familiare all’autore oppure, come fu per Salgari, basta documentarsi a sufficienza per essere credibili? O sotto a tutto questo ci deve essere una vera passione per la storia, perché la formula chimica funzioni? Insomma per scrivere un romanzo storico basta la volontà (o la scelta di calcolo) oppure, neanche tanto in fondo, necessita la passione con la P maiuscola? </em><br />
L’anno scorso mi hanno chiamato all’università di Perugia, per un convegno appunto sul giallo storico. Ho intitolato il mio intervento “Il set della morte.” Volevo dire né più né meno che in romanzo storico la storia è esattamente quello che è un set nel cinema: uno sfondo, una quinta su cui agiscono i personaggi. Deve “sembrare” vera nell’inquadratura, non “essere” vera.  Attenzione però, questo è il difficile! Hai mai notato quanto appaiono povere, e soprattutto “false” quelle fiction girate per esigenze di economia in un luogo reale? Come i peplum degli anni ’50 ripresi tra le rovine di Ostia antica o a Pompei? Lo scrittore deve esercitare sul dato storico un’operazione analoga a quella che è l’elaborazione elettronica dell’immagine nel campo del cinema.  In sostanza fare diventare “vero” quello che è vero.  È per questo che noi troviamo ancora affascinanti Salgari e Hugo (pieni di errori storici) rispetto a tanti altri anonimi narratori, precisi nella ricostruzione fino all’ultimo bottone ma freddi nella narrazione. </p>
 
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	<description>Innanzitutto grazie per aver accettato di sottoporti a questo esperimento. Ora, immagina di avere davanti a te un autore esordiente, qualcuno che, insomma, ha bisogno di consigli perché solo ora si[...]</description>
	
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	<item>
	<title>Il mio primo omicidio di Leena K. Lehtolainen</title>
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	<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 20:23:38 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <category>comunicazioni_ed_eventi</category><category>fanucci editrice</category><category>il mio primo omicidio</category><category>leena k. lehtolainen</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/MioPrimoOmicidio.jpg" class="left" border="0" width="164" height="250" alt="" /></p>
<blockquote><p>Jyri si svegliò con un atroce bisogno di orinare. In bocca quel sapore acre che in genere ti lasciano whisky, birra, aglio e una serie infinita di sigarette. Si domandò se in casa avrebbe trovato della Fanta. Il mattino dopo una sbornia era quella la sua medicina preferita, se la situazione non era grave al punto da richiedere una birra. La mattina era divinamente bella. Tuulia e Mirja erano sedute in terrazza e s’occupavano della colazione. Tutto quel ciarlare sulle virtù dei vari formaggi lo divertì – in realtà le due donne non si sopportavano. Ma dal momento che una era il miglior soprano e l’altra il miglior contralto dell’ASPROF, l’Associazione degli studenti delle province orientali di Finlandia, erano costrette a fare buon viso a cattiva sorte. Mirja era la perfetta incarnazione del contralto, bruna, rotondetta, tenebrosa. Perfetta per la parte della zingara nel Trovatore di Verdi: come si chiamava poi&#8230; la zingara, insomma.<br />
Il sole abbagliante lo colpì agli occhi, tanto che il capo gli rintronò. Per sicurezza mandò giù due tachipirine, anche se era convinto di essere ormai immune al trattamento. Fanta non ne trovò, ma c’era succo d’arancia. Il mondo gli si mostrava nel suo splendore più deprimente: il mare scintillava, gabbiani strepitavano vicino al pontile, si annunciava un pomeriggio canicolare. Cantare con quella calura non sarebbe stato tanto facile.<br />
«Allora, Jyri, pesante la spranghetta?» fece Tuulia in tono canzonatorio. Anche lei aveva un’aria pallida, di sicuro nessuno aveva dormito granché quella notte. Ma che problema c’era? A lavorare si andava solo l’indomani.<br />
«Gli altri dormono ancora?»<br />
«Piia è andata a fare un bagno. Altri non ne ho visti. Sarebbe ora che si alzassero, se vogliamo combinare qualcosa.»<br />
Mirja lo disse con un tono acido, i poltroni non le garbavano affatto. Il miglior doppio quartetto dell’ASPROF si era radunato nella villa dei genitori di Jukka in vista di un impegno importante, a suo parere, per fare le prove e non per fare baldoria. Tutto qui. Per cui sveglia, un bel caffè in canna, poi sotto coi vocalizzi.<br />
Jyri si tirò su. Un bel bagno non sarebbe stato una cattiva idea. L’acqua era sui venti gradi, quel che ci voleva. Si diresse caracollando verso il pontile di legno. Sulla spiaggetta accanto alla sauna scorse Piia, decentemente ricoperta da un bikini. Jyri non se la sentì di andare così lontano, per cui, alla faccia del pudore, giù le brache e oplà, in mare. Anche Jukka era in mare, galleggiava sull’acqua bassa vicino agli scogli. Doveva avere un mal di testa furibondo, almeno a giudicare dal buco enorme che esibiva sul cranio. Per il resto, non aveva l’aria troppo sveglia&#8230; Jyri si sentì rivoltare lo stomaco, e precipitarsi a vomitare sulle canne vicino alla riva fu l’unico sollievo. Gli ci volle un paio di minuti per risollevarsi e riuscire a tornare sulla veranda, dove adesso c’era anche altra gente. La sua voce limpida e invidiata di primo tenore non bastò ad articolare chiaramente le parole.<br />
«Che diavolo ci fai, così, con le chiappe al vento?» gli fece Tuulia.<br />
«Jukka&#8230; là, al pontile, oh Cristo&#8230; Forse è morto! Annegato!»<br />
«Ma di che cazzo parli?»<br />
Antti si precipitò verso la riva, Mirja gli corse dietro. Un attimo, e la donna tornò indietro per fiondarsi sul telefono. I numeri delle emergenze erano nitidamente riportati accanto all’apparecchio. Dalla terrazza udirono la sua profonda voce di contralto rivolgersi affannata alla polizia, e solo dopo cercare un’ambulanza.  </p>
<p>Dove mai ti trascina la corrente?<br />
Ero sotto la doccia, impegnata a sciacquare via il sale dalla pelle, quando il telefono squillò. Sentii il mio annuncio nella segreteria, poi la voce di un collega che mi chiedeva di richiamare al più presto. Il riposo domenicale era durato, con mia sorpresa, più del previsto, ma non ero riuscita a rilassarmi, nemmeno sulla spiaggia. Per qualche motivo m’ero sentita in dovere di trascorrere la prima bella giornata libera dell’estate a indorarmi al sole, sebbene detestassi fare vita di spiaggia. Per tutto l’inverno avevo frequentato assiduamente la palestra, ragion per cui il mio fisico era presentabile come non accadeva da anni. A parte qualche cuscinetto di cui non mi sarei mai sbarazzata, visto il ritmo con cui mandavo giù le birre. Interruppi la segreteria e composi il numero del commissariato. Il centralino mi passò Rane.<br />
«Ciao, bellezza! Tra un quarto d’ora sarò davanti a casa tua. Ho già impacchettato tutto. C’è un cadavere a Vuosaari, una pattuglia ce l’ha segnalato una mezz’oretta fa. Serve niente dal tuo ufficio? Arrivo!»<br />
Si riparte, mi dissi, mentre cercavo nell’armadio qualcosa di presentabile da indossare. La gonna della divisa l’avevo lasciata in ufficio, a Pasila, sicché dovevo ricorrere ai miei jeans più decenti. I capelli erano bagnati, ma il fon non avrebbe fatto altro che scarruffare la mia zazzera rossiccia. Mi sforzai di stendere una specie di trucco sulla faccia arrossata, e feci un paio di smorfie nello specchio. L’immagine che mi rimandava<br />
era tutt’altro che quella di una rispettabile poliziotta: gli occhi verdognoli sembravano presi a prestito da un gatto, riccioli stopposi e ribelli con riflessi rossastri accentuati dalla tintura («il segreto chi lo sa, solo io e Melody&#8230;»). Il tratto che in me destava l’impressione più irriverente era il nasino all’insù che il sole aveva picchiettato di lentiggini. La mia bocca qualcuno l’aveva definita sensuale, il che significava, in soldoni, che avevo il labbro inferiore accentuato. Era proprio questo donnino, adesso, con l’aria di una mocciosetta, che doveva andare a far rispettare la legge e l’ordine là in fondo all’estremo lembo di Vuosaari? La sirena di Rane si fece sentire da lontano. Lui adorava farla andare a tutto volume, come metà dei poliziotti finlandesi. I morti non c’era rischio che se la filassero, ma questo la gente non era tenuta a saperlo.<br />
«Quelli della scientifica sono andati avanti» annunciò Rane con tono professionale quando saltai accanto a lui sulla Saab.<br />
«Allora, c’è un cadavere a Vuosaari, annegato, ma pare che ci sia qualcosa che non quadra. Un tipo sulla trentina, un certo Peltonen. C’era una decina di persone che passavano il fine settimana in una villa, fanno parte di un coro, e stamattina hanno ritrovato il corpo di questo Peltonen in mare.»<br />
«Ce l’ha spinto qualcuno?»<br />
«Non si sa. Come dati non c’è arrivato granché.»<br />
«Cos’è questa faccenda del coro?»<br />
«Un gruppo di gente che canta, immagino.» Rane diede una brusca sterzata per inserirsi sul raccordo est, tanto che andai a sbattere contro la portiera col gomito, un male della madonna. Con un sospiro di rassegnazione mi allacciai quella detestabile cintura di sicurezza: fissata ad altezza di poliziotto maschio, a me serrava la gola.<br />
«Dove diavolo è finito Kinnunen, e tutti gli altri? Non dovevi avere anche tu la giornata libera?»<br />
«I ragazzi sono tutti su quell’accoltellamento di ieri. Kinnunen ho cercato di contattarlo per tutta l’ultima mezz’ora, ma tu sai come tracanna, la domenica&#8230; Starà smaltendo la ciucca al tavolino di qualche bar.»<br />
Rane scrollò le spalle, rassegnato. Nessuno aveva voglia di approfondire quel discorso. Il responsabile della nostra squadra, il commissario Kalevi Kinnunen, era un alcolista. Punto. Io ero quella che veniva dopo, nella gerarchia, e dovevo occuparmi del caso fino a quando non si fosse rimesso dalla sbornia. O dai postumi. Punto.<br />
«Rane, stammi a sentire. Forse quel tizio che è morto lo conosco, o lo conoscevo&#8230; È una faccenda un po’imbarazzante, per me&#8230;»<br />
«Le mie ferie cominciano domani, e ho tutta l’intenzione di prendermele. Questo caso è roba tua, che ti piaccia o no. In questo mestiere c’è poco da scegliere.» </p></blockquote>
 
    <p><map name="google_ad_map_20101010202338"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20101010202338?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20101010202338" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20101010202338&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Fgiallo_e_noir%2Finterventi%2F2010%2F10%2F402493"/></p>
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	<title>La Dea Madrina di Robert Hulter</title>
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	<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 20:47:56 GMT</pubDate>
	<dc:creator>Sabina Marchesi</dc:creator>
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    <category>recensioni</category><category>del vecchio editore</category><category>la dea madrina</category><category>robert hultner</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p> <img src="http://static.blogo.it/guide/giallo_e_noir/DeaMadrina_01.jpg" class="left" border="0" width="167" height="250" alt="" /></p>
<p>Walching, un piccolo paesino nella Baviera degli anni venti. All’ispettore Kajetan viene affidata un’indagine apparentemente senza importanza. Tre balordi, che tra l’altro sono già in cella, hanno ucciso una giovane adorabile ma un po’ tonta, in una delle stalle padronali del paese. Siamo in un’epoca in cui le differenze sociali sono ancora forti, in un’ambientazione rude e montanara, tra gente abituata a non dire mai le cose più importanti. In un periodo storico in cui la Germania striscia in ginocchio oppressa dalle difficoltà economiche e da una recessione senza precedenti. Sembra un incarico da nulla, solo per protocollare una verità investigativa già conclamata ma Kajetan non ci sta e, a costo di farsi malvolere dai suoi superiori e dai notabili del posto, decide di indagare a fondo, fino a scoprire, tassello per tassello, la storia vera e i complessi legami che legano questo a quello e che concatenano, fatali come il destino, ogni evento al successivo, conducendo all’epilogo finale.</p>
<p>Era questo il primo romanzo della serie, ben accolto dal pubblico e dalla critica per l’originalità della trama, il piglio cinematografico della scrittura e i tratti disincantati e un po’ anarchici di questo ispettore di origini italiane (Kajetan è la traduzione in tedesco di Gaetano).  Particolarmente convincente risultava l’ambientazione in quella chiusa Baviera degli anni venti che, di lì a poco, avrebbe portato a maturazione le premesse necessarie per il fallito colpo di Stato di Monaco del 1923 che, successivamente, condurrà al potere della Cancelleria una delle figure più nere del nostro secolo, allora giovane studente di belle arti con scarse speranze e poche prospettive, di nome Adolf Hitler. Era piaciuta all’epoca anche la capacità di riportare fedelmente i ritmi lenti e implacabili di un paesino di montagna, quella visione un po’ claustrofobica e impietosa dei piccole centri delle Alpi Bavaresi, piegati da un clima spesso implacabile e da antiche leggi di casta ancor più immutabili del vento, della grandine o della neve. </p>
<p>Si pensa, quando un autore compie un debutto così sorprendente, che il secondo romanzo debba essere, inevitabilmente una delusione.</p>
<p>Non è stato così per Robert Hultner che, con il secondo romanzo della serie, La Dea Madrina, in Germania si è aggiudicato i due maggiori premi riservati alla letteratura gialla. Non è stato così per Del Vecchio Editore che ha voluto credere in lui accaparrandosi i diritti di traduzione per l’Italia di quella che in Germania è una serie ormai giunta al quinto episodio. Non è stato così per il pubblico e la critica che hanno trovato questo secondo volume convincente quanto il primo e perfettamente coerente con le premesse. Per di più con un realistico tocco di “working in progress” con l’ispettore Kajetan non più ispettore perché degradato per insubordinazione. Fosse che questa anarchia ed insofferenza verso le superiori istituzioni gli derivi dalla sua parte di sangue italiano? </p>
<p>Monaco, 1924. Nel pieno della Grande Depressione che piega la Germania degli anni venti, Kajetan, perduto il suo incarico e il ruolo di ispettore, ridotto a vagabondare per le strade in cerca di un impiego, vaga in città senza meta, vinto e piegato, come migliaia di altri nelle sue stesse condizioni. Come migliaia di altri, è ridotto a contrattare col banco dei pegni quei pochi marchi che gli bastano per un paio di pasti caldi, in cambio dell’ultimo, sentimentalmente prezioso, ricordo di famiglia. Finisce per imbarcarsi in strane avventure al limite del degrado e di quella corruzione che a malapena rattoppa gli ultimi brandelli di una società ormai allo sfascio. Per poi essere rinchiuso in quelle stesse celle che egli stesso un tempo ha piantonato, accusato di rissa, per aver difeso una prostituta dalla corte troppo insistente di una massa di ubriaconi, il suo passato, lungi dall’aiutarlo, non fa che peggiorare la sua situazione, soprattutto quando cita norme e regolamenti che, di norma, uno sbandato com’è lui adesso, nemmeno dovrebbe conoscere. La buona sorte sembra arridergli quando il locale boss della malavita gli procura un incarico, certo sospetto e decisamente al di là della legge, ma per uno vinto e pestato, con la padrona di casa dietro la porta che bussa a soldi per la pigione, forse non è il caso di andare troppo per il sottile. </p>
<p>Però non tutto va per il suo verso, in fondo un uomo di legge è sempre un uomo di legge, e il nostro finisce a fare pedinamenti mal pagati per una piccola agenzia investigativa, solo che, nel frattempo si è anche innamorato di una delle ragazze del giro equivoco in cui è inciampato la notte della rissa, così, quasi per caso. </p>
<p>Ed è solo quando la ragazza muore, in quello che viene troppo presto archiviato come un banalissimo suicidio, che ritroviamo il vecchio spirito indomito, che si dilata fino ai limiti della testardaggine, del vecchio ispettore Kajetan, pronto a buttarsi sulla pista in parte perché, se qualcosa non gli torna, e qui non gli torna davvero, è incapace di lasciar perdere, in parte perché a quella ragazza, anche se ci ha passato insieme una sola notte, lui ci teneva davvero. Ed è sempre qui che lasciamo Monaco per essere proiettati di nuovo in uno di quegli immutabili paesini di montagna, dove tutto giace immoto e sembra congelato in un fermo immagine da film in bianco e nero. </p>
<p>Tra collettive responsabilità e tacite colpe, si consuma una febbrile corsa al massacro in cui ogni pedina toccata dalle indagini finisce ribaltata sul tavolo da gioco, per mostrare l’altra faccia di sé, a volte tanto orrenda da dover essere nascosta col suicidio, con la  negazione di ogni colpa, o anche, alla fine, con la decisione di avviare ancora una volta la macchina implacabile delle Parche, che alla fine tira a sé ogni filo con la sottile determinazione del Fato che tutto sa e tutto annoda, immutabile come le acque perenni che ancora adesso, dopo tanti eventi, fanno girare le pale di un mulino. </p>
<p>Robert Hültner è nato nel 1950 a Inzell/Chiemgau. Ha studiato alla Scuola superiore di cinematografia di Monaco, è stato assistente alla regia, drammaturgo, e regista di cortometraggi e documentari. Ha viaggiato con un cinema ambulante in paesi privi di sale cinematografiche e ricostruito filmati storici per il Museo del cinema di Monaco. Nel 1993 esordisce nella narrativa gialla con la serie dei romanzi incentrati sull’ispettore Kajetan, tutti pubblicati in Italia da Del Vecchio Editore.</p>
<p>Sabina Marchesi</p>
 
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